Teorie Cospirazioniste: definizione, ricerca e ricadute psico-sociali

Negli ultimi anni numerosi psicologi hanno studiato le teorie cospirazioniste, cercando di comprendere la loro diffusione e il loro successo nella società.

ID Articolo: 114758 - Pubblicato il: 22 ottobre 2015
Teorie Cospirazioniste: definizione, ricerca e ricadute psico-sociali
Messaggio pubblicitario SFU 2022

Matteo Anderlini – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

Negli ultimi anni un numero sempre maggiore di psicologi si è occupato di ricerca nell’ambito delle teorie cospirazioniste, cercando di comprendere e spiegare il motivo della loro ampia diffusione e del loro successo nella società. 

Definire esattamente cosa si intenda con il termine Cospirazione non è semplice. Una possibilità può essere quella di fare riferimento all’interpretazione più strettamente giuridica, secondo cui una cospirazione sarebbe descrivibile come un accordo che nasce tra due o più persone al fine di commettere un crimine nel futuro; nel suo senso più ampio, quindi, una teoria cospirazionista rappresenta l’accusa che questo crimine abbia effettivamente avuto luogo.

Tuttavia questa definizione non coglie quel complesso significato che, a livello socio-culturale, viene inteso come Teoria cospirazionista e proprio a questo significato sono maggiormente interessati gli psicologi (Thresher-Andrews, 2013).

Anche se non esiste una definizione unica e condivisa (Sunstein e Vermeule, 2009), in generale le teorie cospirazioniste (o teorie del complotto) appaiono come un tentativo di spiegare un evento, solitamente politico o sociale, non come frutto di attività palesi svolte alla luce del sole, bensì come risultato di un complotto segreto portato avanti da un gruppo di potenti individui o organizzazioni (Douglas e Sutton, 2008).

Tuttavia, come sottolineato da Brotherton (2013), gli psicologi che si occupano di ricerca sul cospirazionismo hanno solitamente evitato di fornire una definizione precisa (Butler et al., 1995) e hanno dato definizioni brevi e relativamente superficiali (Swami et al., 2013; Whitson e Galinsky, 2008; Zonis e Joseph, 1994) con l’implicito presupposto che la differenza tra teorie cospirazioniste e altri tipi di costruzioni fosse, in qualche modo, auto-evidente (Byford, 2011).

Messaggio pubblicitario Proprio partendo da questa critica, Brotherton fornisce una definizione della teoria cospirazionista come di un’affermazione non verificata di un complotto, che non si presenta come la spiegazione più plausibile di un certo evento e che fa riferimento a fatti e implicazioni di tipo sensazionalistico. La teoria cospirazionista postula inoltre la presenza di cospiratori eccezionalmente malvagi e straordinariamente competenti; infine, essa si basa su prove deboli e tende ad auto-proteggersi dalla confutazione empirica.

Negli ultimi anni un numero sempre maggiore di psicologi si è occupato di ricerca nell’ambito delle teorie cospirazioniste, cercando di comprendere e spiegare il motivo della loro ampia diffusione e del loro successo nella società (Brotherton et al., 2013). Molta della letteratura sull’argomento ha indagato la relazione tra diverse possibili dimensioni di personalità e la tendenza a supportare le teorie della cospirazione.

È emersa, per esempio, una correlazione positiva con diversi fattori: l’apertura all’esperienza, (definibile come curiosità intellettuale, forte immaginazione e propensione per le idee insolite), l’autoritarismo, il cinismo verso la politica, la sfiducia nei confronti dell’autorità e la propensione a credere nel paranormale (Abalakina-Paap et al.; Brotherton et al., 2013; Darwin et al., 2011; Swami et al., 2010, 2011, 2013, 2014). È invece emersa una correlazione negativa con il livello di fiducia verso gli altri, l’autostima e l’amabilità (aspetto definibile come bassa sospettosità verso gli altri, tendenza alla collaborazione e cordialità) (Abalakina-Paap et al., 1999; Goertzel, 1994; Swami et al., 2010, 2011; Wagner-Egger e Bangerter, 2007).

Sembra possibile quindi descrivere alcune caratteristiche tendenzialmente stabili degli individui che appoggiano le teorie della cospirazione. Tuttavia è importante sottolineare i limiti di questi studi, che sono di natura correlazionale e che per questo motivo, quindi, non permettono di accertare una relazione di tipo causa-effetto tra le variabili prese in considerazione.

Un secondo approccio di studio, che utilizza invece disegni di ricerca di tipo sperimentale, si è infatti concentrato proprio sull’analisi di questa relazione causale, indagando quali variabili possano determinare una maggiore propensione a sostenere le teorie cospirazioniste.

Ad esempio, Douglas e Sutton (2008) hanno mostrato come, rispetto ad un gruppo di controllo, il semplice fatto di leggere dichiarazioni cospirazioniste riguardanti la morte della principessa Diana porti ad una maggiore inclinazione a credere a queste stesse teorie. È interessante notare come, in realtà, i soggetti non sono consapevoli di questo cambiamento: esiste quindi una sorta di impatto nascosto delle teorie del complotto sulle nostre convinzioni. Analogamente, essere esposti ad informazioni che supportano la teoria secondo la quale la NASA avrebbe falsificato gli sbarchi sulla Luna, aumenta fortemente l’adesione alle teorie cospirazioniste sugli allunaggi (Swami et al., 2013). Presi insieme, questi risultati di ricerca dimostrano che il semplice fatto di entrare in contatto con affermazioni cospirazioniste aumenta il livello di aderenza alle teorie cospirazioniste stesse. E questo può rappresentare un potenziale problema, considerando la facilità sempre maggiore con cui le persone entrano in contatto, ogni giorno, con questo tipo di teorie, grazie allo sviluppo di mezzi di comunicazione che rendono la diffusione delle informazioni sempre più rapida e capillare (Coady, 2006).

Ulteriori ricerche mostrano come ci possano essere anche altre variabili che possono determinare una maggiore accettazione delle teorie cospirazioniste, oltre alla mera esposizione a queste teorie. Ad esempio, il fatto di essere sperimentalmente indotti a percepire una mancanza di controllo fa sì che i soggetti sperimentali (rispetto alla condizione di controllo) siano più propensi ad interpretare gli eventi come un complotto nei loro confronti (Whitson e Galinsky, 2008).

Un altro studio condotto in Polonia (Kofta e Sedek, 2005) ha mostrato come il pensiero cospirazionista nei confronti di gruppi etnici e nazionali tenda ad aumentare in prossimità delle elezioni parlamentari: secondo gli autori questo indica che il pensiero cospirazionista potrebbe rappresentare una sorta di mezzo di auto-difesa collettiva a fronte di un minaccia percepita da parte di un outgroup, ossia un gruppo sociale esterno al gruppo di appartenenza. Inoltre diversi autori hanno concentrato la loro attenzione sulla ricerca sui bias cognitivi sottostanti, quindi sugli errori sistematici di pensiero che possono portare maggiormente a sostenere le teorie cospirazioniste (Brotherton e French, 2014; Clarke, 2002; Leman e Cinnirella, 2007; Thresher-Andrews, 2013). Questi bias derivano dall’applicazione di alcune strategie di pensiero dette euristiche, ossia delle scorciatoie mentali utilizzate inconsapevolmente nell’elaborazione delle informazioni. Le euristiche semplificano il processamento cognitivo, lo rendono rapido e garantiscono un basso uso di risorse, tuttavia possono portare ad errori e distorsioni.

Tra i bias descritti dagli autori troviamo:

  • Bias di proporzionalità (proportionality bias): ritenere che ad eventi di grande importanza debbano corrispondere cause ugualmente significative;
  • Bias di attribuzione (attributional bias): tendenza a sovrastimare l’effetto delle caratteristiche interne e stabili di un individuo e a sottostimare l’influenza dei fattori situazionali;
  • Bias di conferma (confirmation bias): selezionare le informazioni coerenti con le proprie convinzioni e ad ignorare o sminuire quelle che non sono coerenti con esse;
  • Errore delle probabilità congiunte (conjunction fallacy): violazione delle leggi della probabilità che può essere descritta come la tendenza a sovrastimare la probabilità che si verifichino eventi congiunti e a sottostimare quella di eventi disgiunti.

Infine altri studi suggeriscono che credere alle teorie cospirazioniste possa potenzialmente permettere alle persone di far fronte sia al proprio senso di minaccia percepita, sia all’impossibilità di attribuire un significato agli eventi. (Newheiser et al., 2011).

Il quadro d’insieme che emerge dalla ricerca è quindi molto complesso, infatti sono molti i fattori che portano gli individui a credere alle teorie cospirazioniste. Sono stati individuati diversi fattori di personalità, fattori sociali legati al comportamento inter-gruppi e fattori puramente situazionali e legati al semplice entrare in contatto con le informazioni. Sono presenti fattori cognitivi e fattori che rimandano al ruolo funzionale di queste credenze, verosimilmente di natura auto-protettiva. Forse proprio la presenza di così tante variabili coinvolte che si pongono a diversi livelli esplicativi può spiegare il successo di queste teorie e il loro persistere nella società.

Ma che significato può avere, oggi, concentrarsi sullo studio delle teorie cospirazioniste? Può essere importante per diverse ragioni. Innanzitutto queste teorie trovano spesso consenso e possono influenzare la percezione di numerosi eventi storicamente e socialmente significativi (come la trasmissione dell’ebola, le missioni lunari o gli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001) (Goertzel, 1994; Stempel et al., 2007; Swami et al., 2010). Inoltre, come sottolineato in precedenza, negli ultimi anni la popolarità delle teorie del complotto è significativamente cresciuta, probabilmente grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e per la conseguente maggiore facilità di diffusione di queste teorie tramite internet (Coady, 2006).

Oltre a ciò, nonostante la ricerca si sia concentrata maggiormente sulle variabili che portano le persone a credere alle teorie cospirazioniste, diverse ricerche che hanno indagato gli effetti di tali teorie mostrano come esse non siano per nulla innocue. Anzi, emergono importanti conseguenze a livello comportamentale che aprono profonde riflessioni e che vanno tenute in seria considerazione per il loro potenziale impatto sociale (Jolley, 2013a, 2013b).

L'articolo continua nelle pagine seguenti : 1 2Bibliografia

Bibliografia

State of Mind © 2011-2022 Riproduzione riservata.