Il potere del placebo: gli esiti sull’assunzione di psicofarmaci in persone depresse

Una ricerca dimostra che se una persona depressa risponde bene ad un farmaco placebo, questa otterrà un aiuto migliore e più veloce dai farmaci reali.

ID Articolo: 114417 - Pubblicato il: 19 ottobre 2015
Il potere del placebo: gli esiti sull’assunzione di psicofarmaci in persone depresse
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Daniela Sonzogni 

Una ricerca dimostra che se una persona depressa risponde bene ad un farmaco placebo, questa riuscirà ad avere un aiuto dai farmaci reali.

Coloro che sono naturalmente equipaggiati con una predisposizione a rispondere positivamente al placebo nel trattamento della depressione, a quanto sembra, hanno un vantaggio nel superare i sintomi con l’aiuto di un farmaco.

Messaggio pubblicitario I risultati ottenuti presso la University of Michigan Medical School aiutano a spiegare la variazione di risposta al trattamento e la recidiva che tormenta i pazienti con depressione e le loro squadre di assistenza. La scoperta apre la porta anche a nuove ricerche su come amplificare la risposta naturale del cervello in modo nuovo, per migliorare il trattamento della depressione. I risultati potrebbero aiutare anche coloro che sviluppano e sperimentano nuovi farmaci che, attraverso l’ effetto placebo, saranno in grado di misurare l’effetto di un farmaco.

Lo studio è stato svolto da una squadra di ricercatori che ha studiato l’effetto placebo per più di un decennio, utilizzando sofisticate tecniche di scansione cerebrale in persone sane.

Volevano dimostrare che il sistema naturale del cervello antidolorifico chiamato sistema mu-oppioidi, ha risposto al dolore quando i pazienti hanno utilizzato un placebo. Hanno studiato anche la variazione genetica che rende alcune persone più propense a rispondere a finti antidolorifici.

Per la nuova ricerca, hanno studiato la chimica del cervello di 35 persone con depressione maggiore,che hanno accettato di provare quello che pensavano fosse un nuovo farmaco per la depressione, prima di ricevere i farmaci già approvati per curare la malattia.

Il team ha scoperto che i partecipanti che hanno segnalato un miglioramento dei sintomi di depressione dopo aver utilizzato il placebo, ha avuto anche una risposta da parte del sistema mu-oppioidi, nelle regioni del cervello coinvolte nelle emozioni e nella depressione. Questi individui avevano anche la probabilità di sperimentare meno sintomi una volta assunto un farmaco vero e proprio.

Questa è la prima evidenza oggettiva che il sistema degli oppioidi del cervello è coinvolto nella risposta sia agli antidepressivi sia al placebo e che la variazione in questa risposta è associata a variazioni di sollievo dei sintomi. Si può immaginare che aumentando gli effetti placebo, si potrebbe essere in grado di sviluppare in maniera semplice e veloce antidepressivi migliori.

Nello studio è stato osservato che l’effetto placebo derivava non solo dal fatto che i partecipanti credevano di ricevere un vero farmaco, ma anche dall’impatto prodotto dall’ambiente di trattamento in cui veniva effettuato l’esperimento.
I risultati suggeriscono che alcune persone sono più sensibili al trattamento della depressione, e la terapia può quindi risultare migliore se le psicoterapie o terapie cognitive sono integrate agli antidepressivi. Studi che testano gli antidepressivi contro metodi placebo suggeriscono che il 40% di risposta ai farmaci è dovuta all’effetto placebo.

Se nel 40% dei casi, i soggetti guariscono da una malattia cronica senza un farmaco e se metà della risposta ad un farmaco è dovuta all’effetto placebo, occorre scoprire cosa rende questi soggetti diversi da quelli che non presentano lo stesso miglioramento. Questo potrebbe includere effetti genetici che sono ancora da scoprire.

Messaggio pubblicitario Le nuove scoperte sono state effettuate utilizzando la tomografia ad emissione di positroni, o PET, una scansione di una sostanza che si attacca ai recettori delle cellule cerebrali che si legano alle molecole mu-oppioidi. I soggetti hanno partecipato con la consapevolezza che non avrebbero saputo tutti i dettagli dello studio né gli obiettivi da raggiungere fino alla sua fine.

I partecipanti sono stati sottoposti a due settimane di trattamento con la pillola placebo, ma durante una delle due settimane, ai soggetti è stato comunicato di star assumendo una sostanza che si riteneva attivasse dei meccanismi interni che avessero proprietà antidepressive. Alla fine della settimana i soggetti sono stati chiamati per una scansione cerebrale. Gli sperimentatori, inoltre, hanno sottoposto i soggetti ad un’iniezione di acqua salata innocua facendo credere loro che avrebbe potuto avere una rapida azione antidepressiva. Dopo le due settimane e dopo la scansione gli individui sono stati sottoposti ad un vero e proprio trattamento con antidepressivi. I soggetti hanno riportato i loro sintomi di depressione attraverso scale di misurazione standard per tutto lo studio.

Oltre ad aiutare la ricerca di migliori farmaci antidepressivi, il nuovo studio potrebbe aiutare a identificare i pazienti che possono trarre vantaggio da strategie non farmacologhe aiutando così le persone che non ricevono sollievo dal trattamento con gli antidepressivi. Queste strategie includono ECT (terapia elettroconvulsiva), la stimolazione cerebrale profonda e la TMS (stimolazione magnetica transcranica).

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

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