Dall’indipendenza alla felicità, e ritorno…

L'autonomia nasconde il rischio anarchia, ma siamo disposti a rischiare e mai vi rinunceremmo: anche le ricerche confermano l'importanza di essere autonomi.

ID Articolo: 114341 - Pubblicato il: 08 ottobre 2015
Dall’indipendenza alla felicità, e ritorno…
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Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta del 27/09/2015

Autonomia è la possibilità di fare ciò che ci piace. Non si tratta solo di fare ciò sappiamo fare bene, che ci fa sentire bravi e competenti, ma di fare ciò che semplicemente ci piace in ogni momento della vita e della giornata.

L’indipendenza, l’autonomia, la capacità di darsi da soli una direzione e una regola di vita, è il feticcio della modernità. Nasconde il rischio dell’anarchia, dell’indipendenza che diventa legge personale, ma siamo disposti a correre il rischio e mai rinunceremmo. Autonomia è la possibilità di fare ciò che ci piace. Non si tratta solo di fare ciò sappiamo fare bene, che ci fa sentire bravi e competenti, ma di fare ciò che semplicemente ci piace in ogni momento della vita e della giornata. Da questo atto dannatamente egoistico nasce l’individualità e l’individualismo, croce e delizia delle nostre giornate.

Non è solo opinione ma scienza. Deci e Ryan dell’Università di Rochester (USA) hanno confermato l’ipotesi in un esperimento. Alcuni individui sistemati in una sala d’attesa erano invitati a eseguire due diversi compiti: alcuni potevano fare ciò che volevano mentre altri dovevano leggere le riviste messe a disposizione sul tavolo. C’è poco da fare: i soggetti forzati a leggere erano poco concentrati, infastiditi e annoiati. Gli altri, i liberi, erano anche forti e sereni. Autorizzati a scegliere come passare il tempo nel modo che più piaceva, ad esempio parlando tra di loro o leggendo il giornale per libera scelta, manifestavano una concentrazione più elevata in quel che facevano e più pazienza e più tolleranza nell’attesa.

Messaggio pubblicitario L’autonomia moderna è un ambiente che ci circonda, una situazione che ci definisce, una cultura che ci caratterizza. Ci sta intorno, ma è anche dentro di noi. È un ethos, l’ethos della modernità, una dimensione del carattere che prende in nome tecnico di autodirezionalità o self-directedness, ovvero l’indice del nostro grado di autosufficienza, responsabilità, capacità di porci e conseguire obiettivi con efficacia. È anche la capacità di modificare il nostro comportamento in accordo con le nostre scelte individuali e i nostri obiettivi.

È un concetto meno semplice e immediato di quel che sembra. L’autodirezionalità comprende cinque dimensioni, che si definiscono meglio delimitando il loro contrario. E quindi abbiamo il senso di responsabilità contrapposto alla colpevolizzazione degli altri, ovvero l’essere agenti indipendenti e dotati di volontà personale contro il sentirsi controllati, vittimizzati o abusati; la proposizionalità contrapposta alla mancanza di scopi, ovvero il senso di libertà di scelta per ciò che è desiderato contro la mancanza di direzione verso un obiettivo: la ricchezza di risorse contro il senso di inadeguatezza, che vuol dire la consapevolezza delle proprie intenzioni contro la mancanza di autosufficienza e identità; l‘accettazione di sé contro la lotta con sé, ovvero la soddisfazione emotiva di se stessi e degli altri in opposizione all’eterno discontento per come siamo fatti noi stessi o gli altri o di come va il mondo; e infine il senso di illuminazione, il senso di bontà intrinseca in tutte le cose contro la percezione di corruzione e perversione nel mondo.

Quest’ultimo aspetto, l’illuminazione, introduce una nota di ottimismo e di spiritualità non sempre presente nella concezione europea dell’individualismo, più pessimistica e amara, intrisa di disincanto. In questo disincanto c’è il rischio del compiacimento, rischio che la cultura europea si porta sempre dietro.

Come accade spesso di questi tempi, anche per il senso d’indipendenza e di autonomia si è cercato un corrispettivo nel cervello, insomma qualcosa di meno impalpabile e più solido nel campo delle neuroscienze. E lo si è trovato nell’attivazione della corteccia prefrontale mediale durante lo svolgimento di compiti esecutivi. Rischia di essere una tautologia, essendo la corteccia prefrontale la sede della volontà esecutiva: abbiamo trovato la sede del libero arbitrio! È sempre una consolazione sapere che le nostre evanescenti idee e sensazioni interiori hanno un’ancora materiale. A volte non si va oltre questo, il trovare una lucina che si accende nel cervello esplorato con macchinari complessi, ma ci va bene lo stesso.

Torniamo al senso di autonomia. Ancora dati di scienza. Sappiamo che l’individuo con bassa autodirezionalità tende a essere poco integrato, irresponsabile, inetto, infruttuoso, povero di iniziativa e in fondo depresso. Non sono solo dati, ma è una teoria che prende il nome di Self Determination Theory elaborata dai due studiosi che abbiamo già incontrato: Deci e Ryan dell’Università di Rochester, naturalmente in USA.

Messaggio pubblicitario Quel che colpisce in queste ricerche è la concezione che c’è dietro, la ragionevole determinazione a dimostrare la bontà del senso di autonomia e indipendenza, il desiderio –realizzato- di confermare scientificamente che egoismo e indipendenza sono distinte e inconfondibili tra loro. Secondo Deci e Ryan, fornendo sostegno all’autonomia, si raggiungono forme di motivazione intrinseca, il motore di ogni attività svolta con fiducia e passione. E questo vale fin dall’infanzia: l’autonomia e l’indipendenza si ottengono attraverso il soddisfacimento dei tre bisogni psicologici fondamentali del sentirsi capaci, della possibilità di compiere scelte autonome e della costruzione di legami sociali positivi (De Beni, Carretti, Moè e Pazzaglia, 2014).

Colpisce anche il tentativo di costruire un legame tra autonomia, felicità personale e benessere sociale. Tentativo sostanzialmente riuscito e in netta contrapposizione con le visioni pessimistiche dell’uomo e della vita. Quasi a rassicurarci, ma con buone ragioni, che ci sia un’armonia tra il nostro desiderio di vivere una buona vita ricca di soddisfazioni personali (e non egoistiche) e il l’equilibrio ecologico del mondo esterno. Solo a queste condizioni può sorriderci il mondo mentre perseguiamo i nostri successi e il nostro desiderio di piacere può diventare diritto alla felicità. Un percorso jeffersoniano che va dalla dichiarazione d’indipendenza al diritto alla felicità e al contrario, compiendo un ideale circolo virtuoso.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • De Beni, R., Carretti, B., Moè, A., Pazzaglia, F. (2014). Psicologia della personalità e delle differenze individuali. 2.ed. Bologna: Il Mulino.
  • Deci, E. e Ryan, R. (1985). Intrinsic motivation and self-determination in human behaviour. New York, Plenum Press
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