Il dolore cronico: la necessità di un approccio multisistemico

L'intervento multidisciplinare è più efficace per il paziente con dolore cronico: più figure professionali per affrontare tutti gli aspetti della patologia.

ID Articolo: 113287 - Pubblicato il: 10 settembre 2015
Il dolore cronico: la necessità di un approccio multisistemico
Messaggio pubblicitario SFU Magistrale
Condividi

Silvia Vitaloni, Eleonora Girani – OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

Il dolore svolge un’importante funzione per l’adattamento: percepirlo e anticiparlo implica l’attuazione di una serie di comportamenti necessari a garantire la sopravvivenza dell’individuo. Ma quando la sua durata si protrae oltre il tempo di guarigione, esso perde il carattere funzionale di allarme e acquisisce le caratteristiche della malattia cronica.

Il dolore è una spiacevole esperienza sensitiva ed emotiva associata ad un reale e/o potenziale danno (Cugno et al, 2010). L’esperienza dolorifica si divide in dolore acuto, finalizzato ad allertare il corpo della presenza di stimoli pericolosi o potenzialmente tali, e dolore cronico definito non solo come un’estensione di un dolore acuto ma come una risposta di mal adattamento del dolore (Cugno et al, 2010). Il dolore svolge un’importante funzione per l’adattamento: infatti percepirlo e anticiparlo implica l’attuazione di una serie di comportamenti necessari a garantire la sopravvivenza dell’individuo. Ma quando si trasforma da episodio acuto in condizione cronica, cioè quando la sua durata si protrae oltre il tempo di guarigione, esso perde il carattere funzionale di allarme e acquisisce le caratteristiche della malattia cronica (Cugno et al, 2010).

I pazienti affetti da dolore cronico possono essere suddivisi in base a delle classificazioni standard in:

  • Pazienti con dolore obiettivo, ovvero individui con un buon adattamento pre-morboso, una normale reazione al dolore ed una lesione ben definibile;
  • Pazienti che esagerano il dolore, ovvero individui con problemi psicopatologici come parte dell’adattamento pre-morboso, un’insolita reazione al dolore (mancanza di depressione o ansia) e il riscontro di elementi organici minimi;
  • Pazienti con dolore indeterminato, ovvero individui con un buon adattamento pre-morboso, una normale reazione al dolore, in assenza di riscontri fisici obiettivi;
  • Pazienti con un dolore caratterizzato da una componente affettiva o associativa, ovvero pazienti con uno scarso andamento pre-morboso, in totale assenza di riscontri fisici obiettivi (Hendler, 1981).

Oltre a essere in relazione con fattori fisici il dolore può essere la conseguenza di processi cognitivi ed emozionali. Infatti risulta ampiamente dimostrato (Michielin, 2004) che lo stato emozionale influenza le caratteristiche e l’intensità di dolore percepito. Un recente studio ha messo in evidenza come i fattori psicologici possano causare un’iper-reattività muscolare in risposta ad uno stress psicologico che contribuisce allo spasmo muscolare e pertanto, all’aumento dell’effetto nocicettivo e all’esacerbazione del dolore. Quest’ultimo a sua volta potrebbe agire come un ulteriore fattore stressante, aumentando ancor di più la tensione muscolare, provocando la formazione di punti scatenanti (trigger point) e contribuendo al perpetuarsi del ciclo tensione-dolore (Michielin, 2004).

Messaggio pubblicitario Ma prima di soffermarci sui fattori psichici coinvolti nella percezione dello stimolo dolorifico, risulta importante comprendere come il corpo e la mente sentono il dolore.

In generale lo stimolo nocivo viene raccolto da nocicettori (i recettori periferici del dolore) che si suddividono in termici, chimici, meccanici e polimodali, e trasmesso alle aree corticali deputate all’elaborazione dello stimolo tramite vie ascendenti e discendenti che possiedono diversi livelli di integrazione (Cugno et al, 2010). La percezione finale da parte del sistema nervoso centrale costituisce il dolore accusato dal paziente; ad elaborare lo stimolo infatti partecipano diverse strutture cerebrali centrali a più livelli tra cui: cervelletto, talamo, insula, corteccia cingolata superiore e molte altre. Soggettivamente, il dolore è vissuto come un’emozione a connotazione negativa che ostacola qualsiasi attività psicologica. Può essere associato a rabbia, aggressività, paura, preoccupazione e, molto frequentemente ad umore depresso. Questo è particolarmente vero nei casi di dolore cronico, in cui viene meno il comportamento auto-protettivo e i meccanismi neurobiologici di base sono più complessi (M. Muehlbacher, M. K. Nickel, C. , 2006) .

Il dolore cronico viene definito psicogeno quando la sintomatologia dolorosa non ha evidente causa organica ma è attribuibile a fattori psichici, ovvero a una sofferenza affettivo-emotiva. Per tale motivo risulta importante in questi casi offrire al paziente che riporta tale sintomatologia la possibilità di essere sottoposto a valutazione psicodiagnostica poiché in tali manifestazioni il quadro risulta ampiamente complesso, tale da richiedere una presa in carico multifattoriale ( psicoterapeutica e farmacologica).

Nell’articolo ci soffermeremo su due tipologie di dolore cronico: la Sindrome da Fatica Cronica e le cefalee. Nel dicembre 1994, un gruppo internazionale di studio costituito dai Centers for Disease Control (CDC) di Atlanta – USA, ha pubblicato sugli Annals of Internal Medicine una nuova definizione della Sindrome da Fatica Cronica (CFS, Chronic Fatigue Syndrome) come Una fatica persistente per almeno 6 mesi che non è alleviata da riposo, che si esacerba con piccoli sforzi e che provoca una sostanziale riduzione dei livelli precedenti delle attività occupazionali, sociali o personali (Carlo-Stella et al., 2004) modificando in parte la definizione data da Holmes e Coll. alcuni anni prima.

Per poter porre tale diagnosi è necessaria le presenza di 4 o più dei seguenti sintomi, anche questi presenti per almeno 6 mesi:

  • Disturbi della memoria e della concentrazione tali da ridurre i precedenti livelli di attività occupazionale personale.
  • Faringite.
  • Dolori delle ghiandole linfonodali cervicali ed ascellari.
  • Dolori muscolari e delle articolazioni, senza infiammazioni o rigonfiamento delle stesse.
  • Cefalea di tipo diverso da quella presente eventualmente in passato.
  • Sonno non ristoratore.
  • Debolezza post esercizio fisico, che perdura per almeno 24 ore.

Va poi sottolineato che la Sindrome da Stanchezza Cronica non è una forma di depressione, tuttavia tale patologia può essere presente in soggetti con CFS, quale reazione alla stanchezza cronica.( Razzaboni e Ercolani, 2000). La CFS risulta essere una patologia debilitante ed invalidante: in Italia si riscontrano circa 200-300.000 casi di CFS; si tratta quasi esclusivamente di individui giovani o di mezza età, sia uomini che donne, mentre si conferma pressoché assente in età più avanzata (Carlo-Stella e Cuccia, 2009). Le cause di questa sindrome sono tutt’ora oggetto di studio.

CONTINUA NELLA PAGINA SEGUENTE

L'articolo continua nelle pagine seguenti : 1 2

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 1, media: 5,00 su 5)
State of Mind © 2011-2019 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario