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Nati a perdere (2015) di Giampaolo Salvatore – Anteprima –

Trame interiori di bambini e adolescenti incompresi, violati nel profondo del valore personale, capri espiatori della vulnerabilità lesiva di certi adulti..

ID Articolo: 111470 - Pubblicato il: 19 giugno 2015
Nati a perdere (2015) di Giampaolo Salvatore – Anteprima –
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Trame interiori di bambini e adolescenti non compresi, invalidati, violati nel senso profondo del valore personale, capri espiatori della vulnerabilità lesiva che è solo di certi adulti.

Una sequenza rapida, implosiva, di personaggi-racconti. Trame interiori di bambini e adolescenti non compresi, invalidati, violati nel senso profondo del valore personale, capri espiatori della vulnerabilità lesiva che è solo di certi adulti.

L’autore, Giampaolo Salvatore, si interroga sulla lotta che questi nati a perdere conducono per adattarsi alla vita.

Messaggio pubblicitario Nati a perdere non vuole essere semplicemente letto. Si rivolge all’organismo del lettore iniettandogli un rumore sordo. La narrazione si fa strumento di una condivisione corporea dello scenario interno dei personaggi. Perché queste vicende esistono. Prendervi contatto rappresenta il primo passo per comprendere quanto male un adulto inconsapevole può fare a chi dice di amare, e quanto ciascuno di noi, da adulto, possa riscrivere la propria storia.

 

In anteprima per State of Mind, uno dei racconti del volume:

 

Margherita

Ha notato che se fa scorrere forte l’acqua di qualche rubinetto non c’è il rischio di sentire quella voce. Per questo ha preso l’abitudine di lavarsi i denti molte volte al giorno. Fa anche molte docce. Spesso fa scorrere l’acqua e basta. Se è fredda è meglio. E quando l’acqua scorre per un tempo sufficiente dal rubinetto, dopo un po’ diventa veramente fredda, ed è buona anche da bere.

Ha contato quanti secondi ci vogliono per farla diventare fredda. Ne bastano una decina. Però ha notato una strana incongruenza. Quando inizia a farla scorrere, dopo pochissimo, massimo due secondi, l’acqua diventa più fredda, ma poi è come uno che si incammina in una direzione e poi cambia idea. Ritorna indietro. Diventa di nuovo tiepida e rimane così per un’altra manciata di secondi. Dopodiché diventa fredda, ma stavolta per restare fredda con convinzione.

Margherita ha capito che se hai abbastanza esperienza con l’acqua che scorre dal rubinetto, non ti fai ingannare dal primo accenno della volontà dell’acqua di diventare fredda. Sai aspettare. Se hai sete puoi mettere le labbra vicino all’acqua che scorre dal rubinetto e aspettare quella decina di secondi facendotela scivolare sulla lingua, senza inghiottirla. Allora sei testimone di quella finta. Quella falsa transizione che ti illude di poter bere acqua fredda dopo soli due secondi. Se invece sai aspettare puoi osservare l’acqua che scorre mentre cessa di essere un oggetto passivo che viene spinto da qualche congegno idraulico fatto di tubi, e diventare vitale. Quel cambiamento improvviso e definitivo della temperatura, che sembra pure un cambiamento di consistenza – anche se l’acqua non dovrebbe averne di consistenza – che è come se le servisse per dire qualcosa, a quell’acqua.

Qualche volta, specie se non ha sete in quel momento, la guarda scorrere, senza accostare le labbra. Ha imparato ad accorgersi del cambiamento di temperatura anche attraverso la vista. Può starci anche per ore. Cerca di mettere a fuoco un punto preciso all’interno del getto d’acqua e di seguirlo nel suo percorso. Trasforma i suoi occhi in un dispositivo capace di operare un fermo immagine istantaneo, separare un elemento puntiforme dal flusso liquido, rallentarlo. Osservarlo da quando si affaccia dalla bocca del rubinetto; vederlo tirato, strattonato, spinto contro la sua volontà; poi rassegnato e rassicurato dallo scoprirsi simile agli elementi di quel flusso; infine, proprio un attimo prima di esplodere sulla superficie del lavandino, realizzare che non è mai esistito.

Una volta ha provato a chiudere all’improvviso il rubinetto mentre era così concentrata. Giusto per provare quello che sarebbe successo. Era rilassata al punto che ha compiuto quel gesto senza programmarlo. La voce non è ricomparsa subito. Per qualche secondo ha continuato a sentire il suono dell’acqua dal rubinetto, come quando fissi per tanto il fuoco di una candela e poi quando chiudi gli occhi continui a vederla come il negativo di una foto. Poi si è fatta annunciare da una specie di ronzio che ha azzerato i rumori dell’ambiente circostante. Non proprio un ronzio. Più come quando in tv c’è un’interferenza che riempie lo schermo con quel magma di puntini bianchi e neri. O alla radio, pensa Margherita, quando passi da una frequenza all’altra. Ecco. Proprio come alla radio. Proprio come se nella testa ci fosse qualcun altro che sta girando una manopola per risintonizzarsi su qualche frequenza conosciuta.

Margherita immagina questo qualcun altro che gira la manopola nella sua testa, attraversa una serie di interferenze fatte di quel suono discontinuo. Per poi trovare la stazione giusta. Una canzone che gli piace, anche se la trova già iniziata.

«Ti piaceva vero?!»

Margherita pensa che è stranissima questa sensazione di sentire una voce contemporaneamente fuori e dentro la sua testa. È stranissimo sapere esattamente a cosa si riferisca la voce quando le fa questa domanda e rimanerne comunque sorpresa. È stranissimo sapere che non riuscirebbe a rispondere se qualcuno le chiedesse se è una voce maschile o femminile, o se urla o sussurra. Sapere di determinarla e contemporaneamente subirla. Essere soggetto e oggetto della stessa cosa. Ed è stranissimo pensare come tutto questo sia ogni volta diverso, nuovo, e nello stesso tempo appartenga indissolubilmente al suo mondo conosciuto.

«Ti piaceva vero, guardare l’acqua che scorre?!»

Vorrebbe rispondere ma si sentirebbe stupida, perché l’entità senza corpo che genera la voce già conosce la risposta nel momento stesso in cui Margherita la pensa. E lo sa che Margherita lo sa. La voce lo sa che Margherita sta già iniziando ad aver paura. Rimane in silenzio come un bambino che pensa di non essere visto se chiude gli occhi.

«Non puoi scappare, lo sai questo, vero?!»

Hanno spesso punto esclamativo e interrogativo insieme, le frasi che pronuncia.

«Che vuoi che mi freghi di punti esclamativi e interrogativi?!»

Impedirsi di pensare è peggio. Anche pensare di impedirsi di pensare significa pensare.

«Non cercare di distrarti da me, non puoi».

Vorrebbe rispondere «Non sto cercando di distrarmi».

«Ora facciamo i conti, io e te».

La paura le spalanca la bocca: «Su cosa?» 

«Ora facciamo i conti».

«Non ho fatto niente, io».

«Non pensare di riaprire l’acqua. Non la puoi tenere aperta per sempre».

Margherita apre e chiude l’acqua due volte.

«Non riaprire l’acqua, ho detto».

Tiene la mano sul rubinetto dell’acqua fredda e rimane immobile. Fermare il corpo per sottrarle un po’ di forza. Rendere inutile ogni lotta. Ma quando si pietrifica così dimentica sempre che è proprio questo che la fa infuriare di più.

«Sei una troietta, lo sai vero?! Brutta troietta con la faccia da santarella. Pure lui lo ha capito che sei una troietta e fai finta di fare la santarella».

«No!», urla Margherita.

«Nooo?! Lo hai fatto salire quando mamma e papà non c’erano, e secondo te cosa ha pensato lui? Che lo facevi salire per giocare alla play station?».

«Smettila».

«Glielo avevi detto».

«Smettila, ho detto».

«Glielo avevi detto che i tuoi non c’erano, ricordi? Per invitarlo, per fargli capire che andava a colpo sicuro. Che troietta. Ma voi lo vedete quanto è troietta questa?».

Qualcuno bussa alla porta e urla: «Margherita, che fai? Con chi parli?».

«Con nessuno mamma».

«È un’ora che ti sei chiusa in bagno. Non consumare troppa acqua come al solito. Non te lo dico un’altra volta, capito?».

«No, mamma, ora esco subito».

«Diglielo a mammina che quando lei non è in casa tu fai salire i ragazzi, vediamo come la prende. Che dite, volete scommettere che la caccia di casa?».

Una risata, simile a quella che sottolinea le battute delle sit-com americane, che va calando in una specie di mormorio sommesso come se chi sta ridendo di lei ne provasse anche pena, le scoppia dietro le spalle.

«Ora ti faccio cacciare di casa, troietta».

«Smettila, ti prego», sussurra piangendo.

«Ora vi dico una cosa molto piccante».

Risate di approvazione e attesa.

«Questa troietta fa entrare i ragazzi nella sua stanza quando non ci sono i genitori. Ieri per esempio… Margherita? Margheeeriiitaaa? Margheritucciaaa? Come si chiama il ragazzo che è venuto ieri?».

Apre il rubinetto lottando contro i suoi stessi muscoli. Sente un risata che si allontana.

«Stavolta il trucco di far scorrere l’acqua non ti servirà a niente».

«Margherita, adesso hai rotto, chiudi questa cazzo di acqua ed esci subito».

«Subito, subito mamma, scusa».

«Ma che scusa e scusa? Ho appena pagato una bolletta salatissima per colpa delle tue manie. Se ne arriva un’altra così ti giuro che ti faccio fare a pezzi da tuo padre. Non sai fare altro che stare in quel cesso a far scorrere l’acqua».

«Esco subito!», urla piangendo forte.

«Ma che piangi, cretina? Ora chiamo il dottore. Chiamo il dottore. Mi hai rotto, hai capito? Apri questa cazzo di porta. Sono stanca, stanca, stanca. Non ne posso più di te».

«Ora chiudo, non ti preoccupare. Vedi, ho chiuso. Però non ho ancora finito».

«Ti do un minuto».

«Troieeettaaa?! Anche lei lo sa. Non te lo dice ma ti tratta come meriti. Come la troietta che sei».

Si copre le orecchie.

«Lo sai benissimo che non serve a niente coprirsi le orecchie. Sei pure cretina. Ieri lui è salito e hanno mangiato tè e biscotti. Poi a un certo punto le ha chiesto di usare il bagno e… Lo dici tu o lo dico io quello che hai fatto mentre lui era in bagno?».

Margherita respira forte.

«Questa troietta si è messa a origliare dietro la porta. L’orecchio attaccato alla porta. Si è bagnata mentre sentiva lo scroscio che faceva la pipì mentre lui pisciava. Ha immaginato che se faceva tutto quel rumore doveva avercelo bello lungo e grosso».

Risata fragorosa del pubblico della sit-com. Lunghissima. Una di quelle risate che sottolineano le battute decisive, che poco prima di sfumare si associa a un applauso, e anche gli attori vanno in stand-by per attendere che finisca.

«Si è bagnata mentre lo sentiva pisciare. Vi rendete conto? Si è bagnata mentre lo sentiva pisciare. Mentre lo sentiva pisciare. Pisciare. Pisciare. Pisciare. Troietta. Pisciare. Troietta. Pisciare. Pisciareee!».

«Non è vero, smettila».

«Con chi stai parlando? Stai facendo di nuovo la pazza? Ho detto esci da questo bagno, cretina».

«Sì mamma sto uscendo, solo un momento».

«No, non aspetto più, ora vado a chiamarlo e lo faccio venire qui. Giuro che questa volta ti facciamo ricoverare».

«No, ti prego, esco subito».

Sente il suono ritmico delle ciabatte che si allontana.

«Ha ragione la mamma, ci vuole un bel ricovero per calmare i bollenti spiriti. Ti addormentano per bene, così ti svegli con la fica meno calda».

«Smettila, ti prego». Stavolta glielo chiede a voce bassa.

«Ricominciamo. Quando poi è uscito dal bagno, te lo ricordi che è successo?».

Chiude il rubinetto dell’acqua e si guarda allo specchio, e l’immagine che vede ha il viso deformato da uno strano ghigno.

«Lui ha spalancato la porta all’improvviso. Ti ha trovato davanti alla porta con quella faccia da scema. Se n’è accorto che lo avevi spiato».

Fa un cenno impercettibile con la testa per dire sì. Il pubblico ora è ammutolito, concentratissimo.

«Per questo è andato sul sicuro».

Sente le ciabatte che si riavvicinano. Non sa quanto tempo sia passato.

«Margherita, ti avevo avvertito. Il dottore arriva subito. Gli ho già detto che stavolta voglio farti ricoverare. Margherita, mi hai sentito? Che stai facendo, si può sapere?».

«Ti ha abbracciato e lo hai lasciato fare. Lo hai lasciato fare. Sei rimasta ferma. Come se fossi una bambola gonfiabile. Anche quando ti ha aperto la camicetta».

«Lo hai capito che il dottore viene a prenderti per ricoverarti nella sua clinica, brutta cretina?».

«Avevi i capezzoli durissimi, e quando ha iniziato a succhiarteli hai pensato che questo al prete non lo avresti mai confessato».

Un «Ooohhh» corale del pubblico la fa muovere dallo specchio. Apre la porta. La madre, accovacciata contro la porta, cerca di mettersi in piedi più in fretta che può, arrampicandosi sulle sue cosce grasse con movimenti scomposti, gemendo per il dolore alle articolazioni.

«Un vizio di famiglia, spiare dal buco della serratura».

Per un attimo le viene da ridere. Una soluzione di continuità brevissima nell’orrore. Che lo rende ancora più grottesco.

«Cretina, per colpa tua ora mi devo pure far male».

Il pubblico ride per la battuta.

«Quando ti ha sollevato la gonna e ti ha toccato, avevi un solo pensiero. Uno solo. Per questo ti sei bloccata, e il coraggio di scopare non l’hai avuto».

Mormorio di tensione nel pubblico.

«Hai pensato che aveva le mani grandi come quelle di tuo padre».

«Adesso che fai lì impalata?».

«Come quelle di tuo padre».

Margherita stringe i pugni, e si colpisce le tempie. Una, due, tre volte. Ogni volta più forte.

Il pubblico urla: «Basta, basta!».

«Come quelle di tuo padre quando è lui che ti tocca».

«Smettila, pazza di merda».

«E hai capito che se ti piace con lui, vuol dire che ti piace anche con tuo padre».

Il suono del citofono.

Margherita passa di corsa davanti alla madre che urla cose che lei non sente. Invece sente: «Sarai una troietta anche da morta».

Apre la finestra lentamente mentre sente: «Anche da morta, anche da morta».

Si butta, e mentre cade non sa distinguere se è il pubblico o sua madre a gridare: «Nooo!».

 

 

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