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La donna che visse due volte tra paura morale e senso di colpa

Questo film affronta il complesso di colpa e gli schemi di rappresentazione della malattia mentale, temi ricorrenti nei capolavori del regista - Psicologia

Di Manuela Agostini

Pubblicato il 29 Mag. 2015

Questo suo portare in scena il senso di colpa sembra avere origine nella sua infanzia, come confesserà a Truffaut: “Probabilmente è stato durante il periodo passato dai Gesuiti che il sentimento della paura si è sviluppato con forza dentro di me. Paura morale, come di essere associato a tutto ciò che è male” (Truffaut, 1981; p.23).  Cerca quindi come di espiare una colpa innata attraverso i suoi personaggi?

Un pò per diletto e per propria passione, sto rispolverando o addirittura scoprendo vecchissimi film che hanno gettato le basi e le idee per molte delle opere che ci vengono offerte oggi. Tra questi quelli con la firma Hitchcock. La sua filmografia dovrebbe essere revisionata per i diversi e intrigati spunti psicologici. “ La donna che visse due volte”, “Vertigo”, mi ha fatto pensare molto, nello specifico a due cose fondamentali: la prima non strettamente psicologica a (come già notato con il ciclo di Antoine Doinel di Truffaut ed il richiamo a questo di Boyhood di Richard Linklater) il parallelismo tra la trama e gli aspetti conseguenziali dell’inganno giocato tra questo ed il film del 2013 “La miglior offerta” di Tornatore e come opere come queste siano continuamente fonte di stimolo per gli artisti attuali; secondo, più specificatamente psicologico, al complesso di colpa e non solo, e come questo sia ricorrente nei capolavori del regista.

Durante un inseguimento sui tetti di San Francisco, il detective Scotty Ferguson scivola e si aggrappa a una grondaia. Per salvarlo, un suo collega precipita e muore. In seguito a quest’evento, Ferguson – vittima delle sopraggiunte crisi di acrofobia – lascia la polizia. Viene quindi contattato da un suo vecchio compagno di università, Gavin Elster, che gli chiede di seguire la moglie Madeleine vittima a suo dire di dissociazione psichica.

La donna infatti assume gli atteggiamenti  di una sua antenata, Carlotta Valdes, e il timore dell’uomo è quello che essa possa emularne la fine suicida. Scotty accetta di aiutarlo e comincia a seguirla. Durante un pedinamento la salva da un annegamento (la donna si getta nella baia della città) e per via del momento intimo che vivono, la conosce e se ne innamora.

Cerca disperatamente di aiutarla e spiegarle che le sue visioni sono reali e cerca di condurla nei luoghi che lei crede solo di aver sognato. Tra questi luoghi c’è anche la Missione spagnola, la conduce lì, le dice di non aver sognato la missione,  cerca di convincerla del fatto che ci era semplicemente già stata -la ragazza non gli crede, prima di un bacio turbinoso gli confessa che in qualunque modo finisca avrebbe voluto amarlo e poi scappa sulla torre campanaria del villaggio, lui prova a inseguirla sulle scale, ma per via della vertigine non riesce nel suo intento e la vede precipitare.

Dopo la morte di Madeleine, Scotty è gettato nello sconforto. Il forte senso di colpa per non essere riuscito a superare la sua fobia e non aver salvato l’amata lo getta in un mutismo malinconico, tanto da dover essere poi ricoverato in una clinica psichiatrica, la bellissima scena che ne chiarifica il meccanismo psicologico si trova nel sogno che fa Scotty, girato magistralmente e che sembra portarci nel turbinio angosciato della mente del protagonista, nel suo inconscio, nella sua non rassegnazione.

Non può elaborare questo lutto se non con la sua diretta responsabilità. Riuscirà a metabolizzare il fatto, ma ne rimarrà succube tanto che una volta uscito dalla clinica, andrà in giro perseguendo continuamente i luoghi che le ricordano la donna, cercandola irrazionalmente tra la folla.

Un giorno però, fatalmente vede una giovane, Judy Barthon, identica a Madeleine. La segue, la corteggia, ma smaschera le sue motivazioni. E’ attratto da lei ma solo perché ha il suo viso, l’amerà solo se accetterà di trasformarsi nella defunta donna amata. Lei dapprima è titubante, non vuole. Di lì a poco si scoprirà però che Judy è realmente Madeleine e che a quanto pare interpretò su commissione la moglie del vecchio amico, che aveva pianificato il tutto per sbarazzarsi della moglie e prenderne l’eredità. Lei ama Scotty e quindi lo asseconda. La trasformazione va avanti, lei stà al gioco, ma per un errore sciocco ( lei indosserà un suo gioiello che poteva appartenere solo a Madeline) lui scopre l’inganno. In preda alla rabbia, la  conduce sul luogo del delitto, vuole capire come i fatti si siano svolti, vince il senso di vertigine e giunge con fino in cima al campanile. La tensione è molta ma con un colpo di scena inaspettato, per l’ombra di una suora che compare davanti a loro, Judy/Madeleine si getta nel vuoto, morendo.

Il ruolo di Judy, in questa seconda parte del film sebbene anch’esso intriso di sensi di colpa è più legato ad un disturbo da dipendenza affettiva.

All’inizio asseconda l’imbroglio di Gavin Elster perché ne è innamorata. Poi asseconda la malata e illusoria voglia di Scotty di trasformarla (ritrasformarla in Madeleine) accettandone la perversione, sempre per amore .

Nei due protagonisti sono esplicitati due schemi di rappresentazione della malattia mentale che il famoso regista riportava spesso nei suoi film. Ho scoperto recentemente leggendo l’articolo “La rappresentazione della malattia mentale nelle opere cinematografiche di Alfred Hitchcock” di Giannini A.M., Cordellieri P.- Dipartimento di Psicologia, “Sapienza” Università di Roma, che questo schema in un modo o nell’altro è spessisimo presente nelle opere del regista. In “Vertigo” come detto a mio parere sono presenti entrambi.

La prima è di solito costruita cosi:

– Trauma

– Senso di colpa

– Manifestazione del disturbo

– Abreazione

– Attribuibile al personaggio di James Stewart

La seconda :

– Dipendenza affettiva

– Manifestazione del disturbo con condotta criminale

– La malattia non si risolve e il responsabile è consegnato alla giustizia

– Del tutto attribuibile a Jude/Madeleine

Questo suo portare in scena il senso di colpa sembra avere origine nella sua infanzia, come confesserà a Truffaut “Probabilmente è stato durante il periodo passato dai Gesuiti che il sentimento della paura si è sviluppato con forza dentro di me. Paura morale, come di essere associato a tutto ciò che è male” (Truffaut, 1981; p.23).  Cerca quindi come di espiare una colpa innata attraverso i suoi personaggi?

E’ comunque talmente coinvolgente che si vede, essere parte della sua personalità e come per ogni artista geniale che si rispetti, la sua grandiosità non si può solo che ricercare nella sua essenza, nell’invischiamento personale, nel semplice fatto del creare qualcosa di assolutamente suo.

 

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Manuela Agostini
Manuela Agostini

Dott.ssa in Psicologia della salute clinica e di comunità

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