Il Disturbo Ossessivo Compulsivo al Congresso SOPSI 2014

Congresso SOPSI 2014 - Report dal Simposio: La Complessità dell'inquadramento e del trattamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo nelle età della vita.

ID Articolo: 39710 - Pubblicato il: 13 febbraio 2014
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SOPSI 2014

Report dal Simposio:

La Complessità dell’inquadramento e del trattamento del DOC nelle età della vita

 

 

SOPSI 2014 - Simposio sul Disturbo Ossessivo CompulsivoSimposio sul disturbo ossessivo compulsivo al diciottesimo Congresso della Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI) 2014. Quattro relatori, tra cui uno psicoterapeuta cognitivo, Francesco Mancini, che dialoga con tre psichiatri d’impostazione farmacologica: Umberto Albert (Responsabile della Segreteria Scientifica del congresso), Donatella Marazziti e Antonio Tundo. Mentre aspetto che inizino le relazioni penso che sarà interessante vedere come interagiranno questi clinici di differente formazione.

Comincia Mancini, che espone il suo noto modello cognitivo dell’ossessività. L’esposizione è particolarmente sintetica e stringata e consente di avere una visione chiara. Mancini dapprima insiste sulle componenti intenzionali e cognitive del disturbo ovvero sulla possibilità che i sintomi ossessivi dipendano da pensieri espliciti, poi conferma che l’ossessività dipende da pensieri di colpa e disgusto e infine riflette sul rapporto tra questi due domini emotivi.

Il disgusto sembra giocare un ruolo prevalente sull’ossessivo schiavo del lavaggio, il cosiddetto washer. Tuttavia Mancini riesce a ricondurre anche quest’area sintomatologica alla colpa, riportando dati che correlano il senso di disgusto verso se stessi alla colpa morale.

Impressiona sapere da studi sperimentali come persone oppresse da un senso di colpa –anche non ossessivo- provino sollievo lavandosi le mani; una sorta di conferma delle basi cognitive dell’atto di Pilato.

SITCC 2012 – Disgusto e Colpa nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo. - Immagine: © olly - Fotolia.com

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Mancini prosegue distinguendo colpa altruistica (il timore di aver recato danno) e colpa deontologica (il timore di aver violato una norma morale) e connettendo l’ossessività e il disgusto soprattutto alla colpa deontologica. Infine conclude con i suoi noti studi sulle immagini cerebrali che dimostrano come la colpa deontologica, connessa al disgusto e all’ossessività, abbia una localizzazione neurologica diversa dalla colpa altruistica, essendo posizionata nell’insula e non nelle aree corticali; il che ne conferma la natura più arcaica in termini di evoluzione cerebrale.

Dopo Mancini tocca ad Albert, che espone interessanti dati sulla familiarità dell’ossessività. Insomma, i parenti di pazienti ossessivi sono a loro volta significativamente più ossessivi della popolazione generale. Se questo abbia base genetica o ambientale rimane senza risposta, se non il solito buon senso (sia pure scientificamente corroborato) che suddivide la responsabilità tra i due fattori. È un eterno dilemma e un eterno compromesso.

La relazione della Marazziti è dedicata al livello di consapevolezza di questi ossessivi. In che misura queste persone si rendono conto dell’irrazionalità dei loro timori? La risposta è difficile. Naturalmente i pazienti più gravi, quelli che sono in cura più per pressioni esterne che per convinzione interiore, mostrano un basso grado di consapevolezza. E probabilmente, dal suo punto di vista psichiatrico, la Marazziti ha a che fare soprattutto con questo tipo di pazienti.

Messaggio pubblicitario Il quadro è più ambiguo per il paziente che ha consapevolmente scelto una psicoterapia, che inevitabilmente sarà più motivato e conscio della natura psicologica del suo problema. È però vero che questi pazienti anche quando hanno scelto autonomamente la psicoterapia mostrano una forte difficoltà a distaccarsi dai propri pensieri ossessivi, mostrando quindi di crederci molto, di prenderli per veri e buoni. Insomma, dice la Marazziti, si tratta di pazienti con scarsa consapevolezza.

Per ultimo Tundo espone i dati di uno studio, condotto insieme a Mancini, di efficacia della psicoterapia cognitiva su pazienti in comorbilità ossessiva e psicotica. Una popolazione apparentemente poco adatta alla psicoterapia, nonché particolarmente sofferente.

Ma i dati di Tundo sono positivi e incoraggianti e stimolano l’introduzione sempre più massici di trattamenti psicoterapeutici nella pratica psichiatrica.

Forse questa è la risposta alla mia domanda iniziale: come interagiscono psichiatri e psicoterapeuti cognitivi? Al loro meglio, unendo le loro forze.

 

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