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I paradigmi sperimentali nelle ricerche sullo schema corporeo

Schema corporeo: la rappresentazione mentale del nostro corpo ci consente di compiere piccoli gesti come pettinarci o utilizzare correttamente le posate.

Di Redazione

Pubblicato il 07 Nov. 2013

Paola Alessandra Consoli.

 

“Io sento il mio io.

Mi pare di conoscerlo meglio degli altri.

Ne sono sicuro”.

Peccarisi Luciano, Riflessioni sulla mente, 2010

Schema corporeo . - Immagine: ©-dimdimich-Fotolia.comSchema corporeo: la rappresentazione mentale del nostro corpo ci consente, continuamente, di compiere piccoli o grandi gesti, come pettinarci, utilizzare correttamente le posate, o utilizzare gli strumenti del nostro lavoro.

Solo quando questi comportamenti, che diamo per scontati, sono disturbati da una patologia, ci rendiamo conto di quanto siano importanti nella nostra vita.

I disturbi della rappresentazione corporea si possono manifestare in patologie psicologiche e psichiatriche, ma molto più spesso come conseguenza di patologie neurologiche (lesione cerebrale o lesione periferica, epilessia, ictus, emicrania). Nel primo caso si parla di “interruzione dell’immagine del corpo”, nel secondo di “disturbi dello schema corporeo” (Vignemont, 2010).

Il protagonista del funzionamento di una corretta rappresentazione corporea è il lobo parietale, ritenuto responsabile dell’organizzazione di tutte le aree sensomotorie e connesso con l’orientamento nello spazio. Gli studi sulla somatotopia hanno permesso di predisporre mappe della corteccia cerebrale per cui ad “ogni punto della superficie cutanea corrisponde un punto di massima eccitabilità corticale” (Benedetti, 1969, p.467).

Non si tratta di una rappresentazione punto per punto, perché ogni punto eccitabile della cute corrisponde a una superficie di diversi millimetri del giro post-centrale e alcune regioni del corpo (labbra, dita) sono rappresentate da superfici più vaste della corteccia rispetto ad altre. Questi recettori periferici, oltre alla percezione tattile, hanno un ruolo importante nell’orientamento spaziale. Il lobo parietale ha diverse funzioni, distinte ma correlate fra loro: la percezione tattile, la percezione del proprio corpo (somatognosia), la percezione dello spazio (gnosia spaziale), l’organizzazione superiore dei movimenti (prassia) (Benedetti, 1969).

La ricerca neuropsicologica moderna impiega paradigmi sperimentali differenti e forse stravaganti per comprendere le modalità di funzionamento della nostra corteccia cerebrale quando viene eccitata da uno stimolo tattile.

I risultati ottenuti suggeriscono che l’illusione di essere toccati in un punto del corpo impegna la stessa area del cervello che avrebbe risposto se quella parte del corpo fosse stata effettivamente toccata e illuminano la strada a chi si occupa di riabilitazione neuropsicologica per pazienti amputati o con diagnosi di disturbo della rappresentazione corporea.

Le informazioni sensoriali e propriocettive che riceviamo dall’esterno e dall’interno del corpo sono molteplici, convergenti e ridondanti. Spesso non è facile discriminare quale sia il contributo di un senso o di un altro perché il nostro cervello compie continuamente un lavoro di integrazione sensoriale. La multisensorialità e le sue conseguenze sulla rappresentazione del corpo possono essere analizzate creando situazioni sperimentali in cui un’informazione sensoriale è in contrasto con un’altra.

Un soggetto sottoposto all’esperimento della mano di gomma (Rubber Hand Illusion, RHI) viene ingannato quando ha la percezione di un tocco applicato su una mano di gomma posta di fronte a lui.

Nel paradigma RHI, i partecipanti siedono con il braccio sinistro a riposo su un tavolo, nascosto alla vista da un paravento. Viene chiesto loro di fissare visivamente una mano di gomma posta di fronte al soggetto, nella stessa posizione del braccio reale, e lo sperimentatore, con l’aiuto di due pennelli, toccherà ripetutamente e contemporaneamente la mano del partecipante e la mano finta.

Dopo poco tempo, la maggior parte dei partecipanti sentirà il tocco nello stesso posto in cui è stata toccata la mano di gomma e alcuni percepiranno questa mano finta come propria (Kammers et al., 2010).

L’effetto dell’illusione è ridotto quando la postura o la lateralità della mano di gomma è incongruente con la mano reale nascosta dietro il paravento e scompare se la mano di gomma è ruotata di 90° rispetto alla mano del partecipante (Pavani et al., 2000).

La somiglianza tra la mano reale e quella fittizia non influenza la RHI, ma lo stesso non si può dire di una precedente esperienza. Questo dimostra che l’integrazione sensoriale che conduce alla rappresentazione del nostro corpo non è sufficiente a generare la RHI, ma quest’ultima avviene a dispetto di un preesistente senso di auto-attribuzione del corpo (Gallese, Sinigaglia, 2010).

L’integrazione fra le informazioni propriocettive, motorie e visive è disturbata dalla vista della mano di gomma e dall’apparente assenza della propria mano reale. La corteccia premotoria, che ha la funzione di definire l’appartenenza dei propri arti, si fa ingannare perché è portata ad integrare le informazioni che riesce a vedere. In questo caso l’informazione visiva è più potente di quella tattile.

Questo paradigma si basa sull’opportunità quotidiana di poter raccogliere informazioni visive e tattili concorrenti durante la manipolazione di oggetti. Se queste informazioni vengono elaborate in strutture cerebrali diverse, la visualizzazione di una parte del corpo accelera l’elaborazione tattile.

Diverse ricerche hanno dimostrato che l’acuità tattile migliora quando i pazienti vedono stimolare il loro braccio, realizzando un rinforzo visivo del tatto (visual enhancement of touch) (Serino, 2010).

La visualizzazione dell’arto (reale, protesico o mano di gomma) influisce sull’attività della corteccia somatosensoriale, inducendo una rinnovata attività neurale mediante un circuito di interneuroni responsabili del giudizio dell’acuità tattile. La visione contribuisce a definire meglio lo spazio del corpo a cui fa riferimento l’informazione tattile (Serino, 2010).

Lo svantaggio di questo paradigma è che si basa su una rappresentazione illusoria di una mano di gomma statica che non può essere incorporata nello schema corporeo del soggetto proprio per la sua immobilità. I partecipanti a cui si richiede una risposta motoria, perdono immediatamente l’illusione della mano di gomma tornando alla rappresentazione della mano reale (Newport et al., 2010).

Una ricerca interessante è stata condotta da Kammers e coll. (2010) e ha coinvolto 11 studenti universitari che non conoscevano l’esperimento. Per la prima volta si è studiato l’effetto della RHI sui parametri cinematici del movimento di afferrare. I partecipanti erano posti di fronte ad un tavolo alto e indossavano un grande grembiule nero per nascondere le braccia alla loro stessa vista. Il braccio destro era posto nello scomparto inferiore di un dispositivo di legno che conteneva, nello scomparto superiore, la mano di gomma, nella stessa posizione della mano reale.

La RHI veniva indotta da carezze simultanee su pollice e indice della mano reale e contemporaneamente su quella di gomma. Si chiedeva poi ai partecipanti di prendere, in un unico movimento, un piccolo cilindro posto di fronte al dispositivo e nel frattempo si registravano i movimenti della mano destra reale.

Si è verificato che gli studenti avviavano il movimento con la stessa apertura della mano di gomma e se questa non era sufficiente per afferrare il cilindro o la posizione non era corretta, il programma motorio avviato dalla mano reale conduceva al fallimento del compito, a causa di un errore di puntamento. L’errore accadeva più frequentemente se la consegna prevedeva di svolgere il compito ad occhi aperti. Questo succede perché il cervello “si fida” maggiormente di ciò che vede, quindi dell’informazione visiva, rispetto a quella propriocettiva (posizione di partenza, configurazione della mano), ma in questo esperimento la vista si fa ingannare dalla mano di gomma.

Un paradigma davvero curioso è quello del coniglio cutaneo. Applicando colpetti sequenziali prima in una posizione, poi in un’altra del braccio, con vibrazioni puntuali alla giusta frequenza e distanza, si crea l’illusione somatosensoriale di un piccolo coniglio che salta sulla pelle.

Applicando 5 brevi impulsi della durata di 2 msec ciascuno ad intervalli di 40-80 msec sul polso e poi, senza interruzione, gli stessi a 10 cm di distanza dalla prima applicazione e ancora 5 a 10 cm dalla seconda applicazione, i colpetti successivi non si sentiranno solo nei tre posti in cui sono stati somministrati, ma anche in posizioni intermedie, in maniera uniforme, dando la sensazione di un piccolo coniglio che saltella dal polso al gomito. Applicando solo 4 impulsi sulle 3 posizioni si ha una minore distinzione del coniglio illusorio, che scompare del tutto se si applicano solo 3 impulsi (Sherrick, Geldard, 1972).

Il coniglio cutaneo illusorio (cutaneous rabbit) non attraversa la linea mediana del corpo e sembra attribuibile all’attività somatotopica in S1 (corteccia primaria somatosensoriale), che corrisponde al sito di pelle in cui la sensazione illusoria si è verificata. Il “coniglio cutaneo” può anche saltare su un bastone tenuto tra le dita del soggetto esaminato, a dimostrazione che l’oggetto può essere incorporato nello schema corporeo e che quest’ultimo è dinamico e adattabile agli strumenti abitualmente utilizzati dall’individuo, anche se, ovviamente, lo strumento manca di una specifica zona reattiva in S1, che risulterebbe quindi dotata di una plasticità transitoria (Miyazaki et al., 2010).

La ricerca di Miyazaki e coll. (2010) ha coinvolto 8 soggetti con nessuna conoscenza pregressa dell’esperimento. Gli studi con fMRI hanno dimostrato un coinvolgimento delle aree premotoria e prefrontale nella rappresentazione dell’oggetto inclusa nella rappresentazione corporea.

La percezione della forma del corpo può essere modificata sperimentalmente utilizzando l’illusione di Pinocchio. I fusi neuromuscolari sono recettori propriocettivi, posti nei muscoli striati volontari; forniscono informazioni sulla variazione di lunghezza dei muscoli. E’ possibile attivarli sperimentalmente stimolando il tendine con uno stimolo vibratorio. Applicando questa stimolazione al bicipite, la percezione sarà quella di una estensione del braccio, anche se il braccio rimane fermo. Se questo viene stimolato mentre contemporaneamente le dita dello stesso braccio tengono la punta del naso, si produce una condizione paradossale: percepiamo il braccio che si prolunga, la mano si allontana dalla faccia e il naso si allunga fino a 30 cm (Medina, 2010).

In questo caso, contrariamente al paradigma della mano di gomma, l’informazione tattile si integra con l’informazione vestibolare per sovrastare l’informazione visiva e creare l’illusione di allungamento (Lackner, 1988).

L’illusione di Pinocchio costituisce la soluzione di un conflitto sensomotorio: la vibrazione crea l’illusione di allungamento del braccio, ma essendo la mano in contatto con il naso, anche quest’ultimo sembrerà in movimento. Visto che la testa e il corpo sono stazionari, sembrerà che sia il naso a muoversi, crescendo in lunghezza. Le parti del corpo vengono rappresentate nel loro rapporto reciproco e questa rappresentazione è il risultato delle numerose informazioni sensoriali che provengono dal corpo e sono integrate in un tutto funzionale (Vignemont, 2005).

Una variante di questo esperimento è stata proposta da Ehrsson (2005): si è chiesto ad una giovane donna di porre le mani sui fianchi mentre le venivano somministrati rapidi impulsi sul tendine del polso, creando la sensazione che le mani si curvavano verso l’interno. Allo stesso tempo, la donna sentiva la vita e i fianchi restringersi di diversi centimetri per circa 30 sec.

Lo stesso Ehrsson ha sottoposto 24 persone a questo esperimento durante una fMRI e ha verificato un’attivazione parietale tanto maggiore quanto minore è la circonferenza illusoria della vita. L’esperimento può essere ripetuto quante volte sono necessarie per la rilevazione della fMRI, poiché l’illusione di restringimento della vita si manifesta ogni volta che sono applicati gli impulsi.

La plasticità cerebrale, con le sue infinite possibilità di recupero, parziale o totale, da una lesione, consente di mettere in dubbio l’assoluta somatotopia descritta negli ultimi decenni. Il corpo rappresentato nel cervello potrebbe non essere perfettamente isomorfo al corpo reale.

Fino a quando queste infinite opportunità di rappresentazione corporea non saranno scoperte e fino a quando le tecniche riabilitative non avranno raggiunto l’eccellenza nella possibilità di guarigione di un paziente, potremo avere il ragionevole dubbio di possedere non uno ma diversi “corpi nel cervello”.

 

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