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Il sogno necessario. Nuove teorie e tecniche dell’interpretazione in psicoanalisi – RECENSIONE –

Recensione de Il Sogno Necessario. Tecniche di Interpretazione in Psicoanalisi. Di Giuseppe Civitarese, per Franco Angeli Editore.

Di Redazione

Pubblicato il 10 Lug. 2013

Francesco Capello Ph.D.
University of Kent.

RECENSIONE

Il sogno necessario

Nuove teorie e tecniche dell’interpretazione in psicoanalisi.

di Giuseppe Civitarese

 

Il sogno necessario. Nuove teorie e tecniche di interpretazione psicoanalitica. di Giuseppe CivitareseFin dalle prime pagine il territorio del sogno appare quindi individuato da coordinate assai diverse da quelle del “deposito di detriti” della vita psichica in cui si è trovato a lungo costretto, sia pure in posizione di privilegio (la ben nota “via regia all’inconscio”); i sogni abbandonano infatti il ruolo di prodotti pur utili al lavoro dell’analista ma essenzialmente “di scarto” per assumere sempre più quello di funzione centrale, viva e vitale della mente umana, e perciò anche dell’analisi – di fatto, una funzione necessaria perché una mente possa compiutamente esistere.

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Nel loro secolo abbondante di vita, psicoanalisi e cinema sono stati spesso uniti in una sorta di gemellaggio. Tradizionalmente se ne sono sottolineati la comune età anagrafica, il ruolo ad un tempo sovversivo e propulsivo all’interno della cultura del Novecento e anche alcune immagini-chiave condivise, a partire da quelle cardine (abbondantemente rivisitate e risignificate) di ‘proiezione’ e ‘schermo’.

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Ad apparentarli geneticamente è comunque, risalendo alle radici, il loro essere entrambi a diverso titolo creature della modernità – ossia, non solo di un progresso scientifico e tecnologico straordinariamente rapido, ma anche (soprattutto, forse) del dato grezzo di una radicale frattura di ordine culturale, epistemologico, sociale, politico ed economico.

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Di una frattura storica, insomma – e varrà la pena ricordare che, già per il Bloch dell’Apologia della storia, i dati storici sono per definizione anche psicologici. Fu peraltro, quella del trapasso nell’epoca nuova, una discontinuità tanto marcata che un’intera cultura venne perentoriamente chiamata a darvi significato. Facendo nostra la traccia teorica indicata da Civitarese in questo suo nuovo volume saremmo allora tentati di riconoscere, nella psicoanalisi come nel cinema, due esemplari “sogni del moderno”: e questo perché, fatte salve le diverse specificità, entrambi costituiscono al pari dei sogni non solo una modalità creativa di rappresentazione di un reale potenzialmente critico o minaccioso (sarà un caso che la prima storica proiezione dei Lumière di un treno in corsa seminasse il panico tra gli spettatori?), ma prima ancora il tentativo di creare per esso una cornice di senso precisamente a partire dalla sua “messa in rappresentabilità”.

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È a mio parere soprattutto questa consanguineità nel segno dell’onirico a suggerire a Civitarese il fitto intreccio di film e discorso psicoanalitico che, capitolo dopo capitolo, percorre il libro quasi per intero: un’impressione in certo modo confortata dall’accostamento delle due citazioni in epigrafe – la prima di Simic, che definisce i sogni ‘film della mia vita’, e la seconda di Bion, che del sogno mette in luce la funzione più profonda: non già di censoria copertura bensì di produzione e semmai di scopert(ur)a in fieri del senso.

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Fin dalle prime pagine il territorio del sogno appare quindi individuato da coordinate assai diverse da quelle del “deposito di detriti” della vita psichica in cui si è trovato a lungo costretto, sia pure in posizione di privilegio (la ben nota “via regia all’inconscio”); nel tragitto percorso da Civitarese attraverso l’opera di Freud, Klein, Bion, Meltzer, Ogden e Ferro, con incursioni più brevi in quella di John Steiner e Masud Khan, i sogni abbandonano infatti il ruolo di prodotti pur utili al lavoro dell’analista ma essenzialmente “di scarto” per assumere sempre più quello di funzione centrale, viva e vitale della mente umana, e perciò anche dell’analisi – di fatto, una funzione necessaria perché una mente possa compiutamente esistere.

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Questo rovesciamento di prospettiva non va letto, è importante sottolinearlo, come mera presa di distanze dalla posizione freudiana: la sua natura è piuttosto quella di un gesto dialettico generativo.

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Nel portare l’attenzione sulla dialettica, Leitmotiv dichiarato nel capitolo dedicato a Ogden ma più sfumatamente al centro e in atto nell’intero volume, intendo soprattutto sottolineare il particolare vertice che caratterizza l’accostarsi di Civitarese a Freud e in generale all’edificio teorico psicoanalitico: ciò che si incontra nelle sue riletture, così come nelle proposte teoriche originali, non è infatti un’“ablazione” delle figure parentali psicoanalitiche, ma si propone come costruzione rivendicatamente ibrida (sintesi, più che antitesi) in cui anche il paradigma freudiano classico trova il suo posto – non più, però, come cornice unica ed esaustiva, ma come parte di un quadro teorico-clinico più ampio e dai margini costantemente rinegoziati. (Si legga ad esempio, nel quinto capitolo, il contrappunto “freudiano” a un Meltzer percepito a tratti come eccessivamente rigido nella sua critica all’Interpretazione dei sogni).

Al pari del trattamento, dunque, anche la teoria psicoanalitica procede qui nella direzione di un’espansione del senso non necessariamente rettilinea e certamente non teleologica. Ci si trova in sostanza, rispetto agli autori affrontati, in una disposizione dialogica non troppo diversa da quella che Ogden chiama, a proposito dei suoi stessi saggi critici, ‘lettura creativa’.

Per Civitarese, che in questo segue e rilancia sulla lezione di Bion – ma per alcuni aspetti già di Ferenczi – il sogno non va inteso, o almeno non primariamente, come semplice scarica evacuativa della psiche, come appagamento criptato di un desiderio infantile, o ancora come guardiano notturno, oltre che del sonno, di un contenuto ideativo inconscio ben definito per quanto sepolto in recessi della psiche individuabili solo per via indiretta.

Il sognare è invece una funzione mentale attiva (pur se in diversa modalità) anche durante la veglia e per nulla ancillare rispetto al pensiero, del quale costituisce anzi l’indispensabile sostrato. I sogni che continuamente facciamo sono infatti il ponte fondamentale tra il grado zero del puro esistere e della corporeità (bionianamente, di O) e l’ordine del simbolico – e a transitare questo ponte sono le emozioni, che proprio attraverso le diverse tappe della loro elaborazione onirica diventano via via esperibili, fatte proprie, rappresentabili anche a livello cosciente e fertili di pensiero. In altre parole il sogno rimane anche in questo quadro una “via regia” all’inconscio, ma non tanto nella misura in cui fornisce indizi riguardanti precisi desideri rimossi, quanto per la sua maggiore prossimità (rispetto al modus logico-razionale e astratto del pensiero) al nucleo corporeo ed emotivo della realtà del soggetto nell’hic et nunc (anche, ma non solo, della relazione analitica). Detta ancora altrimenti: la funzione-sogno, creando attraverso la continua elaborazione del flusso delle emozioni una giuntura tra il corpo e la mente, è di fatto una via regia alla realtà – definita quest’ultima da Civitarese come la porzione del nudo reale che ciascuno di noi riesce a fingere: il mondo in cui ciascuno di noi sente di vivere, insomma.

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Della teoria bioniana del sogno che costituice il pilastro portante del volume Civitarese non si limita a offrire un’esposizione aggiornata fino ai più recenti sviluppi di Ogden e Ferro, ma procede a esplorare le implicazioni in sede tecnica e a livello di concettualizzazione della psicopatologia. Rispetto al ruolo e alla funzione dell’interpretazione, ad esempio, il vertice si sposta decisamente (per seguire l’efficace formulazione della quarta di copertina) da un lavoro sui sogni a un lavoro con i sogni – ciò che significa, per l’analista che porge un’interpretazione al paziente, soprassedere rispetto all’idea (dal doppiofondo narcisistico e autorassicurante) di potergli fornire pronta all’uso la chiave di lettura univoca del significato inconscio dei sogni portati in seduta o di qualsiasi altra sua comunicazione, mirando piuttosto a metterlo in contatto momento per momento con la realtà emotiva incarnata nel suo sognare nella misura in cui egli è in grado di divenirlo in quel preciso frangente. La scintilla del senso scocca infatti non da un disvelamento ex cathedra di contenuti segreti, bensì dal contatto tra la mente e le emozioni che il lavoro analitico tende a favorire attraverso una “sintonizzazione” creata in prima istanza nel campo della relazione analista-paziente (e modulata soprattutto dall’analista), e poi sperabilmente introiettata nel tempo dal paziente come funzione autonoma della propria mente. In altre parole, il lavoro interpretativo non si propone in questo quadro di offrire al paziente il “pesce” del significato, ma di costruire o potenziare a partire dal materiale (insieme narrativo ed emotivo) da lui messo a disposizione la “canna da pesca” con cui potrà prendersi cura da sé della sua fame di senso – e andrà segnalato che, in quest’ottica di co-costruzione radicalmente intersoggettiva, tanto la fattura della canna quanto gli eventuali “trucchi del mestiere” per usarla saranno inevitabilmente legati anche alla persona e allo stile dell’analista: al modo peculiare in cui egli per primo accede alla corporeità e alle emozioni proprie così come a quelle che prendono vita all’interno del campo. Naturale corollario di quanto appena detto è che, nella stanza di analisi ma già al principio della vita e durante l’accudimento, la nascita o la crescita di una mente sono possibili solo a patto che un’altra mente, già in grado di sognare e pensare, si metta a disposizione della prima: ciò che fa della vita psichica una realtà ontologicamente sociale.

È questo un postulato centrale su cui Civitarese torna a più riprese e da molteplici punti di vista: da un lato chiamando il pensiero dei suoi autori a interagire con questa specifica angolatura teorica (particolarmente interessanti le osservazioni sulla Klein, qui presentata come anello di congiunzione tra il modello unipersonale e quello intersoggettivo), dall’altro mostrando le implicazioni filosofiche del problema dell’ontogenesi umana risalendo fino a Hegel e alla rivisitazione fattane da Kojève, il cui splendido aforisma citato nel capitolo su Ogden si presta a riassumere uno dei cardini di questo libro produttivamente multifocale e più in generale di molta psicoanalisi contemporanea: ‘occorre essere almeno in due per essere umano’.

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CRITICA PSICOANALITICA – PSICOANALISI – RIMOZIONE

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BIBLIOGRAFIA:

 

L’AUTORE:  Dr. Francesco Capello. Lecturer in Italian, University of Kent   – Torna all’inizio dell’articolo

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