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Gli Imperativi delle Pretese: Evitare di Complicarsi la Vita

Pretese: prospettiva egocentrica che non tiene conto della libera opportunità delle persone di essere in modo diverso da come noi le vorremmo

Di Gabriele Caselli

Pubblicato il 09 Gen. 2013

 

Gli imperativi delle Pretese- evitare di complicarsi la vita. - Immagine:© Minerva Studio - Fotolia.com LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO

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Questa prospettiva egocentrica non tiene conto della libera opportunità delle persone di essere in modo diverso da come noi le vorremmo o le pensiamo e può giustificare un tentativo di imposizione, anche violenta.

In precedenti articoli abbiamo definito le pretese e poi abbiamo cercato di descriverle in relazione alla loro natura nel processo evolutivo dell’individuo.

Ricordiamo brevemente che la pretesa implica (1) la presenza di regole o imperativi rigidi, assoluti e universali e (2) l’idea che ogni persona (o anche che il mondo in generale) debba assolutamente rispettarli (es: nessuno si deve permettere di mettere ostacoli tra me e il mio obiettivo, nessuno si deve permettere di criticarmi pubblicamente, le persone devono essere sempre presenti e attente ai miei bisogni).

Il punto vulnerabile di questa prospettiva è confondere una preferenza personale, più o meno rilevante, con un imperativo, aspettativa o norma che valga in termini assoluti. Questa prospettiva egocentrica non tiene conto della libera opportunità delle persone di essere in modo diverso da come noi le vorremmo o le pensiamo e può giustificare un tentativo di imposizione, anche violenta.

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Adesso proviamo a fare il punto su quali possono essere le conseguenze di un tema pretenzioso.

1. Innanzitutto l’incapacità di tollerare la frustrazione ci rende schiavi del momento presente. Raggiungere obiettivi a lungo termine richiede sofferenza, sacrificio e fatica. La pretesa può rendere incapaci di ritardare un premio o anche solo di sostenere le innumerevoli volte in cui un risultato non giunge nei tempi e nei modi che ci attendevamo.

2. La pretesa è un piano rabbioso che ci tiene con la fronte corrucciata, porta a ruminare sul comportamento corretto e rispettoso che gli altri ci hanno negato, a esprimere giudizi di valore. E in questa richiesta (più o meno silente) noi siamo bloccati nella rabbia. E la rabbia è un emozione negativa, di lotta contro un avversario. E stare in lotta corrode le nostre energie e il nostro benessere.

3. Quando questa rabbia non è silente e ruminante può diventare esplosiva e dirompente. Possiamo attaccare verbalmente o fisicamente le altre persone, ferirle, distruggere i rapporti. Talvolta questo è l’esito di una rabbia a lungo covata, l’impulso improvviso di chi soffre a tal punto da non poter contemplare, neppure per un attimo, il dolore senza versarlo in furia.

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4. Nel rapporto con gli altri la pretesa ci danneggia in diversi modi. Innanzitutto, può far sentire le persone ‘costrette’ (non sono libero di essere come voglio)  o esposte al rischio di biasimo e disprezzo (con lui mi sento sempre inadeguato). I pretenziosi hanno molte richieste, spesso implicite, e sono severi. Questo può indurre gli altri a una ribellione impulsiva per affermare il proprio diritto al libero pensiero oppure a sottomettersi o semplicemente ad allontanarsi. Tutte e tre le reazioni costruiscono relazioni problematiche, da quelle tempestose a quelle devitalizzate.

5. La pretesa blocca, nel senso che ostacola la produzione di alternative e la flessibilità dell’individuo. Se gli altri devono assolutamente qualcosa, allora questa è l’unica possibilità. Ogni altra soluzione diversa è scartata o non contemplata. L’uomo si trasforma in un rigido automa programmato da regole e incapace di mettere in discussione critica. E quando è frustrato gli resta sempre e solo la stessa carta: cercare di ripristinare e imporre il giusto dovere. La pretesa ostacola la capacità di disingaggiarsi dai propri scopi e esplorare nuovi modi per avvicinarsi all’orizzonte dei propri valori, che non implichino il tentativo atti di imposizione o violenza.

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In una vita in cui possiamo solo fare il massimo con i limiti e le risorse che ci vengono concessi, questo genere di  flessibilità ci aiuta a non chiudere il nostro percorso ai primi muri che l’esistenza ci offre. A riconoscere che non siamo onnipotenti. A vederci come esseri che possono muoversi splendidamente nel mondo nonostante i propri limiti, anzi forse anche proprio perché limitati. Stare fermi a guardare è difficile e doloroso ma così possiamo valutare altre possibilità, per esempio una lenta costruzione piuttosto che una feroce guerra.

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Gabriele Caselli
Gabriele Caselli

Direttore scientifico Gruppo Studi Cognitivi, Professore di Psicologia Clinica presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna

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