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La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) ha Bisogno della Ricerca

Terapia Cognitivo-Comportamentale : ricerca con verifica empirica, metodologicamente rigorosa, dei trial randomizzati e controllati.

Di Redazione

Pubblicato il 29 Gen. 2013

Aggiornato il 07 Feb. 2013 19:18

di Carmelo La Mela

Psichiatra, Psicoterapeuta  

Scuola Cognitiva di Firenze

 

La Terapia Cognitiva ha Bisogno della Ricerca. -Immagine: © Steve Young - Fotolia.com

Il gruppo di ricerca della Scuola Cognitiva di Firenze da anni si interessa allo studio delle variabili collegate all’esito della Terapia Cognitivo-Comportamentale nei vari quadri sindromici di DA. Attualmente è in atto uno studio mirato ad indagare gli aspetti di personalità e gli schemi centrali correlati a questi disturbi. Per questo scopo stiamo lavorando alla validazione, nella popolazione sana, di uno strumento utilizzato per esplorare gli schemi centrali.

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La Terapia Cognitivo-Comportamentale (Terapia Cognitivo-Comportamentale) è una terapia di indiscussa efficacia per i disturbi psicopatologici di asse I, che ha vinto la sfida con le altre forme di psicoterapia per essere stata la prima ad accettare di misurarsi con la verifica empirica, metodologicamente rigorosa, dei trial di ricerca randomizzati e controllati.

PARTECIPA ALLA RICERCA! (TUTTI I DATI SONO RACCOLTI IN FORMA ANONIMA)

Questa originaria scelta della Terapia Cognitivo-Comportamentale di posizionarsi nel campo delle scienze, ha caratterizzato tutta l’evoluzione di questo approccio. Di ciò ne è  ultima conferma il recente articolo sull’efficacia della Terapia Cognitivo-Comportamentale nella depressione resistente, apparso sul numero di dicembre 2012 della rivista  “The Lancet”, rivista che insieme a “Science” e “Nature” rappresenta un punto di riferimento assoluto per la comunità scientifica. Ulteriore conferma è il crescente interesse verso la Terapia Cognitivo-Comportamentale anche di quella parte  della psichiatria biologicamente orientata, che ha visto spesso solo nel trattamento farmacologico una risposta scientificamente fondata alle sindromi psicopatologiche.

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Le formulazioni cognitivo-comportamentali standard hanno enfatizzato il ruolo di due livelli di rappresentazioni cognitive, quello dei pensieri automatici negativi che sono in gran parte cognizioni immediate consce e quello degli schemi sottostanti. Gli schemi cognitivi sono solitamente definiti come “ una struttura mentale formata da domini di conoscenza immagazzinati che interagiscono nell’elaborazione di nuove informazioni” (Williams, 1987), un filtro mentale, insomma, attraverso il quale elaboriamo il significato che attribuiamo alle nostre nuove esperienze.

Recentemente questa primitiva definizione è stata modificata e ampliata (Beck, 1996)  in un modello che considera gli schemi come strutture multimodali, che rappresentano molto di più di una singola credenza. Uno schema, secondo queste proposte, è una struttura di conoscenza organizzata da significati fisici, emozionali, verbali, visivi, tattili, cenestesici. Questi aspetti interagiscono per integrare di esperienze somatopercettive ed emotive lo schema cognitivo.

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Tradizionalmente la Terapia Cognitivo-Comportamentale, riconosce il suo obiettivo nell’identificare e modificare gli schemi disfunzionali che sono alla base del disturbo e i fattori cognitivi e comportamentali che mantengono in atto il funzionamento patologico.

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Nel caso dei Disturbi dell’Alimentazione (DA) questi schemi vengono  identificati coi livelli di cognizione più prossimali alla dimensione psicopatologica e sintomatica del disturbo, e coinvolgono primariamente credenze focalizzate sul peso, la forma del corpo e l’alimentazione.

Lo stato attuale dei modelli cognitivo-comportamentale sviluppati per  la comprensione dei meccanismi psicopatologici alla base dei DA, così come proposti da Fairnburn, mostra come ci sia un certo numero di dimensioni psicologiche ed interpersonali  che sfuggono all’attenzione di questi modelli e  che  non vengono presi in considerazione dagli interventi terapeutici che ne derivano.

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Malgrado l’indiscusso successo del protocollo proposto da Fairnburn, gli studi di esito e sui fattori coinvolti nei drop-out,  indicano che nel trattamento dei DA, la percentuale di coloro che non rispondono agli attuali protocolli oscilla intorno al 60%.

Questi dati hanno indirizzato un filone di indagine, verso lo studio del funzionamento mentale dei soggetti affetti da DA, non solo relativo al piano psicopatologico ma anche allo studio di quegli schemi centrali,  più vicini all’assetto della personalità premorbosa, che possono rappresentare il livello di vulnerabilità personologica allo scompenso sintomatico.

La ricerca recentemente ha supportato l’ipotesi che la comprensione del ruolo di schemi gerarchicamente più centrali e nucleari nell’assetto di personalità dei soggetti affetti da DA, possa rappresentare un ulteriore livello di intervento psicoterapico che potrebbe permettere di affrontare in maniera più adeguata quei casi complessi che sfuggono all’efficacia dell’intervento Terapia Cognitivo-Comportamentale standard (Waller, 2007).

Negli ultimi anni le ricerche in questo campo, hanno aumentato le conoscenze su questi schemi centrali, permettendo di ipotizzare modelli esplicativi più articolati e rispondenti ai quesiti posti dagli studi  sul drop-out ed sugli esiti negativi  della Terapia Cognitivo-Comportamentale, e rappresentando un piano di intervento ulteriore, utile per affrontare i casi in cui si manifesti una mancanza di efficacia terapeutica.

L’attenzione a questo livello più profondo di schemi, permette di comprendere meglio gli schemi centrali alla base dell’immagine di sé e della modalità di costruzione della relazione interpersonale dei soggetti con DA, dando senso a molte di quelle variabili psicologiche che sono state messe in luce dalle ricerche, come coinvolte nella psicologia di questi soggetti, senza però, spesso, riuscire a trovarne una correlazione significativa con la dimensione sintomatologica.

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Questo potrebbe rappresentare una delle spiegazioni del perché la ricerca si è spesso scontrata con dati contraddittori o non in linea con le attese fondate su osservazioni cliniche.

Una spiegazione di questa contradittorietà, può derivare dal diverso livello nell’organizzazione del funzionamento mentale di alcune variabili psicologiche e degli schemi ad esse connesse.

In una concettualizzazione di questo tipo, gli schemi centrali assumono il ruolo di dimensione di vulnerabilità cognitivo-emotiva premorbosa che permette di fare ipotesi riguardo al momento dello scompenso clinico, e ai significati che hanno determinato quella che viene definita una “invalidazione del sistema”.

Dati preliminari permettono di ipotizzare che la psicopatologia alimentare possa essere correlata direttamente a schemi, profondi e incondizionati, sul sé e sugli altri e non solo a credenze legate all’alimentazione, al peso e alla forma corporea.

Schemi inerenti a temi di imperfezione e vergogna, scarso senso di efficacia, sensitività interpersonale, alto criticismo, timore del giudizio e  sensibilità a vissuti di delusione sono principi organizzatori di un senso di sé che trova nel bisogno di controllo, alto perfezionismo, alessitimia, strategie compensative che diventano  gli elementi di una vulnerabilità ad eventi sociali e relazionali  e che possono portare allo scompenso sintomatologico.

L’attenzione alla definizione di questo livello più nucleare nel sistema di schemi e credenze, mira ad una comprensione del mondo interiore delle persone con DA, più approfondita  di quella articolata attorno alle preoccupazioni relative al peso, forma del corpo e al cibo.

Un lavoro basato sugli schemi centrali permetterebbe di affrontare il complesso sistema di convinzioni e difficoltà interpersonali che spesso contribuiscono alla cronicità e complessità di questi disturbi.

Il gruppo di ricerca della Scuola Cognitiva di Firenze da anni si interessa allo studio delle variabili collegate all’esito della Terapia Cognitivo-Comportamentale nei vari quadri sindromici di DA. Attualmente è in atto uno studio mirato ad indagare gli aspetti di personalità e gli schemi centrali correlati a questi disturbi. Per questo scopo stiamo lavorando alla validazione, nella popolazione sana, di uno strumento utilizzato per esplorare gli schemi centrali.

L’invito che rivolgo a tutti gli interessati ad aiutarci in questo studio è quello di rispondere ai 2 questionari che troverete collegandovi al LINK sottostante.

https://www.surveymonkey.com/s/YSQ-S3

Tutti i dati sono raccolti in forma anonima ai soli fini della ricerca scientifica.

Vi ringrazio per l’interesse che mostrerete. 

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