Storie di Terapie #3 – Andrea lo Sfortunato.

Caso clinico #3: Andrea, disoccupato di 39 anni, vive con la madre da cui dipende economicamente. Disturbo Paranoide, Ansia da separazione.

ID Articolo: 6816 - Pubblicato il: 12 marzo 2012
Messaggio pubblicitario SFU Magistrale
Condividi

 STORIE DI TERAPIE

Nei casi clinici che seguono, l’arrosto sostanzioso dei vari pazienti è condito con il sugo della fantasia, per rendere non identificabili le persone e la lettura più avvincente. Spesso ho condensato in un solo paziente più persone e, quasi sempre ci sono scappati pezzetti di me stesso.    Leggi l’introduzione    

 

#3 – Andrea lo Sfortunato

  • Storie di Terapie #3 - Andrea lo Sfortunato. - Immagine: © Giordano Aita - Fotolia.com Disturbo paranoide di personalità
  • Disturbo d’ansia di separazione

L’appostamento nei confronti di Andrea è durato alcuni anni. La necessità di una psicoterapia era avvertita dal fratellastro, mio amico e collega, ma in nessun modo da lui.

Il motivo della preoccupazione del fratello era il fatto che Andrea si fosse assestato in una convivenza con la madre settantacinquenne dalla quale dipendeva in tutto e per tutto, anche economicamente, non avendo da molto tempo un lavoro. Il tema del lavoro perduto, impossibile da trovare e non cercato sarà il filo conduttore del lavoro con Andrea.

Andrea non ha nessuna intenzione di andare in psicoterapia perché ritiene che non ci sia in lui nulla che non vada. Non lavora perché è stato sfortunato e perché lavorano solo i raccomandati. Sta con la mamma, che lo accudisce come un bambino di sei anni, perché lei è fatta così e le fa piacere farlo.

Andrea chiede spontaneamente aiuto in seguito a quella che, tecnicamente, si chiama una bouffee delirante acuta, che lo spaventa moltissimo e gli fa pensare di essere matto. L’episodio acuto si consuma in un tempo di circa tre giorni.

Storie di Terapie - © Athanasia Nomikou - Fotolia.com

Articolo consigliato: Storie di Terapie - Casi clinici di Psicoterapia

Il ragazzo, disoccupato, passa circa otto ore al giorno sul sito della sua squadra di calcio del cuore, la Juventus, dove partecipa a molteplici forum. Oltre che alle vicende sportive, Andrea è interessato e dà contributi sulla gestione economica della società, essendo laureato in economia. La discussione con i partecipanti al forum è accesa e Andrea totalmente assorbito da essa. La notte dorme solo poche ore per non staccarsi dal computer e, mentre mangia con la madre, si alza continuamente per seguire l’andamento del dibattito. Un giorno, un interlocutore scrive che “per partecipare al forum bisogna avere molto tempo a disposizione”; Andrea lo interpreta come un riferimento allusivo alla sua condizione di disoccupato. Ribatte che dovrebbero parlare di certi argomenti solo le persone con una competenza professionale nel campo. Il giorno successivo riceve una mail con una offerta di lavoro per venditore porta a porta di piccoli elettrodomestici. Il suo interlocutore è certamente andato su Internet e, trovato il suo curriculum, ha visto che è stato licenziato dall’ultima azienda e ora lo sbeffeggia dicendogli che è buono solo a fare il venditore ambulante. Passerà l’intera notte a togliere i suoi curricula da tutti i siti WEB delle società interinali cui lo aveva trasmesso. Il giorno successivo, un’altra mail lo informa che è stato sorteggiato come fortunato vincitore di un premio di centomila € messo in palio dalle Poste Italiane.

Messaggio pubblicitario La faccenda, a suo parere, significa certamente due cose: la prima, che il misterioso interlocutore è entrato nell’hard disk del suo PC, considerato che i suoi curriculum professionali non sono più sul web ed ha visto che dieci anni prima ha lavorato per un trimestre come portalettere. Continua, dunque, a deriderlo, dicendogli che al massimo può fare il postino o vivere di beneficenza con i premi che si vincono per fortuna e non per meriti che lui non ha. La seconda che, se questa persona ha potuto accedere all’hard disk del suo PC, avrà visto tutti i programmi, film e musica che sono stati scaricati, illegalmente, da Andrea.

Il ragazzo si convince, perciò, che da un momento all’altro arriverà la finanza ad arrestarlo e finirà i suoi giorni in prigione. Immagina i commenti della gente: “una famiglia così perbene”, “da studente chissà che carriera si pensava lo aspettasse”, etc.

Il dubbio colmo di angoscia lo tormenta e non riesce a dormire per tutta la notte. La sera successiva, durante la cena, la madre gli dice “spegni quel computer e vediamo un telegiornale insieme che non ti vedo più da quando ce l’hai con la Juventus. Il telegiornale delle 20 dà, come prima notizia, l’arresto di alcuni boss della camorra per traffico illecito di stupefacenti e di software pirata.

Marco, l'ultimo samurai. Immagine: © Diedie55 - Fotolia.com -

Articolo consigliato: Storie di Terapie #1: Marco, l'ultimo samurai.

E’ un chiaro avvertimento a lui, “hai le ore contate, il cerchio si sta stringendo”, si convince che sia sotto osservazione da mesi e che, a capo del complotto, ci siano i direttori dell’azienda da cui è stato licenziato e con la quale ha in corso una vertenza giudiziaria. Ma, quello che è peggio, è che la madre lo abbia tradito e poi, pentitasi, lo abbia costretto a vedere il telegiornale per dargli il tempo di scappare. E’ in trappola, domani i giornali riporteranno le foto dell’arresto che avverrà in nottata, il cuore gli batte forsennatamente, gli gira la testa, respira a fatica, è completamente sudato, guarda la madre e gli pare diversa dal solito, forse non è lei ma un agente travestito che, con la minestra, gli ha somministrato dei calmanti per rendere più agevole l’arresto imminente. Più tardi, nella notte, sveglia la madre nel tentativo di strapparle dal volto la maschera con cui si è camuffato l’agente che, sotto mentite spoglie, vive con lui da qualche giorno per osservarne e annotarne tutte le mosse.

Quando la madre si sveglia, si agita terribilmente per le condizioni in cui vede Andrea che, nel frattempo, ha chiamato i carabinieri per costituirsi ed evitare un conflitto a fuoco. I carabinieri giungono in contemporanea al fratello, a sua volta avvertito dalla madre, si rifiutano di procedere all’arresto e scherzano sui software scaricati illegalmente di cui sono pieni anche i computer della caserma. Il fratello convince Andrea a prendere 60 gocce di Lexotan integrate, nei giorni successivi, con 20 gocce di Haldol, su mio consiglio. Andrea è molto spaventato per quanto è successo, sente di aver oltrepassato il confine della follia che credeva non lo riguardasse affatto, prova estrema vergogna e grande ansia circa la possibilità di impazzire definitivamente.

Grazie a questo episodio l’appostamento di tre anni cessa e Andrea accetta di venire in terapia.

Storie di terapie #2: Un Pomeriggio con il Demonio. - Immagine: © lineartestpilot - Fotolia.com -

Articolo consigliato: Storie di terapie #2: Un Pomeriggio con il Demonio.

E’ un uomo di trentanove anni, dal fisico che denota un importante passato sportivo, ora accantonato a favore di una sportività da televisione e divano che lo ha portato ad accumulare qualche chilo di troppo sul giro vita. Il padre di Andrea, rimasto vedovo molto giovane della prima moglie, da cui aveva avuto il primo figlio, si è presto risposato con sua madre ed è poi morto quando Andrea aveva quindici anni.

Il padre , agente di polizia stradale, ha cresciuto i figli in caserma. I valori trasmessi, a parole e con l’esempio, erano l’onestà, la fiducia nella istituzioni, il senso del dovere fino al sacrificio, l’assoluta irreprensibilità, il rispetto acritico di ogni regola. L’unica cosa che il padre non gli ha trasmesso è stata la passione per la Roma e Andrea, giunto all’età della ragione, ha scelto la Juventus perché era la squadra più vincente e già allora non tollerava stare dalla parte degli sconfitti. Un altro motivo della scelta era stato il fatto che anche il fratello più grande era juventino.

Il fratello, di undici anni più grande, riveste nella sua vita un ruolo importante: é stato, senza dubbio, una figura paterna protettiva sempre pronta ad intervenire in caso di bisogno, come in questa occasione, ma anche un costante punto di raffronto dal quale Andrea esce regolarmente perdente. Ha conseguito due lauree, ha degli ottimi lavori ed è molto apprezzato, impegnato in politica ha avuto importanti incarichi, è felicemente sposato ed ha due figli grandi e in gamba, insomma lui è il figlio riuscito e Andrea il cocco della mamma.

I suoi successi suonano, per Andrea, come un rimprovero per quello che non è riuscito a fare. Di contro, Andrea rimprovera apertamente il fratello di non fare abbastanza per trovargli un lavoro, che ritiene risolverebbe ogni suo problema.

Musica & Terapia: "La prossima volta porti la chitarra". - Immagine: © RA Studio - Fotolia.com

Articolo consigliato: Musica & Terapia: "La prossima volta porti la chitarra" Un caso Clinico.

Al momento in cui Andrea viene in terapia ha due grandi preoccupazioni: il ripetersi di una crisi di follia e, dunque, il diffondersi della notizia in paese, fortunatamente scongiurato nel primo episodio e la futura morte della madre, cardiopatica, che lo lascerebbe senza risorse economiche e, soprattutto, senza quell’appoggio affettivo e concreto senza il quale Andrea ritiene che non sopravviverebbe. Per comprendere lo stato d’animo di Andrea rispetto alla morte della madre occorre mettersi nei panni di un bambino di sei anni che abbia però la consapevolezza di un adulto che, alla madre settantacinquenne cardiopatica, non resta poi tanto da vivere.

I due vivono in totale simbiosi. Tutta la gestione della casa è a cura della madre che fa anche la spesa e compra ogni cosa di abbigliamento, o personale, che serva ad Andrea. Mangiano esattamente le stesse cose e possono fare la dieta solo se la fanno entrambi e, spesso, dormono nello stesso lettone. Andrea non sa cucinare alcunché e tantomeno badare alla pulizia della casa e, come in una divisione di ruoli d’altri tempi, lui si occupa della macchina, della banca e delle bollette.

Riferisce di aver avuto e di avere attualmente una fidanzata, ma ne parla talmente poco e con continui clichè che mi convinco che di fatto non esista o che sia una semplice conoscente o, forse, un’ amica. La madre, incontrata per un colloquio, ritiene fermamente che quello sia il suo ruolo e che, senza di lei, Andrea sarebbe incapace di cavarsela e morirebbe in poche settimane, al termine delle scorte di viveri già pronti che lei tiene in frigo. Si mostra però persino dubbiosa sulla sua capacità di riscaldarli e conclude dicendo “finchè ci sono io posso stare tranquilla e dopo, tanto, non lo saprò e qualcuno ci penserà”.

La storia di vita di Andrea si identifica con il suo curriculum di studio e di lavoro ed il lavoro è il tema centrale delle sedute perché, intorno ad esso, si dipanano tutti i temi psicologicamente significativi che sono fondamentalmente quelli del valore personale e dell’immagine sociale, con un contorno di emozioni che oscillano tra orgoglio versus umiliazione e esaltazione versus autosvalutazione.

Andrea ha avuto una buona carriera scolastica e si è laureato in tempo in Economia e Commercio. Il suo successo scolastico e professionale ha acquistato ben presto il significato di un riscatto sociale, in quanto figlio di un semplice agente della stradale tutto il giorno in moto

  • Un primo bias che ha ostacolato l’assunzione di un lavoro era che dovesse essere assolutamente prestigioso. Sin dall’inizio, infatti, Andrea si vedeva come direttore di una filiale bancaria. Per questo ha inizialmente rifiutato alcuni impieghi non all’altezza delle sue aspettative.
  • Un secondo ostacolo era dovuto alla impossibilità di Andrea ad allontanarsi dalla casa materna, quindi che il lavoro fosse vicino casa.
  • Un terzo bias è l’assoluta identificazione tra la persona e il lavoro che svolge. Per Andrea “non si fa un certo lavoro, lo si è”. Se si fa il commesso, si è sostanzialmente dei commessi e ci si situa nella scala sociale nel luogo destinato ai commessi.
  • Un quarto bias, in qualche modo connesso al precedente, è che un lavoro è per sempre. Forse a somiglianza dell’essere poliziotto del padre, lui percepisce lo svolgere un lavoro come un senso definitivo di appartenenza e qualsiasi cambiamento come un vero tradimento. Questo ha, come conseguenza, che Andrea non può cercare due lavori contemporaneamente, nè può cercarne uno migliore quando ne ha già uno. Per lui è come per un uomo sposato cercare un’amante.
Il significato negativo degli eventi: introduzione al Laddering. - Immagine: © Slavomir Valigursky - Fotolia.com -

Articolo consigliato: Il significato negativo degli eventi: introduzione al Laddering.

Nel corso degli anni ha comunque lavorato, ma i rapporti si sono interrotti perché non corrispondevano alle sue aspettative e, nonostante il totale impegno, non riceveva i meritati riconoscimenti.

Ciò ha sviluppato in Andrea una teoria della fortuna o, per dirla in modo più scientifico, un “locus of control” assolutamente esternalizzato. Pensa che il successo lavorativo e nella vita, che lui identifica in un unica condizione, dipenda esclusivamente dalla fortuna o dalle raccomandazioni.

Con il passare del tempo e l’aumentare del periodo di disoccupazione si sono manifestati due modi di pensare ulteriormente perniciosi. Il primo gli fa percepire come certificazione del fallimento delle sue aspettative di laureato l’accettazione di un lavoro non all’altezza. Dichiara apertamente che, fino a che non sarà costretto alla fame, preferisce pensarsi come un laureato in attesa di occupazione, un direttore generale in attesa di impiego, che un lavoratore che però ha definitivamente attaccato al chiodo le aspettative e gli investimenti fatti studiando. Il giorno che accetterà un lavoro calerà su di lui quella identità mentre fino a quel momento l’identità può modellarsi sulle aspettative cui, ufficialmente, non ha rinunciato. Così facendo, in attesa di un futuro luminoso, ha rinunciato a molteplici opportunità perché non perfette. Attualmente, per scartare le nuove occasioni che si presentano, utilizza anche il confronto con quelle cui ha rinunciato in passato e che, adesso, non essendo più possibilità praticabili gli appaiono interessanti. E’ come se si dicesse continuamente:

“ma come posso accettare oggi quest’offerta se ieri ho rifiutato quell’altra che era migliore? Se lo facessi significherebbe che mi sto abbassando sempre di più, che ho certificato il mio fallimento”.

Amarezza cronica post-traumatica. Immagine: © 2011-2012 Costanza Prinetti -

Articolo consigliato: Amarezza cronica post-traumatica: una diagnosi per i precari.

Quanto più riceve frustrazioni dal mondo reale del lavoro, tanto più Andrea si rifugia nel mondo virtuale del computer. Quando non supera un concorso o non riceve risposta ad una domanda aumentano le ore che passa davanti al computer. Il suo scopo è quasi completamente consapevole: dimostrare al mondo intero quanto valga e sia migliore di tutti gli altri. I forum sono la palestra preferita per questo esercizio di competizione: quando vince, ad esempio nei giochi on line (vedi il poker), attraversa veri e propri stadi di esaltazione, si crede imbattibile, lo comunica immediatamente a tutti e, in preda all’eccitazione, non dorme e continua a giocare. Quando poi qualcosa non va per il verso giusto immagina un complotto che lo controlla e lo ostacola deliberatamente. Durante un dibattito in chat sui proventi delle società calcistiche gli viene inviata un emoticon sorridente e lampeggiante: lo stanno deridendo e lo faranno fuori con la pressione alta rappresentata dal lampeggiare intermittente della faccetta. Il desiderio di successo e di trionfare sugli altri che muove Andrea mi sembra compensato da una regola, di probabile origine paterna, che dice pressappoco “non bisogna godere troppo, né mettersi in mostra ma accontentarsi di poco e fare in silenzio il proprio dovere”. Tale regola è pienamente condivisa dalla madre che punta ad una esistenza minimalista. Andrea si difende costantemente dal senso di colpa e, probabilmente, l’aver esternalizzato completamente “il locus of control” serve proprio a questo: non riconoscersi nessun potere lo esenta anche da qualsiasi responsabilità.

Andrea percepisce intorno a sé un mondo rimproverante che si concretizza nelle persone a lui più vicine, la madre e il fratello…

Quando accetta di impegnarsi in qualche impresa (il lavoro o una salutare attività fisica) non lo fa quasi mai per un reale desiderio, perché è sempre sopraffatto dalla paura: del fallimento nel caso di un lavoro, di un malore nel caso di una attività fisica. Se fa qualcosa è solo per evitare sia il rimprovero familiare, in cui credo fortemente presente anche l’immagine paterna, che la conseguente esclusione. 

Questo genera un circolo interpersonale negativo: i familiari credono che l’unico modo per smuoverlo sia il rimprovero e dunque lo utilizzano di frequente, Andrea si sente rifiutato e non compreso e diventa fortemente ostile rovesciando su di loro, che non si danno abbastanza da fare, la colpa della sua situazione. 

Inutile dire che l’aggressività verso i familiari diventa un ulteriore motivo di colpa e di vergogna. 

La relazione terapeutica con Andrea è stata a tratti delicata per il suo percepirmi come la “longa mano” del fratello, che lo criticava e lo spingeva verso l’accettazione forzata di un lavoro per lui degradante. Le molte cose che mi accomunano al fratello, primo fra tutto l’amicizia, favorivano tale timore. Più volte temi di sospettosità paranoidea hanno coinvolto anche me, Andrea pensava che con il mio comportamento, gli oggetti sul tavolo, lo spostamento di un appuntamento o un capo di abbigliamento, volessi comunicargli qualcosa. Per nostra fortuna questo qualcosa non aveva mai il significato di un’ umiliazione, che è ciò che si aspetta dal mondo esterno, ma piuttosto di un rimprovero, che è pur sempre di provenienza familiare. 

L’ottima intelligenza ha permesso ad Andrea di acquisire rapidamente una lucida consapevolezza dei suoi schemi di funzionamento ed in particolare dei bias cognitivi che girano intorno al tema del lavoro. 

La psicoterapia ha seguito sostanzialmente tre direttive: 

(1) il riconoscimento delle emozioni, in particolare della paura e dell’ansia, in modo da interrompere dei circoli viziosi che lo avevano portato ad esperienze di panico e vistosi evitamenti. 

(2) l’acquisizione di una positiva auto immagine e la costruzione di scenari di vita in cui possa cavarsela da solo, anche senza la madre. Ciò è stato fatto coinvolgendo anche la stessa madre, per motivarla a quest’operazione di svincolo e per insegnare ad Andrea delle competenze concrete di gestione della vita quotidiana. 

Il lavoro più impegnativo è stato quello di limitare l’uso del confermazionismo estremo che Andrea utilizza automaticamente in situazioni di stress. E’ un pensiero per così dire “panassociativo” con il quale trova collegamenti di tutto con tutto, a conferma delle sue due ipotesi peggiori che monitorizza sempre: scopriranno che non valgo niente, mi umilieranno perché sono tutti contro di me e, infine, sono gravemente ammalato anche se nessuno lo capisce. 

Gli ho dimostrato, con divertimento di entrambi che, dato un elemento qualsiasi di partenza, si può arrivare ad un qualsiasi altro elemento di arrivo con una catena associativa piuttosto breve. Quello che più mi ha colpito, nel caso di Andrea, è stato di toccare con mano questa potenzialità delirante che si concretizza in una diatesi panassociativa nei momenti di stress e si attiva fuori dalla sua consapevolezza. 

Mi sembra interessante aggiungere due osservazioni in proposito. 

Sono da considerare stressanti le situazioni che riportano all’ordine del giorno i temi caldi del paziente, nel caso di Andrea il valore personale, nelle due connotazioni di ruolo professionale e di salute e forza del fisico. D’altro canto è vero che i temi caldi hanno un potere “morfoplastico” sulla percezione per cui c’è una tendenza a sovrainterpretare gli eventi alla loro luce. 

In secondo luogo, ho avuto netta la sensazione che tale tendenza pan associativa e la conseguente deriva delirante vengano fortemente arginate dalla presenza di una relazione significativa concretamente in atto. E’ spesso successo che Andrea mi raccontasse esperienze francamente deliranti vissute appena la sera prima, nel silenzio della sua stanza, o addirittura pochi minuti prima da solo, in auto, durante il parcheggio. Queste esperienze cui attribuiva un grado di certezza assoluto, in mia presenza erano immediatamente intaccate dal dubbio. Dopo alcuni minuti poi, al di là di qualsiasi intervento specifico, divenivano da sole oggetto di critica, se non addirittura di ironia. Avendo condiviso con Andrea questa osservazione ne è nata una strategia di fronteggiamento del sintomo: quando si sentiva preda di tali stati d’animo, Andrea immaginava di essere nel mio studio o comunque di raccontarmi quanto provava e ciò arginava l’esondazione delirante.   

 

 

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 5, media: 4,60 su 5)
State of Mind © 2011-2019 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario