Storie di Terapie #1 – Marco, l’ultimo samurai

Nei casi clinici che seguono, l’arrosto sostanzioso dei vari pazienti è condito con il sugo della fantasia, per rendere non identificabili le persone e la lettura più avvincente.

ID Articolo: 5456 - Pubblicato il: 06 febbraio 2012
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Storie di Terapie 

Nei casi clinici che seguono, l’arrosto sostanzioso dei vari pazienti è condito con il sugo della fantasia, per rendere non identificabili le persone e la lettura più avvincente. Spesso ho condensato in un solo paziente più persone e, quasi sempre ci sono scappati pezzetti di me stesso.   – Leggi l’introduzione –   

 

#1

Marco, l’ultimo Samurai.

Marco, l'ultimo samurai. Immagine: © Diedie55 - Fotolia.com - Marco arriva su invio dei colleghi dell’ospedale dove è stato ricoverato, volontariamente, qualche giorno in osservazione.

Sono allarmati perché la giovane età di Marco, 24 anni, fa temere un esordio psicotico. Ciò che indirizza verso una prognosi negativa è il forte ritiro sociale, l’atteggiamento sospettoso e ostile nei confronti degli altri e una serie di sintomi molteplici e bizzarri difficilmente riconducibili ad un unico disturbo.

Il trattamento praticato fino a quel momento, da circa cinque anni, consiste in farmaci ansiolitici e serotoninergici per controllare la sintomatologia ansiosa molto pervasiva e multiforme; di recente, sono stati associati neurolettici atipici, proprio per il timore di un esordio psicotico.

Tecniche terapeutiche: la bacchetta magica - Immagine: © Ekler - Fotolia.com

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Marco ha anche seguito per un paio di anni una psicoterapia che riferisce essere stata utile, così come i farmaci, nel ridurre la sintomatologia che tuttavia si ripresenta con la sospensione delle terapie dell’uno o dell’altro tipo; ciò gli ha procurato l’ulteriore paura di non guarire più e di essere per sempre un malato mentale.

Il timore per qualsiasi malattia fisica è invece patrimonio antico e consolidato. Mi aspetto un giovane psicotico, ostile, rifiutante e da convincere a farsi curare, inconsapevole e non molto sveglio: non è così.

Marco è un giovane di 24 anni che frequenta con straordinario profitto l’ultimo anno di Ingegneria all’Università. E’ alto, bello, curato nel vestire, seppure senza ostentazione ed in stile casual. Ha i capelli completamente rasati e presenta una balbuzie vistosa che, tuttavia, non ostacola la comunicazione e si attenua dopo il primo impatto.

Marco arriva allo studio accompagnato dal padre di 56 anni, che è lì con lui sia per definire le questioni economiche relative ad una assicurazione di cui gode e che necessita di una particolare procedura per il rimborso, sia perché Marco non ama andare in giro da solo, soprattutto in zone poco conosciute.

Al padre, da cinque anni, è stato diagnosticato un mieloma ed avendo subito già due trapianti non potrà eseguirne altri; della stessa malattia è morto anche il nonno paterno di Marco. Inutile dire che l’eventualità di potersi ammalare è una delle preoccupazioni di Marco che, invece, non ne mostra alcuna verso il padre, non nel senso che è ottimista ma in quello più radicale del menefreghismo. L’aggravamento e l’eventuale morte del padre sembrano riguardarlo solo in quanto riduzione delle risorse a sua disposizione. Quanto ciò sia importante lo scoprirò solo al termine della terapia. Un tale struggente e disinteressato amore filiale mi mette in una negativa disposizione d’animo verso il giovane, ma l’autocontrollo è adamantino e nulla filtra all’esterno. Lo farò a pezzi nei miei sogni notturni.

Rimasto solo con Marco ho l’impressione di trovarmi di fronte ad un pugile con la guardia ben alzata ed allo stesso tempo ad un bambino spaventato, pronto ad aggrapparsi a quella mano che, d’altro canto, teme lo colpisca. Il mio confermazionismo esulta allo scoprire ogni volta, dietro un’immagine da bullo o da macho, uno smarrito “piscialletto”, ma è solo una consolazione fondata sulla speranza che si dia anche la relazione opposta: fragilità esterna uguale a forza interiore.

Parliamo volentieri, il confronto razionale, analitico, scientifico e a carattere psicoeducativo costituiscono subito un facile terreno d’intesa. Marco, da buon ingegnere e ubbidiente scolaro, vuole capire cosa gli stia succedendo e sapere cosa fare; l’ approccio cognitivo-comportamentale gli si addice perfettamente. Il suo primo interesse è sapere quale malattia abbia, gli sono state fatte numerose e diverse diagnosi e ciò lo disorienta e lo spaventa. Un problema, a suo avviso, lo si può risolvere solo se ha un nome e dei connotati precisi, la vaghezza non fa per lui…  

…Colludiamo come due matematici in esilio nelle scienze umane. Naturalmente, l’opinione che lui ha è che la sua malattia sia organica come quella del padre e che occorra trovare il nome e la medicina giusta. L’esistenza stessa di una vita psichica è qualcosa che riesce solo vagamente ad intuire, la realtà è costituita di cose concrete, manipolabili. Il fatto però che io riesca, con assoluta precisione, a descrivergli cosa sente quando sta male e cosa abbia pensato subito prima e immediatamente dopo, sollecita la sua vivace curiosità. Si interessa a concetti come “emozioni”, “pensieri”, “stati d’animo”, è molto intelligente e le spiegazioni circa i complessi legami tra gli stati interni e il loro rapporto con il mondo esterno, quello degli ingegneri, lo attraggono da un punto di vista teorico ancor prima che personale. 

Durante la terza seduta si informa sul motivo della mia condizione (emiparesi sinistra) ed ho la netta impressione che abbia deciso che, grazie a ciò, io non possa essere pericoloso. A quel punto, inizia a narrare tutti i disturbi insensati per cui si considera matto e inizia a sudare copiosamente… il primo, in ordine di gravità , è l’ “affaire capelli”. 

Mi racconta che passa almeno due ore al giorno di fronte allo specchio a controllare il cuoio capelluto, per vedere se non ci sia un diradamento dei capelli che lo terrorizza. Assume un farmaco costosissimo contro la caduta dei capelli, con il rischio di ipertrofia prostatica e altri importanti effetti collaterali, li taglia a zero sia per rinforzarli che per rendere meno visibili le eventuali aree di diradamento della chioma. 

Quando è fuori casa osserva, da vicino e con insistenza, le capigliature di tutti gli uomini al punto di aver provocato litigi con alcuni che, immagino, si saranno sentiti oggetto di non richieste attenzioni omosessuali. Ha elaborato una teoria per prevedere con esattezza a che età un uomo diventerà calvo, la sola parola “pelato” lo getta in uno stato di agitazione. Secondo questa teoria esistono dei segni premonitori che riguardano la stempiatura, la densità di capelli per unità di superficie, lo spessore del capello e il suo stato di secchezza, l’averli lisci o ricci e la presenza di vertigini. Dal combinarsi di queste dimensioni si può, a suo parere, prevedere l’epoca della calvizie. Quando osserva gli altri maschi il suo unico intento è stabilire se diventeranno calvi prima o dopo di lui; se i loro capelli sopravviveranno ai suoi si sentirà canzonato, deriso e immagina di non poter sopravvivere a tale umiliazione. 

L’inizio di questo tormento lo ricorda esattamente, come se fosse un disturbo post traumatico da stress e lo fa risalire ai sedici anni: è il primo pomeriggio di una domenica primaverile come tante altre e Marco ignora che, proprio quel giorno, la sua vita cambierà e che lui varcherà, a grandi falcate, il portone della malattia mentale. 

La domenica pomeriggio, che vede da sempre bandito ogni studio, è dedicata al calcio dalle 14.00 alle 20.00. Marco sta seduto sul divano, con il padre, a guardare in televisione “Quelli che il calcio” e la madre sta finendo di sparecchiare. Egli ricorda con esattezza, come in un fermo immagine, l’intervista a Cassano fatta da una Simona Ventura in un corto abito arancione.La madre passando dietro al divano gli carezza la nuca dicendo “qui ti verrà la chierica”. 

Marco non ricorda il prosieguo della conversazione, se mai ci fu, in proposito ha la stessa amnesia lacunare di chi è coinvolto in un grave incidente stradale. Sente una vampata di calore avvolgerlo, le tempie scoppiargli, la testa confondersi e girare, il sudore inumidirgli la fronte e la vista annebbiarsi. Quando la trama del ricordo riprende, dopo il temporaneo sfilacciamento, non sta più a guardare Cassano conversare con la Ventura, ma è in bagno e, con uno specchio portatile tenuto dietro il suo cranio, cerca di proiettare sullo specchio grande di fronte a sé l’area dove si era poggiata la carezza della madre. 

Marco descrive quell’istante come un passaggio, un momento cruciale e irreversibile della sua esistenza, la fine dell’età dell’innocenza, l’inizio della sofferenza e l’avvento della follia. Da quel momento nulla sarà più come prima, non sa il perché, ma è consapevole che qualcosa si sia rotto per sempre. Inizia il pellegrinaggio che, a partire dai dermatologi, conduce agli psichiatri. 

Il primo da cui lo portarono gli diagnosticò quel disturbo noto come “dismorfofobia”: trattasi di una delirante percezione di un intollerabile difetto corporeo assolutamente inesistente. Altri, successivamente, dissero trattarsi di disturbo ossessivo compulsivo, perché Marco doveva fare tutte le cose secondo rigidi e immutabili protocolli. Più probabilmente, poteva avere entrambi i disturbi che sembrano andare d’accordo come il formaggio con le pere. Entrambi poi potevano essere i vessilli di disturbi ben più gravi meritori, un tempo, di una carriera manicomiale. 

Del resto, Marco, ossessivo lo era innegabilmente. Studiava sei ore al giorno, dalle 14.00 alle 20.30, con una pausa alle 17 di trenta minuti per la merenda, con tre fette di pane e nutella. Studiava esclusivamente nella sua cameretta, con accese due delle quattro lampadine del lume. Seppure aveva tempo libero in università, non apriva libro perché non era nell’orario e nella sede destinati allo studio. Se, stando a casa faceva, per errore, oltrepassare le 14.00, rinunciava completamente allo studio. Questa meticolosità, che Marco stesso riteneva eccessiva, diceva di averla imparata dal padre. 

Ossessionato dall’ ordine, il padre cataloga e conserva tutti gli scontrini e tiene un’agenda in cui segna tutte le attività che compie, dalla mattina alla sera, con intervalli di 10 minuti. In ogni giornata ci sono, dunque, 144 annotazioni che alla sera conta per verificarne la correttezza. 

Si è fatto stampare, da un amico tipografo, dei moduli appositi con i 144 spazi. Insomma il padre non scherza; è del tutto egosintonico e sostiene che questo rigore sia la chiave per avere successo nella vita ed il motivo per cui, nonostante il suo semplice diploma di ragioniere, è un apprezzato dirigente. Del resto, a conferma di ciò, anche la carriera scolastica di Marco è stata assolutamente brillante, se si escludono i primi due anni delle medie. 

E’ sempre stato il primo della classe e all’università non è mai sceso sotto il 29. Avrebbe voluto fare Medicina, ma le prospettive di lavoro sono state giudicate dal padre meno promettenti rispetto ad Ingegneria e non c’è stata discussione. Discussioni in famiglia non ci sono mai, non perché tema i genitori, ma perché è sempre totalmente d’accordo con loro. Lo sviluppo di un pensiero divergente da quello dei genitori è stato molto più avanti uno degli indicatori più attendibili del buon esito della terapia. 

Secondo Marco il successo scolastico è ascrivibile all’importanza assoluta che gli attribuiva la madre e al metodo rigoroso del padre. La signora Gina era maestra elementare ed ha insegnato a leggere e scrivere a tutto il paese. Sin dal primo giorno di scuola chiarì al figlio che avrebbe dovuto fare bella figura ed essere sempre il primo della classe, altrimenti il paese avrebbe riso di lei come nella storiella del calzolaio che va in giro con le scarpe sfondate. Non gli chiedeva poi molto: doveva semplicemente fare il suo dovere. 

Marco sentiva la responsabilità di non inciampare neppure una volta, perché ciò avrebbe ricoperto l’intera famiglia di vergogna ed umiliazione. L’umiliazione è per Marco in costante agguato dietro ad ogni angolo. Al ragazzo venne chiesto molto ma in cambio avrebbe avuto affetto smisurato ed una protezione assoluta: doveva solo renderli orgogliosi e non avrebbe dovuto preoccuparsi di altro. 

Tuttora Marco non deve occuparsi di niente tranne che studiare. Non si occupa della manutenzione della sua auto, cui non mette neppure la benzina. Non ha mai fatto un bollettino postale e non ricorda di essere mai entrato in una banca. Non acquista nessun capo di abbigliamento per proprio conto. Provvede da solo all’igiene intima (la qual cosa non mi sembrò affatto scontata tant’è che sentii il bisogno di sincerarmene). 

Non sa cucinare nulla, neppure il proverbiale uovo al tegamino o la pasta. Ignora le misteriose procedure che permettono di ottenere il caffè, bevanda di cui è ghiotto. Al mattino trova la colazione già preparata sul tavolo e la madre si premura anche di spezzargli i biscotti dentro il latte. Durante un incontro con la famiglia, alla mia domanda sulle motivazioni dell’operazione biscotti tutti mi guardano come un marziano o un pericoloso sovversivo che si lasci esplodere durante una colazione nella casa del Mulino Bianco. Perché? Lui è più contento, non perde tempo, non sbaglia la quantità e non sbriciola dappertutto. 

Tornando alla carriera scolastica, dopo delle elementari strepitose con sua madre nella classe accanto, Marco approda alle medie. E’ malvisto, giudicato secchione e raccomandato e diventa oggetto di pesante bullismo. E qui c’è un altro “undici settembre” precedente a quello della “chierica”: alla festa patronale di San Venceslao, uno dei ragazzi più aggressivi con un complice guardiaspalle lo colpisce al naso e, al tentativo di reazione di Marco, gli sputa in faccia di fronte ad un folto pubblico. Quando ricorda il suo sangue sulla terra e lo sputo colargli lungo la faccia prova, ancora oggi, una rabbia omicida. Marco dice di aver tenuto sottocchio i due in tutti questi dieci anni e di stare aspettando il tempo giusto per una vendetta e cita, in proposito, la nota affermazione sulla vendetta come piatto freddo, che consola quanti sono stati incapaci di consumarla a caldo nutrendosi delle viscere fumanti del nemico, vero inconfessato desiderio. Ha pensato che quando, passato tanto tempo, nessuno potrà più collegare i due eventi, investirà e ucciderà uno dopo l’altro i due. 

Anche se non sapranno mai di dovermi ringraziare, credo che quei due siano fortemente debitori alla psicoterapia di Marco. 

Nei primi due anni delle scuole medie il rendimento scolastico scende intorno alla sufficienza: impensabile e drammatico ad un tempo. Marco ricorda che la madre non gli rivolse la parola, dalla pagella del primo trimestre fino alla successiva, dove aveva recuperato in tre materie. 

In quel periodo iniziò a balbettare, tirandosi addosso altre prese in giro. Le frustrazioni non vengono mai da sole e, nella sua mente, rimane impresso un momento preciso. L’allenatore lo ha appena sostituito perché sta giocando malissimo. Si siede sulla panchina a bordo campo e pensa, con queste precise parole: “a scuola sto diventando un somaro, sono goffo e balbuziente, nello sport sono un perdente, ma in compenso sono proprio un bel ragazzo”. Poi, sotto la doccia negli spogliatoi, decide che nessuno ha dei capelli belli e lunghi come i suoi, cosa che gli riconoscono tutti, anche gli altri maschi. 

Lui non capiva cosa fosse questa “dismorfofobia” che gli attribuivano. Sapeva però che, quando la madre gli aveva parlato della chierica, gli era crollato letteralmente il mondo addosso e, se non fosse stato sul divano, le gambe non lo avrebbero retto. Quello che riteneva essere rimasto il suo unico punto di forza nella competizione senza esclusione di colpi per sopravvivere, veniva abbattuto da sua madre con una carezza e una parola. 

Una sensazione analoga l’aveva provata quando, nella sua vita, debuttarono quei devastanti improvvisi malesseri che avrebbe imparato a chiamare “attacchi di panico” e che aggiungevano un altro tassello alla sua follia. Quando arrivò in terapia gli attacchi di panico erano il disturbo in primo piano, per il quale prendeva le medicine e che gli impediva di fare tutte quelle cose che lo avrebbero portato lontano da casa o in luoghi dove non fosse possibile ricevere immediate cure. Non andava in treno, nè in aereo, nè in macchina se non con la sua, per essere certo di potersi allontanare a suo piacimento. 

Il primo attacco di panico lo ebbe durante una vacanza in un villaggio turistico in Spagna, la prima volta da solo lontano da casa. Era stremato per una interminabile partita di volley e si sdraiò all’ombra di un eucalipto a riprendere fiato. Dopo cinque minuti si sentiva ancora debole e barcollante e allora controllò la frequenza cardiaca. Il cuore batteva velocemente, ma un attimo dopo accelerò ancora di più. Sembrava schizzargli fuori dal petto e Marco fu certo che di lì a pochi istanti sarebbe morto, non fu un dubbio ma una certezza assoluta. Mentalmente accennò persino ad un “pater noster”, quantunque non più credente. 

Era talmente agitato che fu un amico a digitare sul suo cellulare il numero della madre che, con poche parole, lo rassicurò “stai tranquillo che appena arrivi ti prenoto un controllo dal cardiologo, che un check up al cuore è ora di farlo per quel soffiettino che ti ha trovato già il pediatra” (l’utilizzo da parte della famiglia delle prestazioni del S.S.N. era tale che una loro morte avrebbe ripianato il bilancio della regione Lazio). 

Il volo di ritorno dalla Spagna fu l’ultimo aereo che Marco prese e smise anche di allontanarsi da casa. 

Decise fermamente che non avrebbe più fatto vacanze, se non con due amici che sentiva assolutamente rassicuranti poichè li giudicava molto più sfigati e deboli di lui. Quelli spagnoli erano invece amici, ma in gamba e brillanti, decisamente vincenti nel confronto con lui. Quando mi raccontò quanto si trovasse a suo agio con gli sfigati pensai con una certa quota di irritazione che qualcosa del genere dovesse esserci alla base della nostra buona relazione terapeutica. Molti anni dopo, tornare a prendere gli aerei fu uno degli indicatori del buon esito della psicoterapia. 

Le relazioni affettive di Marco erano state numerose e si erano tutte interrotte per colpa sua. La sua gelosia era incontenibile, ingiustificata a suo stesso dire e spesso violenta. Era certo che la partner gli avrebbe preferito qualsiasi altro e, dunque, non poteva uscire se non con lui e non poteva usare il computer in sua assenza. Immaginava vividamente la scena in cui un altro uomo possedeva la sua donna facendosi beffe di lui. Col tempo, questo controllo esasperato sulla partner e la disperazione che causava, aveva iniziato a procurargli piacere ed era diventato un motivo in sé del suo comportamento prepotente. 

In famiglia avevano iniziato a dirgli che era cattivo perché godeva nel maltrattare il suo cagnolino. Marco ribatteva che il suo scopo non era quello di procurare dolore, ma semplicemente di avere il potere assoluto, anche di vita e di morte, su quanto era suo. Solo quando si sentiva il padrone assoluto con il controllo totale sugli altri e sulla situazione si sentiva, (attenzione!) non bene, ma tranquillo, la minaccia di una improvvisa e umiliante sconfitta si chetava momentaneamente. 

L’ipocondria di Marco meriterebbe un capitolo a parte, non c’era malattia di cui non temesse di essere affetto. I genitori lo assecondavano con ripetuti esami clinici e visite mediche che, rimandando alla necessità di futuri ulteriori controlli, non facevano che moltiplicare i timori e l’autosservazione corporea alla ricerca dei prodromi di malattie gravissime. 

Essendo incuriosito dalla discrepanza tra un così grande timore ipocondriaco e un comportamento privo di ogni precauzione, da eroe senza paura, verso incidenti mortali (guida veloce, sport rischiosi, ecc.) chiesi a Marco cosa temesse effettivamente: non era affatto la morte che considerava ineluttabile e naturale, quanto piuttosto lo stato di malattia. Non per le possibili sofferenze ad esso connesse, ma perché lo status di malato era, ai suoi occhi, una condizione di inferiorità che lo avrebbe esposto alla sopraffazione e all’umiliazione dei sani. In parte, anche la condizione di morto lo rendeva inferiore agli altri e in loro balia, ma era consapevole che quando ciò si fosse realizzato non ne avrebbe avuto coscienza e dunque fastidio. Tuttavia, sarebbe stato molto contento di una fine del mondo apocalittica, di una morte collettiva contemporanea senza nessuno che gli sopravvivesse. Alla richiesta di immaginare la sua morte e perché gli apparisse così orribile descriveva il suo funerale lungo le vie del paese, con gli amici ai bordi della strada a godersi beffardi la sua sconfitta definitiva. Immaginava anche che sarebbero andati al cimitero a farsi beffe della sua condizione e mi disse che avrebbe voluto sulla lapide la scritta “fatevi i cazzi vostri”. 

Impegnato com’era in una costante competizione con gli altri sperimentava un’ intensa ansia di prestazione e paura del giudizio in tutte le situazioni scolastiche. Nel suo corso universitario era tranquillo perché riconosciuto da tutti come indiscutibilmente il più bravo, la gerarchia all’interno del gruppo classe era stata definita una volta per sempre e lui era il vincitore. Ma bastava che si trovasse in una situazione nuova (concorso, esame per uno stage) o che alla sua classe ne venisse associata un’altra con colleghi che non lo conoscevano e subito l’ansia saliva e la balbuzie peggiorava. Quest’ansia, che a lui appariva inspiegabile, “all’Università ormai non sono più angosciato”, innescava immediatamente due problemi ulteriori. 

Non riconoscendoli come ansia, interpretava i segni fisici come un malessere organico incipiente, che lo avrebbe fatto morire o impazzire. Si incamminava così nella strada del panico che, tuttavia, l’assimilata psicoeducazione gli impediva di percorrere fino in fondo. Inoltre, avvertendo nella presenza dei nuovi colleghi la causa del suo malessere, diventava ostile nei loro confronti. Marco era consapevole che appariva agli altri, amici, conoscenti e colleghi, come una persona scontrosa e gonfia di rabbia. Lo riconosceva nell’immagine riflessa nello specchio, che era diventata ancora più convincentemente minacciosa con i capelli a zero, ma lui sentiva che dentro c’era solo paura. Il suo atteggiamento, nella migliore ipotesi, veniva preso come sprezzante e altezzosa superiorità oppure come vera e propria aggressività. Ciò, naturalmente, suscitava reazioni interpersonali simmetriche che gli confermavano, in un circolo vizioso confirmatorio, la minacciosità degli altri. 

Andava in giro sempre con una macchina al di sopra delle possibilità familiari perché qualsiasi altra più modesta lo faceva immaginare oggetto di derisione. Diceva a se stesso che fosse la pigrizia ad impedirgli di portare avanti le consuete incombenze della vita quotidiana che delegava ai genitori, ma sapeva che non era per questo: in verità pensava di mostrarsi incapace agli occhi di tutti nel compiere quelle azioni così semplici che tutti sanno fare. 

Dovettero passare tredici mesi dall’inizio della terapia perché Marco potesse rievocare un periodo della sua infanzia in cui i nonni paterni vivevano con loro. Genesio, il nonno mitico che era stato podestà del paese, sebbene ospite del figlio gestiva con pugno di ferro tutta la vita familiare, in particolare l’educazione dei nipoti, che vedeva in pericolo nelle mani del proprio figlio giudicato un uomo debole e incapace. 

I compiti scolastici del piccolo Marco venivano verificati sia dal padre che dal nonno. Alla verifica degli scritti seguiva normalmente una sgridata del nonno al padre per non essersi accorto degli errori che, invece, lui aveva rilevato e punizioni severe per i nipoti, a volte qualche ceffone ma, soprattutto, privazioni di giochi con gli amici o della televisione pomeridiana. 

Negli ultimi tempi della sua vita l’anziano podestà si era dedicato alla ristrutturazione di un suo vecchio cappello, applicandovi due grosse orecchie d’asino. Aveva intenzione di costringere i nipoti ad andare in giro così addobbati per ogni insufficienza presa. La vista di quel cappello nell’armadio del nonno, misto all’odore di urina stantia che sprigionava dai pantaloni del vecchio, è tuttora una delle esperienze sensoriali più spaventose e disgustose che Marco ricordi. Si sentì fortemente in colpa per l’incontenibile gioia provata quando il carcinoma della prostata ebbe ragione sulla resistenza del vecchio. 

La salvezza del fratello Bruno di due anni più piccolo, che ora convive con una ex collega di studi e insegna all’Università, fu dovuta a due eventi accidentali che segnarono decisivi punti di svolta: a otto anni disse al nonno che puzzava di vecchio schifoso e il patriarca lo disconobbe come nipote e non volle più alcun rapporto con lui, a diciotto anni mise incinta la figlia del vicesindaco e, dopo l’aborto, si ritenne opportuno che cambiasse paese, gli fu affittato un appartamento a Pisa dove andò a studiare. 

La chiave del successo della terapia con Marco va ricercata nella positiva relazione terapeutica. Credo che, a motivo della mia disabilità, non mi abbia mai percepito come un possibile competitor e una potenziale minaccia. 

Questa è stata una coincidenza fortuita favorente: in ogni cosa ci sono almeno due aspetti positivi, basta saperli vedere. Inoltre sin da subito ho percepito, dietro l’aspetto ostentato da naziskin e il digrignare metaforico dei denti, un ragazzino spaventato e insicuro che andava rassicurato sulle sue capacità di tenuta. L’ atteggiamento interiore su cui mi sono modellato è stato quello di un padre accogliente e protettivo ma soprattutto incoraggiante, che promuove l’esplorazione, non chiede né tantomeno pretende nulla, con in testa la parola d’ordine “sono certo che ce la puoi fare!”. 

Con l’annuncio della opportunità di iniziare a programmare la conclusione della terapia, essendo i sintomi praticamente scomparsi, ci fu un importante e inaspettato balzo avanti della consapevolezza. All’idea di interrompere il rapporto con me Marco mostrava sentimenti di preoccupazione rispetto a ciò che sarebbe potuto succedere e di dispiacere. Alla mia richiesta se mai si fosse sentito in questo modo, durante la sua vita, rispose con un pianto inizialmente sommesso e imbarazzato e poi sempre più incontenibile. 

Era stato all’inizio di quello che definiva il suo “annus orribilis”, in cui erano comparsi gli attacchi di panico, l’ossessione dei capelli e l’ipocondria. Per la prima volta, a terapia conclusa, riusciva a mettere in successione cronologica e causale gli eventi di quell’anno e persino guardare il buchino nella diga che aveva fatto crollare tutto, poteva sperimentare le emozioni connesse e decidere di mostrarle. 

L’incipit di tutto era stata la notizia del tumore al midollo osseo del padre, stessa malattia di cui era morto il nonno. Marco, sin da piccolo, si era ritenuto un buono a nulla destinato ad essere sopraffatto e umiliato dai compagni, ma aveva la certezza dell’intervento pronto e deciso del padre che, giovane e forte, scendeva decisamente in campo nelle liti del ragazzo con gli altri e non li ammoniva a parole ma usava le maniere forti per far rispettare il figlio. 

La notizia della malattia, il lungo ricovero e poi la prospettiva di un trapianto trasformavano il padre in un malato cronico che non poteva più essere il supereroe pronto a intervenire e lui sentì vacillare le fondamenta del suo mondo. Le parole che meglio esprimevano il suo stato d’animo era “impossibile”, “non può essere e non ci credo”, tuttavia non pianse mai. In famiglia non si parlava di questa faccenda per il timore delle emozioni negative che generava e non se ne parlava all’esterno, nessuno lo sapeva, perché se gli altri avessero saputo di questa debolezza familiare avrebbero potuto attaccare. 

Cessato il pianto, in seduta Marco mi chiese cosa potesse entrarci questa vicenda con le sue stranezze, fissazioni e paure. Provammo insieme a ridare un senso storico alla sua vicenda: sin da piccolo si era sentito debole, goffo e inadeguato e temeva di essere oggetto di umiliazione. I suoi punti di forza erano tre: lo studio, la bellezza e la forza del padre, sempre pronto a intervenire. 

Venuto a mancare quest’ultimo sperimentò un vissuto di debolezza assoluto, di fragilità da cui sarebbe originato il filone dei sintomi ipocondriaci e quello del panico. Gli restava solo la carta della bellezza, che diede a sua volta origine ai sintomi ossessivi inerenti la capigliatura. Per la prima volta Marco poteva piangere il dolore per questa perdita di sicurezza e farlo con un estraneo percepito come accudente. 

Indubbiamente l’intelligenza e le capacità razionali di Marco sono state un ulteriore fattore favorente: capiva con facilità i bias cognitivi confirmatori e i circoli viziosi nei quali si cacciava e accettava di buon grado di metterli in discussione e fare esperienze alternative. Ciò che, senza dubbio, lo ha affascinato di più, per la sua tendenza ossessiva all’unitarietà, è stato il ricondurre tutti i suoi diversi e molteplici sintomi ad un unico tema centrale. Era davvero soddisfatto quando poteva dirsi “non sono dismorfobico, ipocondriaco, ossessivo, panicoso, paranoide, geloso patologico e forse non sono neppure un malato mentale, sono solo come un samurai impegnato in una guerra continua per salvare la dignità e il dottore mi ha semplicemente detto che la guerra è finita.” 

L’obbedienza all’autorità che, per altri versi, abbiamo messo in discussione è stata utilissima nello svolgimento degli home-work che Marco eseguiva con la determinazione di un attentatore suicida alla conquista del paradiso traboccante di vergini. Nella terapia Marco ha sperimentato una situazione nuova: potersi mostrare debole, senza essere attaccato e criticato da un lato, o immediatamente sostituito dall’altro. 

Naturalmente accettare il rischio di sperimentare questa nuova condizione è stata la conseguenza diretta di una lucida consapevolezza del suo modo di funzionare e della fatica e dei costi che esso comportava. 

Mi piacerebbe concludere dicendo che lavora nella cooperazione internazionale e dedica la sua vita ad aiutare gli altri. Ci siamo andati vicini ma non è successo. Lavora in un’azienda e fa una vita normale, come tutti. Non è il primo della classe ma è felice e io mi dico “cosa vuoi di più dalla vita? Eccetto ovviamente un amaro di marca”.    


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