Quando la sofferenza non ha destinazione: la salute mentale nei rifugiati prima, durante e dopo la migrazione

I richiedenti asilo sono esposti a vari fattori di rischio per la loro salute mentale. Depressione e ansia sembrano aumentare anche dopo la migrazione.

ID Articolo: 151561 - Pubblicato il: 31 gennaio 2018
Quando la sofferenza non ha destinazione: la salute mentale nei rifugiati prima, durante e dopo la migrazione
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La mancanza di attività, la preoccupazione per la casa, la solitudine e la paura di essere mandati a casa sono le principali difficoltà che i richiedenti asilo vivono nei centri di prima accoglienza.

Grazia Migliuolo – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

Introduzione al fenomeno migratorio

Messaggio pubblicitario La migrazione è un comportamento che gli esseri umani hanno praticato nel corso della storia, fatto per stabilirsi temporaneamente o stabilmente in un altro luogo. La migrazione umana è un fenomeno sociale dovuto a diversi motivi e l’obiettivo è spesso migliorare le proprie condizioni di vita; purtroppo non sempre questa scelta è considerata volontaria ma piuttosto forzata dalle condizioni storiche, ambientali ed economiche del paese di origine.

Molto spesso questi spostamenti sono vissuti come vere e proprie fughe che possono essere eventi traumatizzanti in quanto vissuti in condizioni di insicurezza, di precarietà e di rischio e si accompagna ad una costellazione di perdite multiple (status economico e sociale, legami affettivi etc…). In questo senso l’ essere umano è un entità incastonata, fin dalla sua nascita, in un ambiente sociale. Lo sconvolgimento della matrice sociale ha gravi effetti a lungo termine sia sul funzionamento sociale che su quello psicologico e biologico (Van der Kolk, 2004). Molti studi si sono occupati di approfondire le conseguenze della migrazione che in alcuni casi può svolgere un ruolo di slatentizzazione di un sottostante disturbo psichico. Uno studio (Smeekes A. et al., 2017) svolto su un campione di rifugiati sirani in Turchia  ha proprio evidenziato l’importanza della continuità dell’identità sociale come fattore protettivo della salute mentale.

I ricercatori (Danon M., Miltenburg A., 2001) che si sono occupati di trattare tali tematiche parlano proprio del trauma migratorio che è caratterizzato da viaggi lunghissimi e drammatici, malnutrizione, malattie non curate, aggressioni, talvolta morte dei compagni di viaggio, sfruttamento, violenze, comprese quelle sessuali; molto spesso i paesi di frontiera detengono le persone per lungo in campi profughi o li respingono violando la convenzione di Ginevra (Benvenuti M., 2006).

Risultati delle ricerche europee nell’ambito della migrazione e della salute mentale nei richiedenti asilo

Il report annuale dell’ Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel report prodotto nel 2010 (UNHCR, 2010) si parla di 50 milioni di persone sono state sfollate a causa dei conflitti, le zone di provenienza erano prevalentemente il medioriente e l’Africa sub-sahariana. Queste migrazioni forzate e di massa espongono ancora di più le persone a conseguenze per la loro salute mentale. L’Italia è il secondo punto di ingresso più comune per i richiedenti asilo in Europa dopo la Grecia. La grande maggioranza è passata attraverso la Libia in guerra e ha chiesto l’asilo. Le condizioni mediche dei migranti sono valutate all’arrivo, mentre il loro stato di salute mentale generalmente non viene valutato in alcun modo, nonostante la probabilità di gravi traumi prima e durante la migrazione. L’ONG Medici senza frontiere, in accordo con il Ministero della Sanità, ha elaborato di strumenti per  la valutazione della salute mentale e la cura per i richiedenti asilo di recente arrivo in Sicilia. Grazie a questo si è riusciti a svolgere uno studio (Crepet A. et al. 2017) sui richiedenti asilo arrivati alla frontiera di Lampedusa nel biennio 2014-15 che documenta le condizioni della salute mentale, gli eventi potenzialmente traumatici e le difficoltà di vita post migratorie sperimentate dai richiedenti asilo nel programma di Medici senza frontiere.

Tra le 385 persone che si sono presentati per uno screening di salute mentale durante il periodo di studio, a 193 (50%) sono stati identificati e diagnosticati disturbi della salute mentale. La maggior parte erano giovani maschi dell’Africa occidentale che avevano lasciato i loro paesi d’origine più di un anno prima dell’arrivo. Le diagnosi più comuni di erano il disturbo da stress post-traumatico (31%) e la depressione (20%). Eventuali eventi traumatici sono stati riscontrati frequentemente nel paese di origine (60%) e durante la migrazione (89%). Essere in una situazione di conflitto e/o rischio di morte, dopo essere stati testimoni di violenza o di morte e di essere stati in detenzione, sono stati i traumi principalmente rilevati. La mancanza di attività, la preoccupazione per la casa, la solitudine e la paura di essere mandati a casa erano le principali difficoltà che i richiedenti asilo vivevano nei centri di prima accoglienza. Le condizioni di disturbi psichici presenti nella fase pre-migratoria, eventi potenzialmente traumatici e difficoltà di vita post migratori sono comunemente sperimentate dai richiedenti asilo di recente arrivo. Gli studi suggeriscono che i servizi di sostegno psicologico e sociale dovrebbero essere parte integrante del percorso previsto per le persone che richiedono asilo, poiché questo a lungo termine ridurrebbe gli oneri economici dei paesi che accolgono.

Uno studio ha approfondito la comorbilità tra disturbi somatici, disturbo post da stress traumatico e depressione nei richiedenti asilo (Lolk M., et al., 2012). In una coorte di migranti in Danimarca, è stata valutata  l’incidenza di malattie somatiche nei migranti con diagnosi PTSD e/o depressione e migranti senza un disturbo psichiatrico diagnosticato. Lo studio si basa su una coorte unica di migranti che hanno ottenuto il permesso di soggiorno in Danimarca dal 1993 al 2010 ( circa 92 mila persone). I risultati hanno mostrato che i migranti con diagnosi di PTSD e depressione avevano tassi significativamente più elevati di malattie somatiche rispetto ai migranti senza disturbi psichiatrici diagnosticati – in particolare, malattie infettive, malattie neurologiche e malattie polmonari . Questi risultati indicano che i servizi preventivi e di trattamento dovrebbero prestare particolare attenzione al miglioramento della salute generale dei migranti con PTSD e depressione. Il numero crescente di rifugiati, richiedenti asilo e migranti irregolari costituisce una sfida per i servizi di salute mentale in Europa. Da una review (Priebe S. et al., 2016) è emerso che i richiedenti asilo e i migranti irregolari sono esposti a fattori di rischio per i disturbi mentali prima, durante e dopo la migrazione. I tassi di prevalenza di disturbi psicotici, di umore e di uso di sostanze in questi gruppi sono variabili, ma complessivamente sono simili a quelli delle popolazioni ospitanti; tuttavia, i tassi di disturbo post-traumatico di stress nei rifugiati e nei richiedenti asilo sono più alti. Alcuni individui o gruppi di rifugiati, richiedenti asilo e migranti irregolari sono esposti a un certo numero di fattori di rischio per i disturbi mentali. I tassi di depressione e disturbi d’ ansia tendono ad aumentare nel tempo e la scarsa salute mentale è associata a condizioni socioeconomiche precarie, in particolare all’isolamento sociale e alla disoccupazione. Un altro dei fattori che viene frequentemente riportato in letteratura, come fattore di rischio per l’insorgenza delle psicosi è la migrazione (Bhugra et al. 2004; Cantor-Grae et al. 2005). Nella comunità sud-asiatica presente in Gran Bretagna, per esempio, è stato riscontrato un maggior tasso di incidenza di psicosi rispetto alla popolazione nativa (Bourque et al., 2011). Le sfide per gli Stati membri della Regione europea dell’OMS sono di facilitare l’integrazione sociale dei rifugiati, dei richiedenti asilo e degli immigrati irregolari all’interno dei paesi ospitanti e ad adottare buone prassi che migliorino l’accesso e l’esito della cura della salute mentale. Le condizioni socioeconomiche precarie sono associate ad un aumento dei tassi di depressione cinque anni dopo il reinsediamento (Priebe, et al., 2016).

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Per questo sarebbe opportuno implementare strategie per l’attuazione delle politiche che raggiungano l’obiettivo di promuovere e prevenire disturbi mentali. Questo significa fornire risorse per programmi di integrazione sociale, servizi di informazione appropriate sui diritti e sui servizi disponibili e formazione di personale specializzato. Risulta importante inoltre promuovere la flessibilità organizzativa per fornire il miglior coordinamento possibile tra i servizi, la raccolta di dati di routine sull’utilizzo dei servizi (e sui risultati di tale utilizzo) e infine la valutazione formale delle iniziative attuate. Questi gruppi di persone incontrano ostacoli all’accesso all’assistenza sanitaria per cui il lavoro che viene svolto molto spesso si traduce in azioni di riduzione del danno in termini psicopatologici. Mentre il trauma di pre-migrazione è riconosciuto come un fattore predittivo dei risultati di salute mentale nei rifugiati e nei richiedenti asilo, la ricerca si è concentrata anche sugli effetti psicologici degli stressors dopo l’ immigrazione nell’ambiente di insediamento.

Un altro studio (Steel J.L. et al., 2017) ha cercato di fornire stime di traumi pre-emigrazione, stress post-migrazione e conseguenze  psicologiche su immigrati e rifugiati provenienti dall’Africa (prevalentemente subsahariana) che sono stati accolti in Svezia. Sono stati presi in considerazione come variabili la salute mentale post-immigrazione ma anche elementi socioculturali come il grado di alfabetizzazione raggiunto nel paese ospitante. Il campione era costituito da 420 rifugiati e immigrati utilizzando il campionamento stratificato delle quote dei paesi di provenienza. Sono stati somministrati una serie di questionari tra cui l’Harvard Trauma Questionnaire, la Scala Difficulties Living Post-migration, il Questionario del Lifestyle Cultural e la Checklist di Hopkins. Dai risultati emerge che l’80% dei partecipanti ha riportato almeno un’ esperienza traumatica prima dell’ emigrazione. Il 44% dei rifugiati ha riportato PTSD clinicamente significativo e il 20% ha riportato sintomi depressivi clinicamente significativi. I maschi hanno riportato un numero significativamente maggiore di eventi traumatici e una maggiore quota di stress post-migrazione rispetto alle femmine, che invece hanno riportato una maggiore prevalenza dei sintomi depressivi rispetto ai maschi. Coloro che sono in Svezia da meno tempo hanno riportato tassi più alti di PTSD ed inoltre un maggior numero di eventi traumatici è risultato essere associato significativamente alla gravità dei sintomi PTSD.

Sempre analizzando la relazione tra stress post-migrazione e salute mentale un’ulteriore ricerca (Li S.S. et al., 2016) ha confermato dati simili: i rifugiati dimostrano elevati tassi di disturbo post-traumatico (PTSD) e di altri disturbi psicologici. I risultati indicano che i fattori socioeconomici, sociali e interpersonali, nonché i fattori relativi al processo di asilo e alla politica dell’immigrazione influiscono sul funzionamento psicologico dei rifugiati. Una ricerca (Guardia D., 2016) ha cercato di fornire l’incidenza di disturbi mentali nei migranti di prima, seconda e terza generazione ed ha confermato che la migrazione costituisce un elemento di rischio psicopatologico. Relativamente agli esordi psicotici (Lastrina O., 2017) a seguito dell’esperienza migratoria uno dei fattori che viene frequentemente riportato in letteratura, come fattore di rischio per l’insorgenza delle psicosi è la migrazione. Nella comunità sud-asiatica presente in Gran Bretagna, per esempio, è stato riscontrato un maggior tasso di incidenza di psicosi rispetto alla popolazione nativa; risultati simili sono stati rilevati nella minoranza etnica caraibico-africana. I dati di tutte le ricerche esaminate confermano che i fattori di stress post-migratorio legati all’ambientamento e all’ integrazione sono stati i principali correlati della salute mentale negli immigrati umanitari. Diventa necessario quindi programmare interventi di prevenzione e di riduzione del danno (programmi di assistenza psicosociale e psicologica). In Germania si è iniziato a strutturare interventi in questo ambito come racconta l’articolo di Erim e Morawa (2016).

Considerazioni finali e prospettive d’intervento futuro

In conclusione, è opportuno sottolineare che alla luce di tutti questi fattori di rischio e di fragilità che espongono maggiormente i migranti alla possibilità di sviluppare disturbi mentali è necessario realizzare percorsi strutturati che coinvolgono equipe multidisciplinari (etnopsichiatri ed etnopsicologi, medici, mediatori linguistico culturali) che possano affrontare un fenomeno tanto complesso quanto collettivo. I beneficiari di questi interventi non possono essere solo i diretti interessati nella migrazione ma anche le generazioni successive poiché i fattori di rischio per il disagio psichico non si esauriscono alla prima generazione ma possono avere ripercussioni fino alla terza generazione (L. Grinberg, R. Grinberg 1990).

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