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Dal malessere al benessere – Recensione

Dal malessere al benessere si occupa di malessere psicologico non classificabile in categorie diagnostiche ma che porta il paziente in terapia.

ID Articolo: 32779 - Pubblicato il: 15 luglio 2013
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 Recensione del libro:

Dal malessere al benessere

Attraverso e oltre la psicoterapia

di R. Lorenzini e A. Scarinci

 

Dal malessere al benessereIl libro di Lorenzini e Scarinci “Dal malessere al benessere” si occupa di quelle forme di malessere psicologico che non sono classificabili attraverso le tradizionali categorie diagnostiche ma che il paziente porta come motivazione ad intraprendere una terapia.

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Nella prima parte del volume gli autori individuano cinque caratteristiche del funzionamento mentale – incremento della conoscenza del mondo a scopo previsionale, incremento della conoscenza di sé, capacità di utilizzare le risorse e il tempo, principio di efficacia personale, attivazione di schemi corporei-affettivi finalizzati alla conoscenza procedurale – che vengono ostacolate da processi di ragionamento il più delle volte inconsapevoli.

Alcuni esempi di tali procedure sono: il conflitto tra scelte alternative tese a raggiungere lo stesso scopo; la sovrastima delle possibilità di successo delle proprie azioni e le ripercussioni emotive derivanti dall’insuccesso; la fiducia nello sviluppo costante di ciò che si è acquisito e la conseguente sofferenza emotiva sperimentata nelle fasi di involuzione; l’incapacità di abbandonare scopi impossibili o inutili; la convinzione che l’impegno sia direttamente proporzionale ai risultati; l’incapacità di attribuirsi un intrinseco valore e un diritto a esistere; la tendenza a restringere il proprio campo d’azione ad un’unica attività o scopo, fallito il quale si genera la sofferenza; la certezza che il pensiero sia sufficiente a modificare il corso dell’esperienza; la tendenza a evitare esiti indesiderati piuttosto che a perseguire esiti gratificanti; la procrastinazione.

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Scarinci e Lorenzini fanno notare che queste procedure disfunzionali causano un fallimento degli scopi cui segue il fallimento del meta-scopo di essere efficaci nel perseguire gli scopi, e il terzo passaggio è la tristezza provocata dalla percezione di non essere riusciti a costruire la propria felicità.

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La seconda parte del libro si pone un obiettivo audace, ossia quello di provare a definire in maniera oggettiva cosa si intenda per benessere psicologico, proponendo una corposa rassegna dei principali strumenti per misurarlo. Questo strizza un po’ l’occhio alla pretesa squisitamente moderna di poter in qualche modo quantificare tutto, anche stati d’animo che sfuggono alle definizioni come la felicità e il benessere. L’idea tuttavia non è del tutto nuova: in Bhutan, piccolo paese dell’Himalaya, è stato addirittura elaborato un complesso indicatore che misura non la ricchezza del paese, bensì la felicità dei suoi abitanti.

Felicità Interna Lorda al posto del Prodotto Interno Lordo, insomma. Certo, tra i criteri che vengono misurati c’è anche il benessere economico, non che in Bhutan si viva di solo spirito; ma sembra ormai assodato che il benessere globale della persona non possa coincidere soltanto con la ricchezza e con l’acquisizione di beni materiali. Aderendo a quest’ottica di felicità multifattoriale, gli autori propongono la versione definitiva della Scala di Valutazione del Benessere, composta da cinque scale principali tra cui compare, relativamente snobbata dagli altri strumenti, la dimensione della trascendenza.

In una riflessione che vuole essere laica è comprensibile che trovino poco spazio i riferimenti all’aldilà e alla vita eterna, che pur per tanto tempo hanno avuto (e hanno tuttora, per chi ci crede) un ruolo cruciale nel medicare gli animi affranti e nel favorire l’accettazione e una certa serenità rassegnata. Tuttavia all’incredulità sempre più diffusa che dopo la morte ci sia qualcos’altro corrisponde necessariamente un drastico spostamento di prospettiva, che colloca gli indicatori del benessere psicologico nel qui ed ora: essere consapevoli di se stessi, godere di buona salute, avere buone relazioni interpersonali, essere autonomi e con un buon controllo sul proprio ambiente, poter accedere ad una buona istruzione e avere uno scopo da raggiungere nella vita.

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Messaggio pubblicitario ASPIC FINO A 11 MARZO 2018 Con questi presupposti, poco importa se risorgeremo. Eppure, secondo gli autori, anche questa tendenza post-moderna a non concepire la trascendenza porta in sé un carico di angoscia e insoddisfazione, legate al senso di precarietà, di urgenza e di mancanza di senso che l’idea di una morte senza appello implica.

Nella terza parte viene descritto l’intervento per il benessere (IPB); citando gli autori, “la persona va guidata a una definizione di sé in termini di piano esistenziale che si articola in una serie di obiettivi all’interno di un quadro di riferimento delineato dalla ricerca di senso, di relazioni piene e armoniche, di un incremento di consapevolezza e accettazione di ciò che è realizzabile in una dimensione trascendente” (p. 156).

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Funzione principale della terapia è dunque aiutare il paziente a definire scopi realistici, a non vincolare la percezione globale del proprio valore al raggiungimento di singoli scopi e ad utilizzare il tempo, la gradualità dell’esperienza, le proprie risorse finalmente liberate dall’urgenza di controllare e determinare il successo.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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  • Char_Lie

    “essere consapevoli di se stessi, godere di buona salute, avere
    buone relazioni interpersonali, essere autonomi e con un buon controllo
    sul proprio ambiente, poter accedere ad una buona istruzione e avere uno
    scopo da raggiungere nella vita.”

    Avere scopi da raggiungere nella vita a cosa serve se gli scopi non
    piacciono oppure se i sistemi per raggiungerli risultano odiosi e
    faticosi?

    Da quel poco che ho letto Il libro avrebbero dovuto intitolarlo “dal malessere al malessere”.
    Esiste uno psicoterapeuta che voglia davvero far transitare in generale le persone dal malessere al benessere?

    Secondo me no, perché sono termini relativi e non assoluti.

    Insomma per far questo davvero concretamente in certi casi bisognerebbe investire tante di quelle risorse (economiche e di altro tipo) che lo psicoterapeuta stesso dovrebbe poi sacrificare buona parte del suo benessere per il benessere di un altro che non gli darà proprio nulla in cambio.
    Ad esempio già solo il fatto che si faccia pagare non produce una forma di malessere nel paziente a causa della riduzione delle sue possibilità economiche?
    Transitano delle risorse da una parte all’altra, e ogni transazione costosa riduce il benessere di un individuo, gli toglie libertà di scelta, lo vincola.

    Ridurre il costo dell’esistenza, della vita e dell’accesso al piacere, questo farebbe transitare molte persone dal malessere al benessere.
    Non c’è mai nelle scale di valutazione di benessere “la riduzione della fatica e del costo per adattarsi”, perché per far questo bisognerebbe andare contro ogni logica economica. Se non funzioni bene, cioé non ti adatti, vieni “aggiustato” e cioé “ti insegnano a tollerare frustrazione e fatica”, e così viene definito il benessere: ma si potrebbe anche non essere d’accordo con questo punto di vista qua. Almeno gli psicoanalisti come Freud erano più onesti:

    “Molto sarà guadagnato se riusciremo a trasformare la sua infelicità
    nevrotica in una infelicità comune. Contro l’infelicità comune lei potrà
    difendersi meglio, con una vita psichica risanata”

    Alla fine insomma non si risana l’infelicità (non si transita dal malessere al benessere), si tratta solo di valutare come essere infelici e quale malessere scegliere. Quindi rispetto a quel “Molto sarà guadagnato” si potrebbe essere comunque in disaccordo: chi ci va a guadagnare se un individuo passa dall’infelicità nevrotica a quella comune? L’individuo o l’ambiente circostante? Non si sa bene.

    In certi casi, dove nessuno vuole investire davvero risorse senza poter guadagnare granché, è meglio la follia che la cosiddetta sanità mentale (la psicoterapia non può produrre benessere). Andare verso certe forme di risanamento sarebbe più folle per certi individui che mantenere la follia stessa.

    La psicoterapia e la psicologia non servono per produrre benessere o per definirlo, servono rispettivamente per modificare e descrivere le menti delle persone. Il benessere ha a che fare con delle scale di valori soggettive che possono andare a cozzare anche con certi piani di modifica presuntamente terapeutici.

    Si mette in vendita uno strumento che può tornare utile a qualcuno e non la felicità o il benessere, questi o ci sono o non ci sono, o sono raggiungibili con certi sistemi o non lo sono, e non sono definibili in assoluto, a meno che non si vogliano convincere le persone che il proprio strumento non serve solo per modificare un assetto e passare da A a B, ma che serve direttamente a far transitare le persone dal Malessere al Benessere in assoluto.

    Chi dovrebbe valutare cosa è bene e cosa è male è il singolo individuo e non la scienza, compresa la psicologia. Si possono fornire solo strumenti funzionanti, che questi poi torneranno utili a qualcuno è tutt’altra questione.

    • antonio

      Chi ha recensito il libro forse lo ha letto distrattamente.
      “Il benessere è un processo che si sviluppa temporalmente attraverso determinazioni del possibile all’interno del contesto in cui si agisce. Queste determinazioni sono scelte orientate da scopi-valore che guidano i piani di vita”.
      Nella seconda parte Lorenzini e Scarinci non hanno cercato di definire il benessere psicologico in termini oggettivi, e neanche nei termini in cui è stato descritto nella recensione, bensì in relazione alle risultanze della ricerca psicologica e delle neuscienze. Sono definiti alcuni fattori preminenti del benessere: senso della vita, relazionalità, accettazione, consapevolezza, trascendenza (ha un significato molto più ampio e per alcuni aspetti diverso da quello riportato nella recensione).
      Questi fattori sono presi in considerazione da tutti gli approcci psicoterapeutici della terza ondata del cognitivismo per lavorare in psicoterapia quando all’osservazione arriva un paziente diagnosticabile con le categorie del DSM IV. Sempre più di frequente chiedono aiuto allo psicoterapeuta persone che non intrattengono un vero e proprio disturbo, ma soffrono del mal di vita.
      La proposta del libro “vuole rappresentare una visione della sofferenza che colloca al centro dell’intervento la persona come protagonista della ricerca di una pienezza esistenziale che nel perseguimento di valori dia senso al vissuto esperienziale”.
      Il libro definisce le caratteristiche specifiche di un intervento finalizzato alla promozione del benessere, in particolare differenziandolo da una psicoterapia tradizionale in termini di obiettivi, di specifiche tecniche adottabili, di contesto e di modalità.
      L’ intervento può collocarsi come un modulo di una più ampia psicoterapia tradizionale, ma essere anche rivolto a persone senza specifiche psicopatologie.
      Si integra tra l’altro con il modello LIBET proposto di recente da Ruggiero e Sassaroli.

      • Char_Lie

        “vuole rappresentare una visione della sofferenza che colloca al centro
        dell’intervento la persona come protagonista della ricerca di una
        pienezza esistenziale che nel perseguimento di valori dia senso al
        vissuto esperienziale”

        Tanto per intenderci meglio la sofferenza relativa ad una certa mancanza di pienezza esistenziale non si può individuare chiaramente da cosa dipende senza interpellare il singolo individuo, perché la pienezza esistenziale è relativa e non assoluta.

        Se la mia pienezza esistenziale consistesse nel fare a fette le persone senza poi rischiare di finire in galera… Ecco supponiamo che io sia tendenzialmente un serial killer e mi lamenti del fatto che rischio di finire in galera quando ipotizzo di compiere questi atti qua, la mia pienezza esistenziale consisterebbe nel poter fare certe cose e contemporaneamente farla franca senza sottostare a certi vincoli legali “fastidiosi” e attualmente diffusi.

        Ora è plausibile che gli psicoterapeuti abbiano davvero il potere di modificare la realtà circostante e farmi andare nello stato di benessere in cui io, serial killer, non devo più preoccuparmi di venir condannato e messo in gattabuia quando affetto questa o quella persona?

        Ho fatto un esempio estremo, ma si può modificare questo esempio in svariati altri ambiti molto meno estremi in cui ci sono conflitti di varia natura. Il malessere esistenziale è relativo, relativo all’idea che ha ogni singolo essere umano di cosa sia il proprio benessere.

        Per far transitare una persona realmente dal suo malessere al suo benessere bisognerà accettare la sua definizione di cosa sia il suo stato esistenziale di benessere (che può andare anche contro la morale, la legge e altri vincoli sociali attualmente in vigore) e non certo le vostre (definizioni) e quelle che fanno comodo a voi per vendere una certa cura che funzionerà solo per certe definizioni di benessere e non per tutte.

  • Maria Pia La Catena

    Mi permetto di dissentire con l’autore o l’autrice che parlando della seconda parte del libro ha liquidato l’importanza della fede. Sicuramente nel libro, che non ho letto, ci sarà l’ennesima dimostrazione di quanto la deriva positivistica abbia inaridito il cuore dell’uomo allontanandolo da Dio, in un processo forse irreversibile di cui vediamo i risultati ogni volta che un’anima peccatrice incrocia il nostro cammino, ma trovo doveroso che almeno chi commenta tali cadute dello spirito si faccia forte della propria fede per contrastarle con decisione. Mi sembra che l’articolo, che nella parte centrale accusa anche un’evidente flessione nella qualità espositiva, rinunci completamente alla responsabilità di ogni cristiano di sostenere le ragioni della Verità e della Trascendenza. E mi rivolgo in particolare all’autrice, presa forse da un anelito veterofemminista a ben figurare agli occhi dei colleghi uomini.

    Cordialità

    Maria Pia La Catena

    • silvia dioni

      Gentile Lettrice,
      solo un’osservazione al suo gradito contributo, viziato a
      quanto pare da un clamoroso malinteso di fondo: sbaglia infatti a pretendere
      che io mi schieri a difendere alcunché, forte di una fede che viene data (curiosamente) per scontata. Devo confessare infatti che, per quello che è il mio personale grado di aderenza alla spiritualità cristiana, se mettessi piede in una chiesa probabilmente le acquasantiere andrebbero in ebollizione. Ciononostante mi sento di assicurarle che il mio commento non è stato contaminato dal rapporto di serena indifferenza che intrattengo con l’argomento religioso, o dal franco sospetto con cui spesso guardo ai suoi sostenitori più accaniti.
      Rivendico in sostanza lo spirito squisitamente laico del mio intervento; non affronto invece l’accenno al veterofemminismo, in quanto non vedo il nesso.
      Saluti!

      silvia dioni

  • antonio

    Queste ultime considerazioni mettono sullo stesso piano Hitler e Madre Teresa. Vi è una domanda etica che ci interroga.
    Ma aldilà di questo perchè curiamo un bipolare che in fase maniacale è euforico si sente benissimo e mai accennerebbe al minimo malessere?
    Negli ultimi tempi le neuroscienze hanno messo in evidenza alcuni processi cerebrali del benessere. Il libro fa riferimento a queste ricerche che offrono indicazioni importanti rispetto a ciò che dà benessere.
    Un’ultima considerazione. Non sarebbe opportuno che prima di fare valutazioni su un libro o su qualsiasi testo lo si leggesse?

  • antonio

    Le conssiderazioni di Char_Lie.

    • Char_Lie

      Io ragiono in termini pratici.

      Immaginiamo di poter fare un’ipotetica intervista.
      Se chiedessimo a Adolf Hitler o a Madre Teresa di esplicitare in cosa consisterebbe il proprio benessere e cosa dovrebbe accadere affinché avvenga un qualche miglioramento esistenziale, risponderebbero allo stesso modo? Per me è molto probabile che non sia così, per questo dubito che sia così facilmente oggettivabile in cosa dovrebbe consistere il benessere individuale, dato che inevitabilmente coinvolge moltissimi aspetti dell’esistenza e non solo quelli mentali, la mente sana sta in un ambiente adatto a quel tipo di sanità mentale.

      Il punto cruciale che volevo mettere in evidenza è che i loro rispettivi stati di benessere (ad esempio di Hitler e Madre Teresa) potrebbero andare in direzioni conflittuali, perché potrebbero coinvolgere buona parte dell’ambiente circostante: se si trova in uno stato di benessere esistenziale Adolf Hitler, magari non si può trovare in questo stato di benessere anche Madre Teresa, perché uno dei due stati di benessere esclude l’altro.

      Se il benessere fosse indipendente da una serie di risorse ambientali e relazionali, dagli assetti sociali, e dagli esiti di certe lotte tra gruppi o singoli individui, potremmo sostenere che si tratta di uno stato puramente mentale che si può manipolare con qualche idea, ma non mi sembra che tutto questo sia vero, tutto qui.

      Inoltre il benessere di certe classi sociali e tipi di individui dipende da certi assetti politici, religiosi, sociali e morali.

      Se esistesse una formula generalizzata per far coltivare il benessere individuale che facesse passare realmente dal malessere al benessere qualsiasi tipo di individuo e l’avessero applicata praticamente sia Adolf Hitler che chi andava contro il suo regime, chi avrebbe dovuto vincere la guerra in uno scontro tra questi?
      Se vince uno dei due questo va verso uno stato di benessere maggiore (secondo la propria definizione di benessere) se vince l’altro succede il contrario in maniera simmetrica.

      Non è possibile che vincano Tutti. Se qualcuno transita dal proprio malessere al proprio benessere è molto probabile che qualche altro transiti dal proprio benessere al proprio malessere.

      Viviamo in un mondo in cui lo spazio e le risorse sono limitati, e può capitare che il benessere di un individuo costi il malessere di certi altri, per questo già l’impostazione a monte non può reggere per me.

      Faccio un altro esempio: se io ho un tetto sulla testa e di tetti non ce ne sono abbastanza per tutti, qualcuno vivrà per strada per forza di cose, e non è che se tutti leggono un libro per passare dal proprio malessere al proprio benessere individuale e applicano certe idee per magia troveranno un tetto dove andare a vivere se tetti non ce ne sono abbastanza per tutti.

      Immagino che paradossalmente basterebbe distribuire un libro del genere, farlo leggere a tutti, fargli applicare queste idee, e tutti diverrebbero per magia più contenti, più felici e migliorerebbero la qualità della propria vita transitando dal loro malessere al lore benessere?
      E le risorse per farli stare tutti quanti meglio, per fargli trovare dei partner che gli piacciano, lavori migliori e così via… Esistono davvero? Dove le si vanno a prendere?

      Se tetti, case abitabili e risorse non ce ne sono abbastanza ed in abbondanza per tutti, i conti non torneranno mai, ed il malessere esistenziale individuale dovuto ad una serie di mancanze (effetto della selezione naturale stessa) sarà un qualcosa di necessario che andrà a colpire una certa fetta di individui che fanno parte della popolazione e non dipenderà da una qualche disabilità intrinseca di questi qua da colmare, ma dal fatto che nella lotta contro tutti gli altri tipi, qualcuno dovrà pur perdere e soccombere (in base alle più svariate caratteristiche).

      Ragionando così, senza sapere di cosa tratta il libro in particolare, io arrivo alla conclusione che non può esistere proprio un libro per far coltivare a tutti il proprio benessere soggettivo, perché non può esistere un libro per far diventare tutti quanti vincenti e far accaparrare a tutti le risorse di cui necessitano per coltivare questo benessere in un mondo in cui le risorse sono così limitate e gli individui sono costretti a competere nei più svariati modi per accaparrarsele.

      Il problema del benessere individuale perciò non ha a che fare semplicemente con le scelte dei singoli individui, ma con assetti molto ma molto più ampi, con quanti abitanti ci sono in giro, con quanto questi sono abili rispetto al singolo in certe cose, con quanto spazio è disponibile nell’ecosistema, e così via.

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