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Graded Motor Imagery per il trattamento del dolore cronico

Negli ultimi 10 anni le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno portato novità importanti nella comprensione del ruolo del cervello nel dolore cronico.

Sono sempre più numerosi gli studi che evidenziano come il dolore cronico sia associato ad una riorganizzazione della corteccia sensoriale primaria (Flor et al., 1995, 1997). I pazienti con dolore cronico presentano un’alterazione della rappresentazione corticale somatotopica e anche della capacità di integrare gli stimoli percettivi con la rappresentazione e la discriminazione spaziale tra il lato affetto e quello sano.
Risultano compromesse anche le performance motorie volontarie. Altri studi mostrano che questi cambiamenti non sono irreversibili: per esempio i campi della corteccia sensitiva si possono modificare tramite stimoli tattili che hanno anche una rilevanza comportamentale (scrittura braille, Florence et al., 1997).
L’applicazione clinica di questi studi ha visto la messa a punto di trattamenti specifici che hanno come obiettivo diretto la riduzione del dolore attraverso una riorganizzazione corticale.

La Graded Motor Imagery (GMI) è uno di questi trattamenti: il suo obiettivo è quello di coinvolgere in maniera graduale le cortecce motorie senza attivare le risposte protettive del dolore. Vengono applicati i principi fisioterapici dell’aumento graduale delle attività, adattati in modo da influenzare sia il sistema nocicettivo ipersensibilizzato, sia i meccanismi corticali alterati già menzionati.

L’utilizzo del feedback visivo con lo specchio è un tipo di trattamento ben conosciuto e validato, introdotto dall’équipe di Ramachandran e colleghi nel 1992, per il trattamento dell’arto fantasma e dell’emiparesi conseguente a stroke (review di Ramachandran & Altshuler, 2009).

Pur essendo l’approccio GMI molto più “giovane”, è stata verificata la sua efficacia nel trattamento della CRPS, e vi sono risultati incoraggianti anche per il trattamento di altre condizioni di dolore cronico (Moseley et al., 2004, 2006).

Moseley e Butler hanno proposto due innovative definizioni del dolore, che aiutano a capire il “terreno teorico” in cui affonda le radici l’approccio GMI. La prima (Moseley, 2003) descrive il dolore come “il prodotto di diversi sistemi, che viene costruito sulla base della specifica “firma neurale” individuale del dolore. Tale “firma neurale” è costruita ogni volta che il cervello conclude che i tessuti corporei sono in pericolo ed è necessario un intervento.

Il dolore è un riferimento anatomico localizzato nel cervello”. Da sottolineare che il dolore è concepito come un prodotto che viene costruito dal cervello (piuttosto che soltanto uno stimolo che viene percepito ed elaborato). La definizione più recente (Moseley & Butler, 2015) fà un ulteriore passo avanti descrivendo il dolore come “un’inferenza percettiva, tramite la quale l’esperienza è considerata un risultato nella coscienza che riflette la migliore stima di ciò che sarà una risposta vantaggiosa. La tendenza è quella di sovrastimare il pericolo e di conseguenza eccedere in comportamenti protettivi.”

GRADED MOTOR IMAGERY nel dolore cronicoConsigliato dalla Redazione

GRADED MOTOR IMAGERY disfunzione sensoriale, componente educativa, attivazione motoria (…)

 

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Responsabilità e disagio, una ricerca empirica sugli adolescenti piemontesi di Trinchero e Tordini (2011) – Recensione

Sonia Segoloni

Secondo Havighurst per affrontare questo periodo di “assestamento” vi sono dei “compiti di sviluppo” connessi alla fase adolescenziale, i quali si presentano in un preciso periodo della vita del soggetto e che assolti in modo adeguato possono condurre alle felicità.

Il volume “Responsabilità e disagio, una ricerca empirica sugli adolescenti piemontesi” si presenta suddiviso in tre capitoli. Il primo, “Il contesto dell’indagine” a cura di Maria Loretta Tordini, tratta della condizione in cui si trova la società attuale considerando tutti gli eventi più importanti che possano aver dato un contributo all’odierna situazione. Uno di questi è la globalizzazione che [blockquote style=”1″]ha mobilizzato masse di persone ma anche di capitali, culture, mentalità, valori, rivoltando certezze consolidate da anni e secoli, mescolando, cancellando, introducendo diverse realtà fra Popoli e Istituzioni[/blockquote] il boom economico del secondo dopoguerra e le varie trasformazioni politiche, Facebook e le innovative tecnologie.

Continuando di seguito con l’analizzare le sensazioni provate dai ragazzi di oggi sempre meno inclini a lasciare il proprio “ovile” per la sempre crescente incertezza che questo futuro offre loro, per poi concludere con dati più scientifici quali il Pil, prodotto interno lordo e il Bil, benessere interno lordo.

Il secondo capitolo che si intitola “Adolescenti tra responsabilità e disagio. Una ricerca empirica”, di Roberto Trinchero, pone all’attenzione del lettore un tema molto importante e sentito ovvero la transizione dalla “società dei ragazzi” alla “società degli adulti”. Questo periodo costituisce per il ragazzo sì un momento emozionante ma anche colmo di paure e incertezze, [blockquote style=”1″]il momento in cui il ragazzo si trova a far convivere e a cambiare gradualmente valori, norme, modelli, abitudini, stili di vita tipici della società dei ragazzi con i corrispondenti della società degli adulti.[/blockquote]

Secondo Havighurst per affrontare questo periodo di “assestamento” vi sono dei “compiti di sviluppo” connessi alla fase adolescenziale, i quali si presentano in un preciso periodo della vita del soggetto e che assolti in modo adeguato possono condurre alle felicità. Contemporaneamente il ragazzo si trova sì a dover assolvere questi compiti ma anche a dover contrastare e superare livelli di problematicità del disagio in cui potrebbe trovarsi, e ve ne sono vari. Questo ha portato all’esigenza di condurre un’indagine empirica il cui obiettivo è stato quello [blockquote style=”1″]di descrivere le caratteristiche degli adolescenti che manifestano atteggiamenti di possibile disagio e rilevare relazioni significative tra le variabili suddette e tali atteggiamenti[/blockquote]

Le ipotesi che hanno guidato il lavoro sono le seguenti: gli indicatori di disagio possono essere diversi: per sesso, età, diversi contesti abitativi e familiari, ragazzi che frequentano tipi di scuola differenti e ragazzi che considerano importanti aspetti differenti. La tecnica di rilevazione dei dati utilizzata è una variante della tecnica delle storie. I risultati della ricerca hanno fatto emergere sette nodi problematici, che possono essere considerati come rispettivi diritti e doveri per gli adulti e per i ragazzi. Infine nel terzo ed ultimo capitolo intitolato “L’adolescenza vista giorno per giorno. I contributi delle scuole coinvolte nell’indagine” si dà spazio alle scuole che insieme ai ragazzi possono ora discutere delle problematiche e dei temi più importanti emersi dai risultati della ricerca.

Le citazioni per me più significative sono : [blockquote style=”1″]I ragazzi andrebbero maggiormente responsabilizzati e coinvolti nelle decisioni e nelle attività degli adulti, promuovendo e spronando una partecipazione a vari livelli: attività di volontariato, servizio sociale, cure dei soggetti deboli, anziani o meno fortunati, educazione di pari più giovani di loro, mentoring, ruoli attivi in iniziative culturali e sociali.[/blockquote] Pag.125;

[blockquote style=”1″]I ragazzi affermano spesso di sentire la scuola come un mondo un po’ a sé rispetto alla vita che al di fuori vivono, talvolta avvertendola come qualcosa di estraneo, imposto. Ricorre in molti di loro la sensazione che la scuola sia una struttura rigida, pensata per contenerli ma non capace di interessarli. [/blockquote]pag.176;

[blockquote style=”1″]Nelle nuove generazioni si assiste ad una curiosa contraddizione: da un lato c’è la forte tendenza a rimanere ancorate a situazioni del passato, per la sicurezza che possono offrire di fronte all’incertezza di un futuro “liquido”. Dall’altro la crisi economica, le innovazioni tecnologiche e l’intreccio di relazioni mondiali, dovute anche alla facilità dei viaggi aerei e al loro costo decisamente competitivo rispetto ad altri mezzi di trasporto, avviano grandi movimenti di masse umane. In Italia, molti giovani tendono a procrastinare il momento di distacco dalla famiglia e di assunzione delle responsabilità individuali, definiti talvolta “bamboccioni”, in realtà pagano l’incertezza di un futuro economicamente ed emotivamente assai poco strutturato, fonte d’inquietudine, senza concrete prospettive di lavoro, mentre l’idea di una famiglia basata sul matrimonio sfuma a vantaggio di convivenze più o meno stabili[/blockquote] pag.24/25.

Il target a cui si rivolge questo saggio è a mio parere tutto il personale scolastico e i genitori, i quali possono così affrontare le difficoltà, in modo empatico e consapevole, dando la giusta fiducia e il meritato appoggio a questi ragazzi, che spesso si trovano costretti ad indossare la maschera dei duri per non mostrare le tante debolezze che si trascinano dietro, non tanto per loro spavalderia bensì per un errato esempio che la nostra società propone ai loro occhi di giorno in giorno.

Gli aspetti emotivi della dislessia evolutiva in infanzia, adolescenza e età adulta

La sofferenza emotiva dei soggetti con dislessia è stata indagata sopratutto nell’età infantile e adolescenziale, dove si ha effettivamente una maggior conseguenza psicopatologica nella quotidianità del bambino o dell’adolescente.

Cristina Ferrari – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento: dislessia, discalculia, disortografia

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) comprendono una serie di disturbi relativi all’apprendimento scolastico di base che possono coinvolgere diverse abilità necessarie in fase evolutiva (DSM 5, ICD – 10):

  • Dislessia, disturbo della lettura;
  • Discalculia, disturbo del calcolo;
  • Disortografia, disturbo dell’espressione scritta;
  • Disturbo dell’Apprendimento Non Altrimenti Specificato (NAS).

Il deficit si deve presentare in maniera persistente e in assenza di deficit neurologici, sensoriali e intellettivi. Quindi le linee guida per la diagnosi prevedono la presenza di una discrepanza tra le prestazioni attese in base all’età del bambino e quelle che vengono invece ottenute a livello scolastico. Questa discrepanza può ovviamente ostacolare il percorso scolastico del bambino, soprattutto se non diagnosticata e seguita in maniera corretta: conseguenze comuni sono la scarsa motivazione allo studio, difficoltà di adattamento, ma soprattutto un forte senso di frustrazione (Capozzi et al., 2008).

La Dislessia Evolutiva

Nella ricerca si trovano maggiormente studi legati alla dislessia: infatti secondo l’OMS è tra i deficit più diffusi nell’infanzia, colpisce circa il 4% della popolazione con un range variabile tra il 2 e il 10%.

La dislessia evolutiva è caratterizzata da una difficoltà nella decodifica della lettura, quindi un deficit di lettura e riconoscimento delle parole, non spiegabili dall’età mentale, da problemi di natura neurologica e dall’istruzione ricevuta (Viola, 2012).

Essendo la dislessia un disturbo evolutivo si può notare una notevole difficoltà durante la scuola primaria, momento in cui spesso avviene la diagnosi e iniziano i percorsi di aiuto (Stella, 2001), grazie a corretti sostegni ricevuti si arriva ad un significativo miglioramento nel tempo, portando di conseguenza a diversi cambiamenti anche nell’aspetto psicopatologico del bambino con diagnosi di dislessia (Tressoldi et al., 2001)

Le conseguenze emotive della dislessia in infanzia e adolescenza

Per quanto riguarda le conseguenze emotive della dislessia, Ryan (2006) si focalizza sulla sensazione di frustrazione provata dai bambini dislessici, che sembrerebbe nascere nel momento in cui il bambino diventa consapevole delle differenza di risultati tra sé e i suoi pari nella capacità di lettura. In particolare la frustrazione si presenta di fronte ai vani tentativi del bambino di soddisfare le aspettative proprie e altrui, che li porta spesso a difficoltà nelle relazioni sociali (porta a farli sembrare goffi, a difficoltà di accettazione da parte dei pari, ecc).

La sofferenza emotiva dei soggetti con dislessia è stata indagata sopratutto nell’età infantile e adolescenziale, dove si ha effettivamente una maggior conseguenza psicopatologica nella quotidianità del bambino o dell’adolescente.

Sappiamo infatti che la sintomatologia ansioso-depressiva è la più frequente in età infantile nei soggetti dislessici (Laghi et al., 2010). L’ansia si manifesta di fronte all’anticipazione di un fallimento, strategia spesso usata nei bambini con dislessia, che porta di conseguenza a vivere le situazioni nuove con particolare tensione e forte ansia (Prior et al., 1999).

La costante frustrazione di fronte ai fallimenti porta inoltre ad un costante sofferenza che spesso il bambino non mostra con i chiari sintomi della depressione, ma può mostrarsi con gesti rabbiosi soprattutto verso i genitori oppure dal versante opposto il bambino può nascondere i sentimenti di tristezza e rabbia diventando più attivo e difficilmente gestibile (Ryan, 2006).

Durante l’adolescenza questa rabbia spesso rischia di sfociare nell’abbandono scolastico e in problematiche di carattere sociale: gli adolescenti con dislessia mostrano spesso una sintomatologia ansioso-depressiva, basso senso di autoefficacia, somatizzazioni, difficoltà nell’integrazione sociale/isolamento sociale (Gagliano et al., 2007). Nell’adolescente quindi la sofferenza che prova è legata molto di più all’immagine di sé come inferiore agli altri che è stata alimentata nell’infanzia vivendo il senso di frustrazione per la differenza di capacità con gli altri pari.

Le conseguenze emotive della dislessia nell’età adulta

Per quanto riguarda i dati sulle difficoltà emotive in soggetti adulti con dislessia abbiamo poco materiale visto le poche ricerche condotte in letteratura, soprattutto in Italia (Riddick et al., 1999; Carroll e Iles, 2006). Come abbiamo già accennato, sappiamo che con il passare del tempo la dislessia può arrivare a significativi miglioramenti e con questo ovviamente diminuisce anche la sintomatologia ansioso-depressiva ad essa legata nell’infanzia. Questo probabilmente avviene anche in relazione al cessare delle responsabilità scolastiche: infatti i livelli d’ansia aumentano solo nel momento in cui i soggetti sono sottoposti ad un test sulle loro abilità di lettura.

Il gruppo dell’Università di Padova (Cerea et al., 2015) ha voluto svolgere la ricerca che presenterò per poter ampliare le conoscenze per ciò che riguarda l’indagine degli aspetti psicopatologici nei giovani adulti con diagnosi di dislessia.

Uno degli obiettivi di questa ricerca è proprio quello di indagare ciò che sostenuto in letteratura (Carroll et al., 2006; Riddick et al., 1999) ovvero la presenza di una sintomatologia maggiore in soggetti con diagnosi di dislessia in un campione italiano di giovani adulti, confrontato con un campione di controllo.

Lo studio è stato fatto su un campione di 15 studenti universitari al primo anno di Università, con diagnosi di dislessia in età evolutiva, e un campione di controllo di 15 studenti universitari senza dislessia. I soggetti del gruppo clinico erano tutti seguiti da un tutor nel percorso di studi, il quale forniva sostegno nell’organizzazione dello studio e faceva da intermediario tra i ragazzi e i docenti.

Al campione è stata somministrata una batteria di test:

  • La Battery for the Assessment of Reading and Writing in Adulthood, per la valutazione della lettura e della scrittura in età adulta;
  • Il Cognitive Behavioural Assessment-Young (CBA-Y), che delinea un profilo psicologico della persona individuando sia le sue risorse psicologiche positive sia le aree problematiche.
  • La Child Behaviour Check List (CBCL), per individuare informazioni sull’adattamento, sulle competenze e sui problemi comportamentali ed emotivi.
  • Il Beck Depression Inventory – II (BDI – II), indaga gli stati affettivi, cognitivi e somatici della depressione.
  • La Rosenberg Self-Esteem Scale (RSES), che indaga l’autostima globale.
  • La Connor-Davidson Resilience Scale (CD-RISC), per misurare le capacità di gestione allo stress.

Dai risultati le scale che riportano una differenza significativa tra il campione di soggetti con dislessia e quello di controllo sono quelle che riguardano le lamentele somatiche, i problemi sociali e i problemi di attenzione, mostrando il campione clinico dei risultati maggiori. Mentre gli altri test di carattere sintomatologico non mostrano risultati significativi.

A differenza da quello che si trova in letteratura i soggetti con dislessia non dimostrano significative differenze per quanto riguarda gli stati d’ansia, la depressione, l’autostima o la resilienza. La scala delle lamentele somatiche comprende però emicranie, mal di stomaco, tic nervosi, affaticamento, sintomi che potrebbero avere un fondamento ansioso ma che possono non essere riconosciuti come tali dai soggetti.

Invece la categoria dei problemi sociali riguarda le difficoltà di relazione con gli altri, che possono portare ad un maggior senso di solitudine, alla difficoltà ad aprirsi o alla presenza di sentimenti di gelosia, già emersi nella letteratura di riferimento.

Infine è molto importante la presenza di maggiori problemi di attenzione del gruppo clinico, come la difficoltà di concentrazione, l’impulsività, l’incapacità di stare seduti per lungo tempo, ecc. Questo conferma la presenza di deficit di attenzione nei soggetti con diagnosi di dislessia, anche se non in comobidità con una diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività.

Per quanto riguarda l’assenza di differenze significative nelle scale somatiche ci può essere stata l’influenza dei fattori protettivi del gruppo di soggetti dislessici: la presenza di una diagnosi precoce, di interventi scolastici per il recupero delle abilità nella scuola primaria o secondaria e infine la presenza di un tutor scolastico. Probabilmente questi fattori hanno fatto sì che i soggetti provassero comunque nella loro esperienza scolastica un sostegno che li ha portati a vivere meno il senso di frustrazione e di fallimento, sviluppando un immagine di sé competente, limitando così lo sviluppo di problematiche ansioso-depressive.

Questo ci porta a sottolineare come la presenza di fattori di protezione possano attenuare lo sviluppo di problematiche sintomatologiche gravi e persistenti in soggetti con diagnosi di dislessia. Molto importante è la diagnosi precoce del deficit, che necessita di una preparazione e di un attenzione particolare da parte degli insegnanti oltre che dei genitori, al fine di poter preparare un percorso di studi adeguato alle competenze del bambino e che possa promuoverne un’immagine di sé come competente.

Il tormento del cercatore di tracce – Tracce del tradimento nr. 37

TRACCE DEL TRADIMENTOXXXVII: Il tormento del cercatore di tracce

 

Nell’animo del cercatore a questo punto avviene qualcosa di cognitivamente determinante: il cercatore non cerca prove che il suo partner lo ami o gli sia fedele ma al contrario mette al centro l’ipotesi che il suo partner lo tradisca e vuole la certezza assoluta che ciò non accada e per non sbagliarsi andrà a prendere in considerazione tutte le prove che potrebbero confermare l’ipotesi tanto temuta del tradimento.

Abbiamo visto negli articoli precedenti quali diverse motivazioni possano spingere una persona a cercare le tracce del presunto tradimento del suo partner. Ma c’è un modo di cercare che è caratteristico dei cercatori di tradimenti e che si auto-mantiene nel tempo? La nostra risposta è affermativa e sosterremo che quando si intraprende quel modo di cercare si è perduta per sempre la pace e si entra in un tunnel da cui è difficilissimo uscire.
In primo luogo ciò che accomuna i cercatori è l’intolleranza dell’incertezza; essi ritengono che se qualcosa è incerto e poco chiaro certamente avverrà una catastrofe. Sapere dunque è un modo di prevenire il danno possibile che certamente si nasconde dietro l’indefinito e lo sconosciuto.

Naturalmente non è così: quante volte ad esempio la scoperta di un’innocua avventura senza futuro la trasforma in qualcosa di importante che prende consistenza e che magari può interrompere il rapporto tanto desiderato proprio e solo perché scoperta. Ma al cercatore non importa questo rischio: l’importante è conoscere, egli deve assolutamente essere certo, costi quel che costi. Non sono il tipo di persone che possono far finta di niente, voltarsi dall’altra parte aspettando che la tempesta passi, fare buon viso a cattivo gioco: non capiscono in alcun modo la psicologia dello struzzo. Essi sono i cavalieri della chiarezza, vogliono sapere esattamente come stanno le cose; questo è un valore in sè più ancora della stessa relazione: meglio sapere con certezza che si è traditi che non sapere se lo si è o no, anche se in questo secondo caso c’è la possibilità di non esserlo.

Nell’animo del cercatore a questo punto avviene qualcosa di cognitivamente determinante: il cercatore non cerca prove che il suo partner lo ami o gli sia fedele ma al contrario mette al centro l’ipotesi che il suo partner lo tradisca e vuole la certezza assoluta che ciò non accada e per non sbagliarsi andrà a prendere in considerazione tutte le prove che potrebbero confermare l’ipotesi tanto temuta del tradimento. E’ come se si dicesse “devo dimostrare con certezza che non mi tradisce”, da quel momento in poi vaglierà esclusivamente tutte le prove a favore del possibile tradimento ed escluderà o non terrà in gran conto quelle contrarie, per lui è fondamentale non sbagliarsi sul tradimento. Meglio un errore che lo porti a sovrastimare il tradimento piuttosto che un errore che glielo faccia trascurare. Diventa un feroce pubblico ministero senza mai dare la parola alla difesa; per lui è meglio un innocente condannato ingiustamente che un colpevole in libertà.

Questo stesso modo di ragionare che mette al centro una sola ipotesi, in genere quella temuta, e trascura le ipotesi alternative e si muove nel tentativo di escluderla con certezza, finendo invece per averla sempre presente senza riuscire a raggiungere mai quella certezza assoluta che si desidererebbe semplicemente perchè è impossibile, è presente nella maggior parte dei disturbi psichici. Si pensi all’ipocondriaco che vuole escludere con certezza di essere ammalato, all’ossessivo che desidera eliminare ogni ragionevole dubbio sulla sua responsabilità, all’ansioso che cerca garanzie assolute sul funzionamento del suo cuore e sull’impossibilità di avere un infarto, al fobico sociale che non vuole rischiare in alcun modo di fare una brutta figura.Tutti questi disturbi condividono lo stesso modo di ragionare: vogliono escludere con certezza assoluta un’ipotesi ritenuta terribile. Il cercatore di tracce fa in maniera esasperata, data la posta in palio, quello che facciamo tutti noi e cioè cercare le conferme alle nostre convinzioni piuttosto che le disconferme.

Sappiamo che gli esseri umani tendono ad essere dei confermazionisti piuttosto che degli scienziati popperiani dediti a falsificare le loro credenze. Normalmente si cercano le prove a favore del proprio modo di vedere le cose e si sottovalutano o si ignorano le prove contrarie. L’attenzione selettiva e la memoria selettiva, ad esempio, sono due meccanismi ben studiati che perseguono proprio questo scopo della stabilità del proprio modo di vedere le cose. Il confermazionismo comporta un evidente vantaggio evolutivo e consiste nell’aspettativa che il mondo sia sempre uguale a se stesso e che dunque quello che si è verificato una volta tenderà a verificarsi di nuovo. Le nostre esperienze ci portano ad avere dei pregiudizi (ovvero dei giudizi anticipati) che generano aspettative su come andranno le cose e per questo ci consentono di fare previsioni. Se non avessimo pregiudizi ogni mattina ci sveglieremmo in un mondo del tutto nuovo, sconosciuto e imprevedibile e non sapremmo come muoverci per perseguire i nostri scopi.

Siamo affezionati alle nostre convinzioni e poco disposti a lasciarle perdere perché sono la guida che abbiamo per camminare e fino a quando non si manifestano decisamente infondate e dannose tendiamo a conservarcele gelosamente. Naturalmente le credenze saranno tanto più difficili da cambiare quanto più sono fondanti per la nostra visione del mondo e in particolare di noi stessi: è evidente che è più facile cambiare idea sulla propria abilità di giocatore di bocce, se è un’attività saltuaria e poco importante, che non sulla propria identità sessuale e, allo stesso modo, sarà più facile cambiare idea sull’affidabilità del vicino di casa che su quella del proprio partner, motivo per cui è proprio l’interessato ad essere l’ultimo che si accorge del proprio stato di tradito.

Il vantaggio evolutivo in sintesi consiste nel fatto che animali non confermazionisti non potrebbero far tesoro dell’esperienza, ne tantomeno della trasmissione transgenerazionale delle informazioni (che sono appunto credenze su come funziona il mondo) e si troverebbero ad ogni istante a ripartire da capo ripetendo sempre gli stessi errori talvolta fatali. Molti cercatori come abbiamo visto non cercano le prove a favore e contro l’ipotesi del tradimento ma esclusivamente quelle a favore perché non vogliono correre il rischio di commettere un errore importante ma così facendo sono degli investigatori di parte che scartano, non vedono parti importanti della realtà e ne sopravvalutano altri. Il cercatore fa un esame dei fatti molto limitato e una ricerca incompleta di informazioni e dati trascurando le ipotesi alternative che li giustificherebbero; tiene conto solo dell’ipotesi focale e non prende in considerazione altre spiegazioni.

Così facendo ricerca solo evidenze compatibili con l’ipotesi che sta tenendo sotto controllo. Inoltre ha un’eccessiva fiducia nella veridicità delle proprie conclusioni, anche se queste derivano da un esame limitato dei fatti. Quali sono i meccanismi che usa in questa ricerca di conferme nella speranza che, non trovandone alcuna (cosa impossibile) potrà escludere con certezza l’ipotesi tanto temuta? In primo luogo occorre soffermarci sulla attenzione e disattenzione selettiva. Quando analizziamo con i nostri sensi l’ambiente tendiamo a prestare maggiore attenzione a quei particolari che confermano le nostre ipotesi e a trascurare quelli che invece le mettono in discussione.

Se quando il partner torna a casa dopo una giornata di lavoro e la domanda che ci poniamo è quali siano gli indizi che è stato con la rivale noteremo e daremo significato a particolari che ci confermano questo nostro sospetto, come il fatto che sia imbronciato o sia un po’ in ritardo mentre non saranno prese in considerazione tutte le prove a favore della fedeltà come le telefonate interessate durante la giornata, il bacio affettuoso con cui ci saluta.

 

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Assumere antidepressivi incrementa il rischio di episodi maniacali e disturbi bipolari

L’incidenza di episodi maniacali ed ipomaniacali nei pazienti depressi sembra spesso doversi imputare al trattamento farmacologico impiegato. Tuttavia, non è stato chiarito il meccanismo attraverso il quale tali farmaci possano predisporre i pazienti depressi a sviluppare questi episodi.

Nel dettaglio, ad oggi sappiamo che gli episodi maniacali acuti si associano all’uso di antidepressivi triciclici (TCA) e a doppia azione (es: SNRI), come ad esempio la venlafaxina. Tra i fattori di rischio più importanti per l’insorgenza del disturbo bipolare vi è una precedente storia familiare del disturbo, un episodio depressivo con sintomi psicotici, la diagnosi di depressione in giovane età ed infine la depressione resistente ai trattamenti.

Nel tentativo di stabilire l’incidenza di episodi maniacali, ipomanicali e del disturbo bipolare tra i pazienti depressi, i ricercatori guidati dal dr. Patel hanno esaminato le cartelle cliniche di 21012 soggetti con un’età compresa tra 16 e 65 anni, che stavano ricevendo un trattamento farmacologico per la depressione unipolare (criteri ICD-10) la cui storia psichiatrica era esente da episodi maniacali o disturbi bipolari.

Gli antidepressivi più comunemente prescritti erano SSRI (35,5%), mirtazapina (9,4%), venlafaxina (5,6%) e i triciclici (4,7%). In seguito, il team di ricerca ha valutato l’incidenza di successive diagnosi di disturbo bipolare ed episodi maniacali tra i pazienti considerati.

L’analisi ha rivelato che il rischio complessivo (annuo) di una nuova diagnosi di disturbo bipolare e di episodi maniacali nel periodo considerato (2006-2013) era del 1,1%, ovvero circa 10,9 pazienti su 1000. Inoltre, il picco di tali diagnosi avveniva tra i 26 e i 35 anni, range nel quale il rischio di nuove diagnosi arrivava al 1,2%.

Dalle analisi statistiche è stato possibile osservare come un qualsiasi precedente trattamento farmacologico antidepressivo era associato ad un aumentato rischio di successive diagnosi di disturbo bipolare e/o episodi maniacali; tale rischio oscillava tra il 1,3% e il 1,9%. Ulteriori analisi hanno rivelato come il rischio maggiore fosse associato all’impiego di SSRI e venlafaxina. Questi farmaci, infatti, risultavano associati ad un aumento del rischio di disturbi bipolari e/o episodi maniacali del 34-35%.

Tra i limiti della ricerca sicuramente vi è l’impossibilità di inferire alcun rapporto di causa-effetto tra le variabili, trattandosi appunto di uno studio osservazionale. Inoltre, i ricercatori hanno voluto sottolineare la possibilità che l’aumento del rischio delle patologie soprammenzionate potesse dipendere più da potenziali disturbi bipolari latenti piuttosto che dal trattamento farmacologico. Infine, non è stato possibile raccogliere adeguatamente tutte le informazioni riguardanti i fattori di rischio del disturbo bipolare e dell’episodio maniacale. Tuttavia, i risultati di questo studio ci invitano a riflettere sull’importanza dell’influenza dei farmaci antidepressivi (ma non solo) sulle patologie in comorbilità nei pazienti depressi.

La formazione sui trattamenti evidence-based per i disturbi dell’alimentazione

 

Una innovativa modalità di formazione su trattamenti evidence-based per i DCA è in fase di valutazione presso il centro CREDO dell’Università di Oxford. Il training, in lingua inglese e gratuito, viene effettuato on line e illustra la CBT-E in dettaglio.

Un trattamento è definito evidence-based se, dopo ricerche di alta qualità su campioni di popolazione e attente valutazioni scientifiche, dimostra di avere i migliori risultati disponibili della ricerca, tanto da rappresentare una guida nel processo decisionale clinico, nelle fasi diagnostiche o di gestione del paziente.

Per quanto riguarda i disturbi dell’alimentazione, negli ultimi anni sono stati sviluppati e valutati alcuni trattamenti la cui efficacia è stata confermata da rigorosi studi controllati e randomizzati. I trattamenti più efficaci sono di natura psicologica e sono stati progettati principalmente per essere somministrati a livello ambulatoriale.

Negli adulti affetti da bulimia nervosa, la terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E) ha dimostrato in due studi controllati, recentemente pubblicati, di essere più efficace della terapia interpersonale (IPT) e della psicoterapia psicoanalitica.

Il disturbo da binge-eating sembra rispondere bene a una varietà di interventi psicologici, tra cui un adattamento della CBT per la bulimia nervosa, la IPT e l’auto-aiuto guidato.

Pochi studi sono disponibili per il trattamento degli adulti con anoressia nervosa e i trattamenti che hanno un certo grado di supporto empirico sono la CBT-E, la psicoterapia psicodinamica focale, il Maudsley Model of Treatment for Adults with Anorexia Nervosa (MANTRA) e lo Specialist Supportive Clinical Management (SSCM), una combinazione di intervento educativo, gestione clinica generale e psicoterapia supportiva.

Nei pazienti più giovani la ricerca si è focalizzata soprattutto sull’anoressia nervosa. Il solo intervento disponibile con moderata evidenza di efficacia è il trattamento basato sulla famiglia (FBT), conosciuto anche come il Metodo Maudsley, che determina una remissione piena attorno al 50% dei casi. La CBT-E, ha recentemente ottenuto risultati promettenti nel trattamento degli adolescenti affetti da anoressia nervosa e appare un candidato alternativo alla FBT, come recentemente raccomandato dal Chief Medical Officer Inglese. Infine la CBT-E ha dimostrato buoni risultati anche nel trattamento degli adolescenti con disturbi dell’alimentazione non sottopeso, come la bulimia nervosa o il disturbo da binge-eating, con un tasso di risposta oltre il 67%.

Sebbene siano fruibili vari trattamenti psicologici evidence-based per i disturbi dell’alimentazione, i corsi master e di perfezionamento, come pure le scuole di psicoterapia, raramente forniscono una formazione specialistica su queste forme di terapia. Come conseguenze negative, in Italia i clinici trovano poche opportunità per apprendere questi trattamenti psicologici e la maggior parte dei pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione riceve interventi non basati sull’evidenza.

Per far fronte a questo problema è stato progettato e implementato in Italia un master (il First Certificate of Professional Training in Eating Disorders and Obesity) che fornisce una formazione specifica e intensiva sulla CBT-E, e sono stati recentemente organizzati seminari di più giorni sulla CBT-E e sulla FBT. Purtroppo, sebbene questi training siano molto apprezzati e frequentati, non sono sufficienti. Da una parte, il master non risolve completamente il problema della disseminazione globale di questi trattamenti, perché può essere offerto ogni anno solo a un numero limitato di terapeuti, dall’altra i seminari di uno o più giorni possono solo introdurre il trattamento psicologico evidence-based, ma non sono in grado di sviluppare nei partecipanti le abilità necessarie per applicarlo in modo efficace.

Una potenziale strategia per superare l’ostacolo della disseminazione su scala globale è rappresentata dal cosiddetto web-centred training, che permette di formare un grande numero di terapeuti simultaneamente. Questa innovativa modalità di formazione è in fase di valutazione presso il centro CREDO dell’Università di Oxford. Il training in lingua inglese è gratuito e viene effettuato tramite un sito web che descrive e illustra la CBT-E in dettaglio e incorpora alcune attività didattiche che aiutano gli allievi ad apprendere le procedure principali del trattamento e le abilità necessarie per somministrarlo.

Il centro CREDO ha anche sviluppato una misura standardizzata per valutare la competenza del terapeuta nell’uso della CBT-E. Il vantaggio principale del web-centred training consiste nella sua scalabilità, ovvero nella possibilità di formare un numero indefinito di terapeuti in tutto il mondo a basso costo, fornendo le conoscenze e competenze necessarie per implementare adeguatamente il trattamento. Lo svantaggio, è la mancanza del contatto diretto tra docente e allievo che può limitare lo sviluppo dell’entusiasmo e della curiosità nei discenti e far dipendere il processo di apprendimento interamente dal livello di motivazione del singolo allievo.

Negli ultimi anni molti sono stati i passi avanti nella disseminazione dei trattamenti basati sull’evidenza scientifica, ma tanti ne devono essere ancora fatti. Dare ad ogni paziente la possibilità di ricevere il miglior trattamento possibile rimane, ad oggi, una delle più grandi sfide che i ricercatori clinici si trovano ad affrontare.

Oltre la cultura degli psicofarmaci in infanzia e adolescenza: il Ministro della Salute apre un tavolo tecnico sul tema degli antidepressivi a bambini e adolescenti

Il tema degli psicofarmaci per i bambini non può essere trattato al di fuori di un approccio globale di psicologia di comunità orientato a valutare quali sono realmente i bisogni del bambino nel suo percorso di crescita fisica e di sviluppo psicologico.

Qual è la posizione degli psicologi sul tema degli psicofarmaci antidepressivi per bambini e adolescenti? Quali sono gli strumenti che mettono in campo gli psicologi per sostenere il bambino e la sua famiglia di fronte a situazioni di disagio psicologico?

I risultati delle prassi sulla somministrazione degli psicofarmaci ai bambini e adolescenti è ritornato alla luce in occasione della Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ONU. I problemi sono numerosi e naturalmente coinvolgono aspetti economici, sociali e politici.

L’associazione Giù le mani dai Bambini che ha come mission anche la farmacovigilanza pediatrica ha presentato un comunicato stampa dove acclama la decisione del Ministero della Salute di aprire un tavolo tecnico sugli antidepressivi per bambini e adolescenti e ripercorre i lavori del Parlamento UE in occasione della giornata mondiale dell’Infanzia e dell’adolescenza. Si legge:

Al Parlamento Ue sono state chieste misure urgenti approvate per vietare il commercio del farmaco – ipotesi comunque remota – sia soprattutto per attivare una procedura di deferimento all’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) per una nuova valutazione dei prodotti medicinali a base di paroxetina nonché per aprire un’indagine finalizzata ad accertare se la multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK) – la quale commercializza tuttora l’antidepressivo, e che, pur interpellata su quest’ultimo studio BMJ, si è trincerata dietro un ostinato silenzio – non abbia violato le norme antitrust dell’UE, garantendo un vantaggio sleale al proprio prodotto, che, secondo il British Medical Journal, e inefficace e pericoloso.

E’ proprio su questo tema che la comunità degli psicologi dovrebbe portare la propria riflessione ed esperienza per affermare l’importanza degli strumenti preventivi del disagio psicologico nell’età dello sviluppo come il sostegno psicologico individuale, famigliare e la programmazione di interventi psico-sociali di comunità.

Il tema degli psicofarmaci per i bambini non può essere trattato al di fuori di un approccio globale di psicologia di comunità orientato a valutare quali sono realmente i bisogni del bambino nel suo percorso di crescita fisica e di sviluppo psicologico.

Nel dibattito di questi giorni non compare questa riflessione che in realtà è la premessa epistemologica più importante perché permette di avvicinarsi al tema degli strumenti che favoriscono il benessere psicosociale del bambino e dell’adolescente. E’ importante, quindi, a fianco della presa di posizione contro gli psicofarmaci nell’età evolutiva iniziare a ribadire l’importanza di tenere in considerazione i bisogni evolutivi del bambino e dell’adolescente e il rispetto del percorso di sviluppo psicologico (relazionale, sociale, emotivo e cognitivo).

E’ evidente, infatti, per chi lavora sul campo che in molti casi si confondono comportamenti fisiologici dell’infanzia con modalità sintomatiche semplicemente perché la società degli adulti si è dimenticata o non conosce o non rispetta le espressioni comportamentali proprie del bambino.

A questo proposito si ricorda che nel mondo della scuola c’è stato bisogno di una Circolare Ministeriale (C.M. 8 del 6 marzo 2013) per riportare l’attenzione del mondo degli adulti sui bisogni del bambino e sull’importanza di osservare e capire la realtà psicologica del bambino e organizzare un progetto educativo individualizzato che tenesse in considerazione le esigenze specifiche.

I bisogni evolutivi speciali non sono altro che i bisogni presentati dai bambini che vivono situazioni sociali, psicologiche e famigliari precise. Abbiamo avuto bisogno di una circolare ministeriale per capire che i bambini sono tutti diversi, che possono avere problemi e soffrire come gli adulti e che tutto questo ha un impatto sulle possibilità di apprendere in modo sereno!

Oggi il mondo degli adulti, di fronte a comportamenti evolutivi del bambino come l’esigenza di muoversi, di correre, di giocare, è in difficoltà perché non è in grado di gestire l’esuberanza o l’apatia o l’inattività o di organizzare ambienti funzionali alla crescita e sviluppo del bambino. E’ in atto una tendenza a utilizzare categorie diagnostiche di fronte alla difficoltà degli adulti di gestire comportamenti evolutivi fisiologici o espressioni di disagio sociale, famigliare e culturale del bambino. L’aumento delle diagnosi di Adhd, infatti, è espressione di questo fenomeno. Lo stesso vale per la depressione infantile o la fobia scolastica che spesso sono il risultato di complessità sociali e famigliari, ma anche di richieste cognitive superiori alle possibilità del bambino.

Sulla base di queste riflessioni si ritiene importante proprio in relazione al dibattito sulla pericolosità degli psicofarmaci nell’infanzia iniziare a diffondere una cultura che parte dai bisogni evolutivi dei bambini per arrivare ad organizzare spazi educativi e sociali che rispettino l’infanzia e promuovano il diritto alla salute e al benessere psicosociale del bambino.

La comunità degli psicologi così come di altri professionisti socio-educativi-sanitari ha maturato un’esperienza indiscutibile rispetto al sostegno e alla cura delle problematiche psicologiche dell’infanzia e dell’adolescenza che dovrebbe essere considerata la strada principale in queste situazioni. E’ importante che gli psicologi ribadiscano che il sostegno psicologico, la psicoterapia, le attività psico-espressive sono gli strumenti elettivi nella gestione del disagio psicologico dell’infanzia e adolescenza, a fianco dei percorsi di psicologia di comunità finalizzati a creare spazi socio-educativi dove il bambino possa fare esperienza del proprio mondo sociale, affettivo e cognitivo.

Purtroppo l’aumento vertiginoso della prescrizione degli psicofarmaci ai bambini è il risultato di una cultura che non rispetta i comportamenti tipici dell’infanzia, i bisogni evolutivi e i tempi di crescita e maturazione psicologica del bambino. La nostra società obbliga il bambino a diventare adulto il prima possibile e questo sta avvenendo anche nella cura farmacologica dove non sono tenuti presenti il significato di alcuni comportamenti di disagio psicologico del bambino.

Ancora una volta ci si concentra sul sintomo senza chiedersi il perché il bambino presenta quell’insieme di manifestazioni e si utilizza un farmaco per contenere, ridurre il problema comportamentale. Per questo è importante nella giornata dell’infanzia e dell’adolescenza ricordarsi del bambino che è in noi per progettare percorsi di vita sociale (famiglia, scuola e ambiente sociale) e di psicologia di comunità che tengano presente i reali bisogni evolutivi dei bambini, i diritti dei bambini, il rispetto dei tempi di crescita e maturazione psicologica e la tutela della salute del bambino e dell’adolescente.

 

Natura e cultura nel comportamento umano: la genetica del comportamento in pillole

La genetica è una delle più grandi conquiste del ventesimo secolo, ha la facoltà di mettere in relazione le scienze biologiche con quelle comportamentali e fornisce alla psicologia, la scienza del comportamento, un posto tra le scienze biologiche.

Valeria Fiocco, Rosanna Narisi, Valentina Pedrazzetti – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

La genetica è una delle più grandi conquiste del ventesimo secolo, a cominciare dalla scoperta delle leggi dell’ereditarietà di Mendel, fino all’ottenimento della prima sequenza di DNA dell’intero genoma umano. Questa disciplina ha la facoltà di mettere in relazione le scienze biologiche con quelle comportamentali e fornisce alla psicologia, la scienza del comportamento, un posto tra le scienze biologiche (Plomin, 2001). La genetica include diverse strategie di ricerca, una delle quali è la genetica quantitativa, dedicata all’analisi dell’influenza dei geni e dell’ambiente e basata principalmente sugli studi sui gemelli.

Origini e sviluppi

Da tempo i gemelli attirano l’attenzione della scienza e da circa ottant’anni sono oggetto di ricerche sistematiche. Gli studi sulle coppie gemellari sono oggi universalmente considerati il metodo più potente per stabilire l’importanza dell’impatto dei geni e dell’ambiente nel determinare malattie e tratti di comportamento.

Tuttavia, non hanno sempre goduto dell’approvazione di cui oggi dispongono: nel tempo, infatti, si sono avvicendati periodi di rapido progresso e momenti di disinteresse e rifiuto per la nascente disciplina (Parisi, 2004).

Le radici di questo campo di ricerca si collocano nelle teorizzazioni di Gregor Mendel. Sulla base di molti esperimenti, Mendel concluse che in ogni individuo ci sono due elementi di ereditarietà per ciascun carattere che possono agire in maniera dominante o recessiva. Essi segregano (quindi si dividono) durante la riproduzione e la prole riceve perciò solo uno dei due elementi da ciascun genitore.

Il vero e proprio studio scientifico dei gemelli si fa unanimemente risalire a Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin, che nel 1875 propose di osservare i gemelli per capire in che misura i fattori ereditari e quelli ambientali potessero influire sullo sviluppo della persona.

Il suo approccio scientifico, detto anche metodo classico dei gemelli, si basava sul presupposto che i gemelli monozigoti avessero identico patrimonio genetico e che i dizigoti avessero la stessa relazione genetica che si riscontra nei fratelli comuni.

Secondo Galton quindi l’osservazione delle differenze tra coppie di gemelli identici e fraterni avrebbe permesso di stimare il peso dell’ereditarietà e dell’ambiente. Premesso infatti un identico ambiente educativo per le rispettive coppie, se i monozigoti avessero presentato caratteristiche simili e i dizigoti caratteristiche contrastanti, sarebbe stato facile dimostrare che, nello sviluppo della personalità, ciò che conta veramente è il fattore ereditario. Galton viene ricordato anche come il fondatore dell’eugenetica, cioè lo studio dei mezzi atti a proteggere, accrescere e perfezionare gli esemplari più robusti e “meglio dotati” delle razze umane

Le tesi scientifiche non sono mai slegate dal contesto ideologico, filosofico e storico nel quale vengono prodotte: le idee di Galton servirono ai conservatori per giustificare le disparità sociali della società inglese del XIX secolo, che, nella loro concezione, erano dovute all’ereditarietà dell’intelligenza e non a disparità culturali ed economiche.

L’analisi sistematica delle somiglianze fra gemelli monozigoti e dizigoti fu introdotta da Siemens (1924) che formulò la regola secondo la quale i gemelli identici presentano una concordanza maggiore rispetto ai gemelli fraterni se il tratto preso in esame è ereditabile.,

Più tardi, durante il nazismo, le tesi dell’eugenetica trovarono nuova linfa grazie al conte Otmar von Verscheuer e al suo allievo Josef Mengele, che furono attratti dall’idea di creare una razza superiore con l’ausilio della manipolazione genetica. In particolare, Mengele, cercò di dimostrare le proprie tesi razziste attraverso orribili esperimenti condotti sui gemelli nel lager di Auschwitz.

Per questo motivo il dopoguerra concise con un periodo in cui le teorie eugenetiche e gli studi sui gemelli vennero completamente screditati.

Al declino degli studi sull’ereditarietà contribuirono anche alcune teorie psicologiche, in particolare quelle del comportamentismo, secondo le quali lo sviluppo dell’individuo è fortemente influenzato dall’ambiente in cui vive e dall’educazione che gli è impartita. Tali teorie, enunciate in alcune lezioni tenute da John B. Watson alla Columbia University nel 1912, costituirono la premessa per le grandi riforme sociali avvenute negli anni Sessanta e per la successiva affermazione del mito dell’istruzione di massa.

Oggi, il pendolo ideologico è cambiato ancora: gli incredibili progressi della genetica hanno permesso di declinare gli astratti concetti dell’ereditarietà in reali frammenti di DNA.

Gli attuali studi sui gemelli dimostrano che la maggior parte delle caratteristiche umane sono almeno parzialmente influenzate dai geni. Tuttavia, la vecchia dicotomia tra ereditarietà e ambiente non è più molto utile. Molte attività e funzioni dei geni sono aperte a influenze di tipo ambientale: i geni stessi possono essere attivati o spenti da segnali che provengono dall’esterno.

E’ anche possibile che i geni possano influenzare l’ambiente: alcune persone hanno una preferenza innata per lo sport, altre hanno il dono della scrittura. Le persone potrebbero perciò essere “destinate” dai loro geni a frequentare un certo tipo di amicizie e di ambienti culturali? Se ciò fosse vero, i geni di un individuo potrebbero certamente plasmare l’ambiente in cui agiscono almeno quanto l’ambiente plasma le attività dei geni.

Oggi gli studi sui gemelli, fondamentali per rispondere a tali quesiti, sono tornati in auge e molti gemelli in tutto il mondo partecipano alle nuove ricerche.

Lo studio della genetica del comportamento umano

Le influenze genetiche

Quelli che Mendel definiva genericamente elementi sono oggi noti come geni. Essi costituiscono l’unità base dell’ereditarietà e si presentano in più forme alternative dette alleli. La combinazione di tutti gli alleli di un individuo costituisce il suo genotipo, mentre l’insieme dei caratteri osservabili si definisce fenotipo.

Un carattere si dice monofattoriale quando è influenzato da un singolo gene che agisce in maniera dominante o recessiva (eredità mendeliana). Un allele si definisce dominante se produce un particolare fenotipo quando è presente allo stato eterozigote (presenza di differenti alleli per un determinato locus sui due membri di una coppia di cromosomi) e recessivo se produce un particolare fenotipo solo quando è presente allo stato omozigote (presenza dello stesso allele in un dato locus su entrambi i membri di una coppia di cromosomi).

Se un carattere è controllato da più geni lo si definisce, invece, poligenico. In generale, ciascuno dei geni che lo condizionano è ereditato in accordo con le leggi di Mendel. Tuttavia, non tutti gli alleli si comportano in modo completamente dominante o recessivo: molti alleli sono addittivi, nel senso che ciascuno di essi contribuisce in parte al fenotipo.

La maggior parte delle caratteristiche fenotipiche e comportamentali mostrano un’eziologia poligenica: esse sono determinate dall’azione congiunta di diversi geni, ciascuno portatore di un piccolo contributo. Il meccanismo della loro eredità è quindi più complesso e non è facile individuare quali e quanti geni cooperano nella specificazione di una data caratteristica (Boncinelli, 1998).

Le influenze ambientali

Nessun carattere è determinato esclusivamente dal patrimonio genetico, nemmeno quelli la cui trasmissione è legata ad un singolo allele dominante. Nel campo della genetica quantitativa, la parola ambiente include tutte le influenze che non siano dovute a fattori genetici. Questa accezione è più ampia di quella comunemente usata in psicologia, infatti oltre a quello che è comunemente inteso, come l’influenza dei genitori, l’ambiente comprende gli eventi prenatali, gli eventi biologici non genetici che si verificano dopo la nascita (malattie, alimentazione) e le modificazioni del DNA non ereditate.

Per i tratti complessi l’influenza ambientale è generalmente importante quanto quella genetica.
In generale, il modello eziologico più̀ accreditato per tratti di natura complessa come quelli psicologici e comportamentali è quello in cui geni diversi, ciascuno con un piccolo effetto, interagiscono tra loro e con fattori ambientali nel determinare una condizione di maggior rischio di sviluppare un certo comportamento. Tale modello è detto multifattoriale.

Genetica quantitativa

La genetica del comportamento ha applicazioni nell’ambito sia della psicologia che della psicopatologia; essa si occupa dello studio delle differenze tra individui (siano esse in tratti comportamentali – come l’intelligenza o la personalità – o in condizioni di patologia) cioè di identificare i fattori (genetici e ambientali) che rendono le persone diverse le une dalle altre.

Visto che la genetica del comportamento si occupa di differenze tra individui, la sua statistica di riferimento è la varianza, che dà informazioni in merito alla dispersione attorno ad un valore medio.

Una volta misurata la varianza per un particolare tratto di interesse, l’analisi genetica quantitativa ha lo scopo di scinderla, cioè dividere la varianza totale in parti attribuibili a componenti genetiche e componenti ambientali.

Fondi di varianza: contributo genetico

La prima fonte di variazione tra individui è data dagli effetti di tipo genetico. Il contributo genetico totale ad un fenotipo è dato dalla somma di effetti genetici additivi e non additivi. La genetica quantitativa considera primariamente gli effetti genetici di tipo additivo (A). L’ereditabilità di un carattere (considerata in senso stretto) si riferisce alla porzione della varianza fenotipica spiegata dagli effetti genetici additivi.

Se un genitore possiede un determinato allele, ciascun figlio ha una probabilità del 50% di riceverlo. Se ciò avviene, avrà sul fenotipo del figlio un effetto identico a quello che ha avuto sul fenotipo del genitore. Ciò significa che l’allele ereditato causa un aumento della somiglianza nel fenotipo fra genitore e figlio, indipendentemente dagli altri alleli in quel locus o in altri loci. L’ereditabiltà in senso stretto fornisce un’indicazione di quanto un carattere sia trasmissibile, ovvero il grado di similarità che ci si aspetta di osservare fra genitori e figli.

L’ereditabilità in senso ampio include invece anche effetti genetici non additivi: la dominanza e l’epistasi. In entrambi i casi gli effetti degli alleli non si sommano in maniera indipendente, ma interagiscono fra loro intraloco (dominanza) interloco (epistasi). In presenza di dominanza, l’effetto a livello fenotipico di un allele è condizionato dall’interazione con l’allele presente nello stesso locus. Poiché i figli ricevono solo un allele da ciascun genitore e non una combinazione di due alleli, hanno solo il 25%, e non più il 50%, di probabilità di ricevere la medesima coppia dominante e manifestare fenotipicamente il carattere. L’epistasi è invece un’interazione non additiva tra geni in loci differenti.

Fonti di variazione: contributo ambientale

L’altra fonte di variazione tra individui è data da fattori di tipo ambientale. Come già detto, la parola ambiente assume un significato molto ampio, tale da essa includere tutti i tipi di influenza eccetto l’ereditarietà. Sono considerate influenze ambientali anche eventi antecedenti alla nascita, eventi biologici come la nutrizione, le malattie e le modificazioni del DNA non ereditate.

Paradossalmente è proprio la ricerca genetica che ha fornito le maggiori prove riguardo l’importanza dell’ambiente nell’influenzare il comportamento umano: i fattori genetici sono così importanti che talvolta contribuiscono a spiegare fino al 50% della varianza, ma tutto quello che rimane è di appannaggio o dell’ambiente, che raramente scende sotto il 50%.

Possiamo distinguere due tipologie di fattori ambientali: quelli comuni (C ) e quelli unici (E). I fattori ambientali comuni includono quei fattori che sono condivisi all’interno della famiglia, come la classe sociale, il divorzio dei genitori, la morte di un familiare, le componenti omogenee del trattamento parentale (Battaglia, 2002), e contribuiscono (insieme ai geni) alle somiglianze tra soggetti imparentati. L’ambiente familiare condiviso sembra giocare, in molti casi, un ruolo trascurabile nello sviluppo della personalità e per alcuni aspetti psicopatologici (Plomin et al., 2001).

I fattori ambientali unici, al contrario, fanno riferimento alle esperienze non condivise all’interno dei soggetti della stessa famiglia e sono responsabili (oltre ai geni) delle differenze tra individui imparentati. Esempi di eventi ambientali unici sono le amicizie, il contesto lavorativo, le componenti non omogenee del trattamento parentale e gli eventi di vita che colpiscono, individualmente, ciascun familiare.

Studi sulle adozioni e studi sui gemelli

Benché molti comportamenti siano ricorrenti nelle famiglie, questa osservazione non è sufficiente sostenere che i fattori genetici abbiano un ruolo significativo. Tra familiari, infatti, le somiglianze possono essere dovuti sia alla condivisione di geni sia a quella dell’ambiente. Gli studi sugli adottivi e gli studi sui gemelli si pongono dunque come strumenti essenziali per riuscire a scindere l’influenza dei geni da quella dell’ambiente su un particolare fenotipo.

Gli studi sulle adozioni creano coppie di soggetti geneticamente imparentati che non condividono lo stesso ambiente familiare (genitori biologici e figli dati in adozione) e altre che condividono l’ambiente familiare ma che non sono geneticamente imparentati (genitori adottivi e figli adottati). Se un figlio risulterà più simile per un determinato carattere al genitore biologico rispetto che al genitore adottivo, allora per quel carattere si suppone siano importanti i geni; al contrario, se il figlio risulterà più simile per quel carattere al genitore adottivo, si supporrà che per quel carattere sarà più importante l’ambiente.

L’altro principale metodo utilizzato per separare le fonti di somiglianza tra parenti di origine genetica da quelle ambientali coinvolge lo studio dei gemelli.

I gemelli identici o monozigoti (MZ) sono geneticamente identici, condividono cioè il 100% dei geni. Questi gemelli sono solitamente confrontati con i gemelli fraterni o dizigoti (DZ) che condividono il 50% del patrimonio genetico come i fratelli normali. Se i fattori genetici sono importanti per un determinato carattere, i gemelli monozigoti saranno più simili dei gemelli fraterni. La contrario, se I gemelli monozigoti sono sono più simili per quel carattere dei gemelli dizigoti, sarà l’influenza dell’ambiente ad essere più significativa.

In Italia circa una gravidanza su novantaquattro è gemellare e solo un terzo è di tipo monozigote (dati ISTAT 1991-1996).

Un metodo per stabilire se i gemelli sono monozigoti o dizigoti è quello dei marcatori del DNA: se una coppia di gemelli differisce anche solo per uno dei marcatori del DNA, questi gemelli devono essere considerati fratelli in quanto i monozigoti sono identici geneticamente. Può anche essere usata la somiglianza fisica, infatti tratti come il colore e il tipo di capelli sono altamente ereditabili e sono influenzati da molti geni. Questo metodo ha un’accuratezza di circa il 90%. È possibile attribuire la maggiore di somiglianza tra i monozigoti rispetto ai dizigoti a fattori genetici solo se si assume che i gemelli identici condividano le esperienze ambientali comuni nella stessa misura dei gemelli fraterni ).

Secondo l’EEA (Equal Environment Assumption, EEA, un assunzione fondamentale all’interno del metodo gemellare, i gemelli, indipendentemente dalla zigosità, sono ugualmente correlati per il loro grado di esposizione agli eventi ambientali di rilievo per il tratto osservato (Kendler, 1993). Se questa ipotesi fosse violata, ossia se i gemelli identici condividessero un ambiente molto più simile dei gemelli fraterni, l’influenza genetica verrebbe sovrastimata.

Un’altra assunzione che sta alla base degli studi di genetica del comportamento riguarda l’accoppiamento casuale. Se si verifica un accoppiamento assortativo (non casuale), i loci per un determinato carattere saranno correlati fra i coniugi. Questa correlazione determinerà la nascita di gemelli dizigoti che condividono più di metà della propria variabilità genetica con una inevitabile alterazione delle stime (Purcell, 2001): in particolare l’ereditabilità verrà sottostimata.

Un altro aspetto fondamentale dello studio sui gemelli è essere sicuri che rappresentino la popolazione generale: i gemelli, in realtà, presentano alcune peculiarità specifiche ma, sebbene nascano spesso prematuri, condividano lo stesso utero durante la gravidanza (Philips, 1993) e siano più piccoli dei neonati singoli, non sembrano essere diversi dagli altri soggetti per quanto riguarda la personalità e la psicopatologia (Christensen et al., 1995).

Tecniche di model fitting

Mentre in passato gli studi gemellari erano fondati sulla semplice osservazione della discordanza/concordanza fra gemelli, oggi esistono strumenti computazionali e specifici software progettati ad hoc.

Esse permettono di quantificare in modo preciso e automatizzato le stime delle componenti di varianza e di confrontare una quantità enorme di modelli differenti nei quali i vari determinanti (A, C, E) hanno pesi diversi, per arrivare a quello in grado di spiegare in modo più accurato l’eziologia di un determinato carattere.

Modelli Gemellari: analisi univariate e multivariate

Nell’ambito della ricerca gemellari, possono essere performati diversi modelli che permettono di rispondere a quesiti differenti.

Il modello gemellare univariato permette di quantificare il contributo di geni e ambiente alla varianza di un particolare carattere, rispondendo alla domanda: Quanto le differenze tra individui per un determinato fenotipo in esame sono dovuti ai geni (ereditabilità), quanto ad esperienze di ambiente condiviso e quanto ad esperienze di ambiente unico?

I modelli gemellari permettono anche di studiare più caratteri contemporaneamente. Una volta rilevato che più caratteri covariano in un determinato individuo (ossia si presentano insieme in una percentuale superiore a quella prevista in base al caso), ed escluso che tra di loro esista un rapporto di causalità, è probabile che vi sia una condivisione di fattori eziologici latenti. Gli studi sui gemelli, definiti in questo caso bivariati (due fenotipi) o multivariati (più di due fenotipi) permettono di chiarire e quantificare le cause di questa co-occorrenza (Neale et al., 2003). La domanda a cui permettono di rispondere è dunque la seguente: Per quale motivo diversi caratteri co-occorrono nello stesso individuo? Perchè sono influenzati dagli stessi geni (pleiotropismo)? Oppure perchè vi sono eventi di ambiente condiviso o non condiviso che predispongono allo sviluppo di entrambi?

Dalla teoria alla pratica

Dopo questa introduzione ci focalizzeremo sull’ articolo ‘The structure of genetic and environmental risk factors for dimensional representations of DSM-5 Obsessive-Compulsive Spectrum Disorders’ (Monzani et al., 2014), pubblicato sulla rivista JAMA, che prende in considerazione il disturbo ossessivo e I disturbi ad esso correlati secondo il DSM 5, ossia il disturbo da dismorfismo corporeo, il disturbo da accumulo, la tricoltillomania e il disturbo da escoriazione.

L’obiettivo dell’articolo è quello di analizzare sia la natura eziologica dei singoli fenotipi sia l’eventuale condivisione di fattori eziologici in un campione gemellare di 5409 di sesso femminile (3042 monozigoti, 2367 dizigoti).Le analisi univariate di questo studio hanno concluso che le differenze tra individui sono riconducibili a fattori genetici per tutti i fenotipi indagati (in particolare: 30,6% per la tricoltillomania, 51,1% per il disturbo di accumulo, 48% per disturbo ossessivo compulsivo, 43% per il disturbo da dismorfismo corporeo e 47% per il disturbo da escoriazione);la restante parte di varianza è risultata spiegata da fattori ambientali unici, mentre il ruolo dei fattori ambientali condivisi sembra essere trascurabile.

Le analisi multivariate hanno invece mostrato che la co-occorrenza tra disturbo ossessivo compulsivo e disturbi correlati è spiegata da due fattori latenti comuni.

Il primo fattore latente ha un impatto notevole su tutti i disturbi analizzati. Questo fattore, in gran parte influenzato dai geni, potrebbe essere concettualizzato come una vulnerabilità genetica non specifica che agisce come fattore di rischio per tutti i disturbi considerati. Tale fattore latente avrebbe un impatto minore sul disturbo da escoriazione e sulla tricotillomania e forse questa differenza potrebbe essere dovuta al minor coinvolgimento di componenti cognitive in questi due disturbi rispetto agli altri.

Il secondo fattore latente è risultato fortemente influenzato geneticamente esclusivamente per tricotillomania e disturbo da escoriazione, suggerendo una serie di influenze genetiche esclusive per queste due patologie. Questi disturbi potrebbero dunque rappresentare espressioni fenotipiche alternative della stessa condizione, dove le differenze fenotipiche potrebbero essere attribuite a fattori di rischio ambientali unici.

La resilienza

La resilienza consente l’adattamento alle avversità ed è un termine preso in prestito dalla scienza dei materiali, dove indica la proprietà che hanno alcuni elementi di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. In psicologia, invece, la resilienza definisce la capacità delle persone di riuscire ad affrontare gli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà.

Generalmente, col il trascorrere del tempo, le persone trovano il modo di adattarsi bene a situazioni oggettivamente drammatiche come incidenti, lutti, calamità naturali ed eventi traumatici in generale.

 

Caratteristiche della resilienza

Coloro che possiedono un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. Si tratta, sostanzialmente, di persone ottimiste, flessibili e creative, che sono in grado di lavorare in gruppo e attingono spesso alle proprie e altrui esperienze.

La resilienza è, dunque, una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al cambiamento dei meccanismi mentali che la sottendono.

Le persone che riescono meglio a fronteggiare le contrarietà della vita, presentano:

  1. impegno ovvero la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività:
  2. controllo, la convinzione di poter dominare gli eventi che si verificano al punto da non sentirsi in balia degli stessi;
  3. gusto per le sfide, ossia predisposizione ad accettare i cambiamenti.

Impegno, controllo e gusto per le sfide sono caratteristiche della persona di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivati e incoraggiati. Per questo, la resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo; essa presuppone comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque.

Avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le difficoltà o gli stress della vita, significa avere le risorse per riuscire ad affrontarli senza farsi sopraffare dagli eventi stessi. Avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento quando necessario; disposti a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta.

 

I fattori costitutivi di alti livelli di resilienza

A determinare un alto livello di resilienza contribuiscono diversi fattori, primo fra tutti la presenza di relazioni con persone premurose e unite, che possano creare un clima di fiducia e di sicurezza, favorendo, così, l’accrescimento del livello di resilienza. Gli altri fattori coinvolti sono:

  • una visione positiva di sé ed una buona consapevolezza sia delle abilità possedute che dei punti di forza del proprio carattere;
  • la capacità di porsi traguardi realistici e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento;
  • adeguate capacità comunicative e di “problem solving”;
  • una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni.

Nella ricerca della strategia più idonea per migliorare il proprio livello di resilienza può essere d’aiuto focalizzare l’attenzione sulle esperienze del passato cercando di individuare le risorse che rappresentano i punti di forza personali.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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L’altruismo nei bambini di buona famiglia

Secondo un recente studio, i bambini in età prescolare, provenienti da famiglie benestanti, si comportano in modo meno caritatevole, rispetto a quelli provenienti da contesti economici meno agiati e la mancanza di altruismo potrebbe influenzare la salute fisica e mentale dei bambini più ricchi.

La ricerca, pubblicata recentemente su Psychological Science, esamina le radici e i benefici dell’altruismo in età prescolare.
Gli autori dello studio sostengono che le loro scoperte sottolineino l’importanza dell’ambiente primario del bambino nello sviluppo della tendenza alla beneficenza e al compiere gesti generosi e caritatevoli.
Jonas Miller, studente laureato nel dipartimento di Psicologia presso l’Università della California dichiara: [blockquote style=”1″]Quando si hanno più risorse non c’è bisogno di essere tanto sensibili all’ambiente circostante, d’altra parte, se non si hanno molte risorse, si è più dipendenti dagli altri e diventa più importante sviluppare abitudini prosociali come il dare.[/blockquote] I risultati dello studio indicano che ciò potrebbe estendersi, come per i giovani, anche per i bambini in età prescolare.

Nello specifico Miller e i suoi colleghi hanno analizzato come 74 bambini in età prescolare, provenienti da varie fasce di reddito, rispondevano a richieste di donazioni.

Durante una sessione di gioco della durata di alcuni minuti con un’esaminatrice, i bambini erano progressivamente in grado di guadagnare 20 gettoni, che, come a loro era detto fin dall’inizio, potevano essere scambiati, alla fine dell’attività, con un premio. Al termine della sessione di gioco, l’esaminatrice spiegava ai bambini che lei lavorava anche in ospedale, con alcuni loro coetanei più sfortunati e malati, che, pertanto, non potevano guadagnare da soli i premi. Spiegava loro che, se avessero voluto, avrebbero potuto donare alcuni dei loro gettoni a questi bambini, così che, anche per loro, sarebbe stato possibile guadagnare premi, nonostante fossero impossibilitati a venire in laboratorio. I bambini venivano poi lasciati da soli a prendere le loro decisioni.

Lo studio dimostra l’esistenza di un rapporto inversamente proporzionale tra reddito familiare e quantità di gettoni che i bimbi si impegnavano a dare: nello specifico per ogni aumento di 15000$ nel reddito familiare, la quantità che il bambino si impegnava a donare diminuiva di due gettoni.

I ricercatori esaminarono anche le reazioni biologiche dei bambini al dare.
Dopo la fase di donazione, quando i bambini erano a riposo, quelli che davano di più mostravano una maggiore attività del nervo vago, che, tra le varie funzioni, aiuta a regolare il battito cardiaco. Da ricordare anche il fatto che, una più alta attività vagale a riposo è stata collegata alla diminuzione del rischio di patologie cardiache, ipertensione e diabete, nonché a meno ansia e depressione.

[blockquote style=”1″]Ciò che lo studio mostra è che sembriamo essere cablati fin dalla giovane età per ottenere benefici dall’aiutare gli altri, e dovremmo verosimilmente incoraggiare queste azioni nei bambini piccoli[/blockquote] dice Miller.

Felix Warneken, professore associato nel Dipartimento di Psicologia dell’Università di Harvard, che ha condotto una vasta ricerca sui comportamenti sociali dei bambini, ha elogiato lo studio in quanto, rispetto alle ricerche precedenti, è andato più in profondità, esaminando ampiamente sia gli aspetti fisiologici sia quelli sociali dell’altruismo.
Warneken ha trovato le scoperte dello studio sul reddito “provocatorie” e collegate ad altre recenti ricerche sugli adulti, che mostrano come il reddito e il potere influenzino l’altruismo.
Tuttavia, criticamente, ha messo in guardia dall’effettuare qualsiasi tipo di generalizzazione sulla base dello studio, dicendo che non dovremmo mai ricadere nel pensare sulla base di categorie.

Il matrimonio: un passo indispensabile per il benessere emotivo nella coppia?

I dati rivelano un quadro in mutamento: rispetto a vent’anni fa, i benefici in termini di benessere emotivo che un tempo erano associati al matrimonio sembrano attenuarsi e percorsi di vita alternativi danno prova di simili potenzialità.

C’è chi dice che sia una trappola e chi ne è affascinato, chi lo valuta obsoleto e chi, al contrario, lo considera un passo imprescindibile in un percorso di vita: che lo si sostenga o lo si avversi, il matrimonio resta un tema con cui confrontarsi e, in molti casi, uno specchio di una società in continua evoluzione.

Un recente studio della Ohio State University ha indagato il tema del matrimonio per cercare di capire il legame tra questa istituzione e il benessere individuale: sposarsi ci rende più felici? Per indagare la questione, i ricercatori hanno confrontato l’andamento del benessere emotivo di chi sceglie di iniziare la vita con il partner con un matrimonio con quello di chi opta per la convivenza: quando si inizia a vivere insieme e a condividere una casa, aver detto ‘lo voglio’ cambia le carte in tavola?

All’inizio degli anni Novanta le ricerche registravano nelle giovani coppie un incremento del benessere emotivo a seguito del matrimonio con una differenza significativa rispetto alla convivenza. Sposarsi, in altre parole, giovava alle giovani coppie molto più che andare a vivere insieme. Oggi invece, secondo le ricerche condotte da Sarah Mernitz e Claire Kamp Dush, le cose sono cambiate. I ricercatori hanno esaminato i dati del National Longitudinal Survey, relativi ad un campione di 8700 soggetti nati tra il 1980 e il 1984, che sono stati intervistati ad anni alterni dal 2000 al 2010. Per l’intero periodo i partecipanti sono stati monitorati relativamente alla propria situazione sentimentale e ai livelli di stress emotivo, per valutare come queste variabili interagiscano tra loro.

I dati rivelano un quadro in mutamento: rispetto a vent’anni fa, i benefici in termini di benessere emotivo che un tempo erano associati al matrimonio sembrano attenuarsi e percorsi di vita alternativi danno prova di simili potenzialità. Lo studio sottolinea che, soprattutto tra le giovani donne, l’inizio della convivenza con il partner offre lo stesso emotional boost che si osserva quando si saltano le prove generali del vivere insieme e si opta direttamente per il matrimonio. Per gli uomini, invece, i dati rivelano che l’abbassamento del livello di stress emotivo è correlato al matrimonio in modo più significativo di quanto avvenga per la convivenza. Differenza che scompare se il partner con cui si convive non è il primo: qualora una precedente relazione affettiva si concluda, infatti, uomini e donne traggono i medesimi benefici dal matrimonio e dalla convivenza.

I fattori alla base del quadro descritto potrebbero essere di varia natura, a partire dalla progressiva diminuzione dello stigma nei confronti di chi sceglie di convivere e posticipare o evitare il matrimonio, che peraltro è una scelta sempre più comune. Al di là di quali siano le cause, lo studio di Mernitz e Kamp Dush rivela un dato interessante e ci suggerisce che, forse, per essere felici l’abito bianco non è poi così importante.

Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: ipotesi eziologiche e questioni ancora irrisolte

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è una rara condizione clinica, la cui definizione è ancora molto incerta, nella quale vi è un’incongruenza tra l’immagine corporea mentale ed il corpo fisico. I soggetti che soffrono di questa condizione hanno un intenso desiderio di amputare un arto primario del proprio corpo, o di ledere il midollo spinale, al fine di divenire paraplegici. 

Federico Lorenzo Gabellotti, Maddalena Ischia, Genoveffa Malizia, Monica Pignarolo – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: introduzione

Il riconoscimento, l’autoconsapevolezza e l’accettazione del proprio corpo è un aspetto apparentemente banale del sé ma che è comunque essenziale per avere successo nell’interazione con il mondo esterno e le persone (Giummarra et al., 2008).

L’esperienza corporea è un’esperienza complessa, per lo più inconscia e che dipende dall’integrazione di informazioni multisensoriali relative al corpo nello spazio. Questa complessa integrazione avviene tra i processi automatici, sensoriali e bottom-up (legati allo schema corporeo) con quelli di ordine superiore, percettivi e top-down (legati all’immagine corporea) (Gurfinkel e Levick, 1991; Kammers et al., 2006 ).

L’importante distinzione a livello concettuale tra schema corporeo e immagine corporea non dovrebbe implicare a livello comportamentale una separazione tra i due aspetti, in quanto questi possono interagire e influenzarsi a vicenda: ad esempio, strumenti come le protesi possono essere incorporati sia nell’immagine corporea (a livello del movimento e di una sua proiezione cosciente) che nello schema corporeo (a livello di approccio automatico con il mondo esterno) (Gallagher e Cole, 1995).

Lo schema corporeo è una rappresentazione plastica e dinamica delle proprietà spaziali e biomeccaniche del corpo che deriva da input sensoriali multipli che interagiscono con i sistemi motori (Kammers et al., 2006; Schwoebel e Coslett, 2005). Lo schema corporeo comprende uno schema motorio e posturale automatico su cui si basano i nostri movimenti non consapevoli, anche se può influenzare e sostenere l’attività intenzionale (Gallagher, 1986; Gallagher e Cole, 1995; Paillard,1991). Inoltre, questo schema può incorporare al suo interno anche parti significative dell’ambiente esterno (come possono essere le protesi per i soggetti amputati) (Gallagher, 1986). Quindi, lo schema corporeo è formato da rappresentazioni innate del corpo che forniscono un repertorio di funzioni motorie necessarie per la sopravvivenza e una piattaforma neurale attraverso la quale comprendiamo e interagiamo con gli altri nel corso della nostra vita (Brugger et al., 2000).

L’immagine corporea, invece, è una rappresentazione cosciente del corpo che è definita da aspetti lessicali e semantici, all’interno dei quali troviamo i nomi e le funzioni delle parti del corpo e le relazioni tra parti del corpo e gli oggetti esterni (Schwoebel e Coslett, 2005). Gallagher e Cole (1995) individuano tre aspetti importanti all’interno dell’immagine corporea:

  • L’esperienza percettiva del soggetto del proprio corpo (cioè il rendersi conto del proprio corpo, in termini di presa di coscienza della posizione degli arti, del movimento o della postura);
  • La conoscenza concettuale (compresi i miti o le nozioni scientifiche) che il soggetto ha circa il corpo in generale;
  • L’atteggiamento emotivo del soggetto verso il proprio corpo.

Nei casi in cui lo schema corporeo risulti essere compromesso, ad esempio a seguito di deafferentazione corticale, l’immagine corporea e quindi l’attivazione consapevole di rappresentazioni alternative del corpo, permettono di compensare la perdita del controllo innato sulla postura e sui movimenti (Gallagher e Cole, 1995).

Esistono molti disturbi legati ad una percezione erronea del proprio corpo e della sua rappresentazione, che il più delle volte sono associati a danni a livello della corteccia premotoria, parietale o dei sistemi che coinvolgono queste aree. Tra questi disturbi troviamo il disturbo dell’identità dell’integrità corporea (Body Integrity Identity Disorder, BIID).

Che cos’è il disturbo dell’identità dell’Integrità corporea

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è una rara condizione clinica, la cui definizione è ancora molto incerta, nella quale vi è un’incongruenza tra l’immagine corporea mentale ed il corpo fisico. Sebbene venga studiata raramente, è possibile affermare che i soggetti che soffrono di questa condizione hanno un intenso desiderio di amputare un arto primario del proprio corpo, o di ledere il midollo spinale, al fine di divenire paraplegici (Blom, Hennekam e Denys, 2012).

Risulta importante sottolineare che, in questi individui, l’arto bersaglio o target dell’amputazione non è affetto da handicap sensoriali, come ad esempio un grave dolore (McGeoch et al, 2011). Tutti questi soggetti, infatti, condividono la necessità di danneggiare definitivamente un corpo apparentemente integro (Sedda, 2011). I pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea esperiscono, quindi, una disparità tra il proprio corpo e quello che immaginano giusto o adeguato per loro (First, 2005; Ramachandran e McGeoch, 2007).

Questi soggetti, infatti, percepiscono un arto del proprio corpo come estraneo. Esplicative, in questo senso, sono le parole riportate da un paziente: “Non sento i miei arti come se appartenessero a me, e non dovrebbero essere lì” (cfr. Blom, Hennekam e Denys, 2012).

La sofferenza e la preoccupazione per l’arto bersaglio è così forte che interferisce con il funzionamento nella vita quotidiana, e in alcun casi l’ossessione per l’amputazione occupa gran parte della giornata di questi pazienti (si vedano, ad es., Blom, Hennekam e Denys, 2012).

Per potersi avvicinare al sentirsi come una persona disabile, molto spesso questi soggetti simulano una menomazione con l’uso di stampelle o di una sedia a rotelle. Inoltre, dal momento che i medici il più delle volte si rifiutano di amputare arti sani, e poiché in questi soggetti è forte bisogno di eliminare questa parte del corpo, possono mettere in atto (in maniera autonoma) soluzioni drastiche e pericolose per raggiungere lo stato fisico desiderato, attraverso delle automutilazioni, ad esempio sparandosi nelle gambe, attraverso ghigliottine create da sé, tramite l’uso di motoseghe o il congelamento dell’arto. Questi atti non sempre portano alla sopravvivenza del paziente (Bayne e Leavy, 2005; Bensler e Paauw, 2003; Berger et al., 2005; Patrone, 2009).

Il primo report scientifico di questo disturbo risale al 1977, quando Money et al. descrissero due casi di pazienti che manifestavano il desiderio di amputare un arto sano. Alcuni anni più tardi, Michael First (2005), in uno studio condotto su 52 volontari, descrisse gli individui che desideravano l’amputazione di un arto sano, identificando così alcune caratteristiche del disturbo, quali: la prevalenza di genere (la maggior parte dei soggetti erano uomini), la predilezione per l’amputazione di un particolare lato del corpo (il sinistro), e la preferenza per l’amputazione della gamba, piuttosto che del braccio.

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea ad oggi non è spesso riconosciuto da neurologi, chirurghi e psichiatri, nonostante sia descritto in letteratura (Blom, Hennekam e Denys, 2012).

Attualmente il disturbo dell’identità dell’integrità corporea non è incluso nella Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie 11 o nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali 5 (DSM-5).

disturbo dell’identità dell’integrità corporea: Ipotesi Eziologiche

Sino ad ora, la spiegazione principale dell’eziologia di questo disturbo è stata psicologica/psichiatrica. Si riteneva, infatti, che il desiderio di amputazione fosse motivato da un impulso sessuale (De Preester, 2013). Tuttavia, studi più recenti hanno cercato di identificare (attraverso tecniche elettrofisiologiche o di neuroimaging), i correlati neurali di questa condizione. Secondo questi studi, il desiderio di amputazione originerebbe da un deficit nella rappresentazione corporea, piuttosto che da un impulso sessuale (Ramachandran e McGeoch, 2007).

Al momento, il dibattito è ancora aperto e di grande rilevanza per il trattamento di questi disturbo. Infatti, comprendere se il desiderio di amputare un arto sano abbia un origine psicologica/psichiatrica o neurologica è fondamentale per lo sviluppo di possibili trattamenti, specialmente in ragione del fatto che la maggior parte degli approcci che sono stati tentati sino ad oggi si sono dimostrati inefficaci (First, 2005).

disturbo dell’identità dell’integrità corporea: Ipotesi Psicologica e Psichiatrica

La prima spiegazione psicologica/psichiatrica di questo disturbo è stata fornita da Money et al. nel 1977. Questi autori, descrivendo il desiderio di amputare un arto sano in due pazienti, definirono questa condizione apotemnofilia, dalla parola greca apo (lontano da), temno (tagliare un pezzo), e philia (amore), riferendosi ad un significato generale di amore per l’amputazione.

Prima della sua ridenominazione, l’apotemnofilia era chiaramente situata nel campo della vita sessuale ed erotica. L’apotemnofilia inizialmente comprendeva sia il desiderio di amputazione da eseguire sulla propria persona, sia la preferenza per un partner che presenta amputazione. L’apotemnofilia è stata considerata come una parafilia, cioè un disturbo di eccitazione sessuale.

Secondo il DSM-5, le parafilie sono impulsi sessuali intensi e ricorrenti, fantasie o comportamenti che coinvolgono oggetti insoliti, attività o situazioni che causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti. Più precisamente, l’apotemnofilia era principalmente intesa come una sorta di feticismo caratterizzato dall’uso di un arto amputato per l’eccitazione sessuale fisica o mentale.

Un feticista è definito come un soggetto che ricerca e ottiene gratificazione sessuale da diverse parti del corpo, o in situazioni in cui gli oggetti inanimati sono utilizzati come metodo esclusivo o costantemente preferito di stimolazione per l’eccitazione sessuale (cfr Lowenstein 2002, p. 135).

È importante sottolineare che i soggetti affetti da apotemnofilia non sono psicotici e non soffrono di allucinazioni. Il desiderio di amputazione non proviene da una illusione o allucinazione, ed è riconosciuto come insolito e bizzarro da chi lo possiede.

Tornando alla descrizione dei pazienti fornita da Money et al. (1977), uno di questi affermava:

(…) l’immagine di me stesso come un amputato ha una fantasia erotica (ognuna diversa) che accompagna ogni esperienza sessuale della mia vita (…). ” (Money et al. 1977, pag. 117).

Per il secondo paziente, le fantasie di amputazione erano spesso presenti, ma non erano una premessa fondamentale per la sua eccitazione sessuale.

Il desiderio di amputazione riguardava un arto del lato sinistro del corpo nel primo individuo e del lato destro nel secondo. Entrambi i pazienti riportavano l’insorgere di questo desiderio intorno agli 11-13 anni. Il primo individuo, inoltre, era sottoposto a trattamento psicoterapeutico per le preoccupazioni circa la propria omosessualità ed una profonda paura della disapprovazione sociale. In aggiunta, questi individui riportavano di non volere fare del male a se stessi (sebbene fosse necessario per soddisfare il loro desiderio), e di essere attratti dall’asimmetria. Gli autori diagnosticarono questi soggetti come parafilici, escludendo la possibilità che soffrissero di disturbi paranoidei e associando il desiderio ad una disfunzione sessuale.

Secondo First (2004), in questi casi, il disturbo dell’identità dell’integrità corporea sarebbe un modo compensativo per rifiutare la propria omosessualità: l’amputazione di un arto potrebbe prevenire e sostituire l’amputazione del pene in un transessuale. In questo caso il desiderio di amputazione e l’amputazione feticista sembrerebbero essere correlati. Ma nonostante questo, gli impulsi sessuali non spiegherebbero pienamente il disturbo in quanto non sono stati trovati in tutti i soggetti disturbo dell’identità dell’integrità corporea (Money e Simcoe 1986; vedi anche Lowenstein 2002).

Alcuni anni dopo, un altro report sulla medesima condizione suggeriva una possibilità alternativa di spiegazione dell’apotemnofilia (Everaerd, 1983). Il paziente descritto da questo autore era un uomo che desiderava l’amputazione di una delle sue gambe. L’autore riporta alcuni episodi nella vita del paziente che si pensava fossero all’origine di questo desiderio: la vista di un ragazzo con una gamba di legno durante l’infanzia, l’attrazione verso questo ragazzo e l’idea che rappresentasse la felicità piena, lo sviluppo di preferenze omosessuali, ed infine, l’uso fasullo delle stampelle. Per l’autore, la motivazione che era alla base del desiderio di amputazione di questo paziente era l’ottenere il benessere fisico e mentale. L’amputazione, in questo caso, perdeva il suo significato sessuale, in quanto era l’unico modo per il paziente per sentirsi completo: assumeva, cioè, rilevanza dal punto di vista dell’identità personale. L’autore, infatti, sottolineava che il suo paziente non aveva problemi di identità sessuale (come sentimenti di colpa per l’omosessualità o un orientamento bisessuale).

Nei primi anni ottanta troviamo così un’indicazione piuttosto suggestiva per la futura distinzione tra apotemnofilia e disturbo dell’identità dell’integrità corporea, basata sulla possibilità che il desiderio di amputazione non sia necessariamente legato ad una motivazione sessuale. Per la prima volta, l’apotemnofilia sembra venire liberata dal suo carattere prominente feticista e quindi sessuale, e viene associata all’ immagine ed identità corporea.

Nel 2005, Michael First pubblicò il primo studio sistematico di un campione di 52 individui che desideravano l’amputazione di un arto sano. Nessuno di questi soggetti (di cui 4 erano donne) presentava deliri, e tutti eccetto uno riferivano che il desiderio era comparso nell’infanzia. Per quanto concerne la comorbidità psichiatrica, 41 soggetti non hanno riferito sintomi psichiatrici, mentre gli altri hanno descritto sintomi di media entità, come ansia e depressione. Lo stesso numero di soggetti, tuttavia, riportava almeno un episodio di origine psichiatrica durante la propria vita. 15 soggetti riportavano anche almeno un altro interesse parafilico, come ad esempio il travestimento o il masochismo. Inoltre, è importante sottolineare che questo studio descriveva anche 6 soggetti che avevano subìto l’amputazione, intervento che, secondo l’autore, aveva estinto permanentemente il loro desiderio.

In particolare, First (2005) suggeriva che l’attivazione sessuale fosse la motivazione secondaria per la maggior parte dei soggetti e che pertanto la ricerca di amputazione non potesse essere considerata una parafilia. Propose inoltre che questo disturbo non fosse incluso nel disturbo da dismorfismo corporeo (BDD, Body Dysmorphic Disorder): tra i due disturbi ci sono infatti delle importanti differenze. Primo, il soggetto con disturbo dell’identità dell’integrità corporea non percepisce l’arto interessato come brutto, ma ha solo la sensazione che questo non appartenga veramente al suo corpo; nei soggetti con BDD, invece, la parte del corpo interessata è vista come antiestetica e disgustosa e ricorrono perciò alla chirurgia plastica per modificare tale situazione (Noll e Kasten, 2014). In secondo luogo, i pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea non sono interessati all’intervento per migliorare esteticamente come succede nei pazienti BDD, ma hanno il desiderio di diventare disabili in modo da sentirsi più autentici.

Partendo da questi presupposti, viene quindi disegnato un parallelo tra il desiderio di amputare un arto ed il disturbo dell’identità di genere (First, 2005).

In quest’ultimo le persone hanno la convinzione che i loro organi sessuali esterni non siano contemplati nella loro identità mentale e quindi, come accade nel disturbo dell’identità dell’integrità corporea, una parte della loro anatomia non viene considerata nel proprio sé (Noll e Kasten, 2014). First (2004) sostiene, inoltre, che sia il disturbo dell’identità dell’integrità corporea che il Disturbo d’Identità di Genere (Gender Identity Disorder, GID) si originano prevalentemente durante l’infanzia e si esprimono spesso attraverso l’imitazione dell’identità desiderata (fingendosi disabili o travestendosi) e vengono trattati con successo attraverso l’intervento. Quindi, l’autore concludeva che il termine Apotemnophilia non fosse appropriato per questo disturbo e propose il termine Body Integrity Identity Disorder, considerando questa condizione il risultato di uno sviluppo insolito della propria identità, dove la componente sessuale non aveva un ruolo primario.

Lo studio di First (2005) è stato però criticato da Helen De Preester (2013), la quale suggerì che fosse impossibile escludere la componente sessuale nello studio dell’apotemnophilia/disturbo dell’identità dell’integrità corporea. Essa rianalizzò i dati di First, cercando i casi puri, ovvero quei casi nei quali la motivazione sessuale (o la motivazione identitaria) fosse completamente assente. La percentuale degli apotemnophilici puri e degli identità puri è risultata essere molto bassa (intorno al 10%). La motivazione sessuale era presente solo nel 42% degli individui studiati da First. Secondo la De Preester, il fatto che l’impulso sessuale fosse secondario non voleva indicare che fosse di minore rilevanza.

Il dibattito sul ruolo delle componenti sessuali nell’apotemnophilia/disturbo dell’identità dell’integrità corporea è ancora aperto, ed è più di tipo teorico che sperimentale. In sintesi, le spiegazioni psicologiche / psichiatriche per il desiderio di amputare un arto sano includono due ipotesi principali: una compulsione sessuale, appartenente al nucleo parafilico, e un disturbo di identità, parallelo al disturbo dell’identità di genere (Sedda e Bottini, 2014).

Allo stato attuale, non sono state proposte nuove spiegazioni psicologiche / psichiatriche: perlopiù, questa condizione non è stata inclusa nelle classificazioni del DSM-5.

disturbo dell’identità dell’integrità corporea: ipotesi neurologiche

Recentemente, l’emergere di prove neuroscientifiche ha favorito un’eziologia alternativa a quella psichiatrica / psicologica.

A partire dal lavoro di Ramachandran e McGeoch (2007), sei studi sperimentali hanno esplorato i correlati fisiologici e cerebrali di questa condizione, evidenziando un’attività corticale alterata, soprattutto nel lobo parietale, ed i comportamenti atipici controllati da queste stesse aree (Brang et al, 2008; McGeoch et al., 2011; Aoyama et al., 2012; Hilti et al., 2013; van Dijk et al., 2013; Lenggenhager, 2014; Bottini et al., 2015). Questi dati sollevano la questione se l’apotemnophilia / disturbo dell’identità dell’integrità corporea possa essere dovuto ad una disfunzione delle strutture anatomiche dedicate alla rappresentazione del corpo ed alla consapevolezza corporea.

Come precedentemente accennato, il primo studio che ha riportato questa ipotesi neurologica è quello di Ramachandran e McGeoch (2007). Gli autori affermavano che il desiderio di amputare un arto aveva aspetti in comune con la somatoparafrenia, in quanto gli individui con disturbo dell’identità dell’integrità corporea mostrano una preferenza per il lato sinistro di amputazione. La Somatoparafrenia è infatti un sintomo neuropsicologico che emerge soprattutto dopo un danno all’emisfero cerebrale destro (Bottini et al., 2009; Gandola et al., 2012). In questi casi, i pazienti negano la proprietà di un arto, di solito il braccio paraplegico sinistro, sostenendo che il braccio non è loro e che il loro vero arto si trova da qualche parte nelle vicinanze. I pazienti somatoparafrenici hanno mostrato una riduzione delle loro menomazioni se gli viene somministrata una stimolazione calorica vestibolare fredda (CVS), a causa degli effetti di questa tecnica sul lobo parietale destro (Bottini et al., 2013). Di conseguenza, è stato suggerito di esplorare l’apotemnophilia/disturbo dell’identità dell’integrità corporea attraverso la risonanza magnetica funzionale e le risposte di conduttanza cutanea (Ramachandran e McGeoch, 2007).

Ramachandran e McGeoch (2007) hanno quindi sostenuto che se i sintomi scompaiono dopo la somministrazione di CVS, questa condizione può essere considerata di origine neurologica e, di conseguenza, i trattamenti per estinguere il desiderio devono rifarsi a manipolazioni fisiologiche di specifiche aree cerebrali.

Nel 2008, Brang et al. hanno presentato uno studio preliminare che ha esplorato la risposta di conduttanza cutanea (SCR) nei soggetti con il desiderio di amputare un arto sano. Gli autori hanno adottato un paradigma del dolore, applicando una puntura di spillo al di sopra e al di sotto della linea di amputazione desiderata su ogni gamba di questi individui. È stata rilevata un’aumentata SCR con stimoli che hanno toccato l’arto al di sotto della linea di amputazione. Siccome questo è stato il primo studio sperimentale a concentrarsi su misure più neurologiche, si trattava ancora di un report descrittivo, che includeva solo due soggetti con caratteristiche cliniche molto diverse: il primo desiderava una amputazione sotto il ginocchio destro, mentre il secondo amputazioni sia sotto il ginocchio sinistro che sotto la coscia destra.

Un secondo studio sperimentale, con un gruppo leggermente più consistente di individui (4 soggetti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea ed un gruppo di controllo), fu eseguito nel 2011 da McGeoch et al. Gli autori utilizzarono la magnetoencefalografia (MEG), in combinazione con un compito di stimolazione tattile, per esplorare l’attività delle aree parietali. I potenziali somatosensoriali evocati sono stati registrati per mezzo della magnetoencefalografia. I partecipanti venivano toccati: a) sul dorso di ogni piede, b) su ogni parte anteriore della coscia sopra la linea di amputazione desiderata, e c) durante la stimolazione elettrica del nervo mediano sulla faccia volare di ogni polso (condizione di controllo).

McGeoch e colleghi (2011) hanno trovato una riduzione significativa dell’attività del lobo superiore parietale destro (SPL) quando venivano confrontate le risposte somatosensoriali dei soggetti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea per la gamba bersaglio con quelle per la gamba non bersaglio e quelle dei soggetti di controllo. Nessun’altra riduzione significativa dell’attività è stata trovata in aree che si sanno essere coinvolte nella rappresentazione del corpo, come l’insula (Berlucchi e Aglioti 2010).

McGeoch e colleghi suggerirono che gli individui con disturbo dell’identità dell’integrità corporea fossero in grado di percepire l’arto interessato perché le cortecce visive e somatosensoriali risultavano intatte, ma non riuscivano ad incorporarle nella loro immagine del corpo a causa di disfunzioni del lobo parietale. L’ipotesi implicita è che l’immagine del corpo, ma non lo schema corporeo, sia danneggiata nel disturbo dell’identità dell’integrità corporea.

Tuttavia, lo studio di McGeoch e colleghi indaga solo la percezione tattile, che di solito è attribuita allo schema corporeo piuttosto che all’immagine del corpo (Berlucchi e Aglioti 2010). L’assenza di altri compiti che affrontano diverse componenti della rappresentazione del corpo può spiegare perché altre zone note che contribuiscono al senso di appartenenza, come la corteccia insulare (Berlucchi e Aglioti 2010; de Vignemont 2010), non abbiano mostrato un’attività differenziale.

L’immagine corporea e lo schema corporeo dei pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea devono essere valutati con batterie neuropsicologiche più estese, contenenti tra l’altro compiti di denominazione e localizzazione di parti del corpo e di imaging motorio, che permettano di valutare tutte le forme di rappresentazione del corpo (de Vignemont 2010), prima di trarre conclusioni affrettate in favore di un disturbo dell’immagine corporea.

Inoltre, la dicotomia tra immagine corporea e schema corporeo è stata più volte posta in questione, a causa della sua vaghezza nello spiegare la grande varietà di disturbi neurologici che possono affliggere la rappresentazione del corpo (Berlucchi e Aglioti 2010; de Vignemont 2010).

Le teorie secondo cui il riconoscimento di sé e la consapevolezza siano mappate in una zona unica e che schema corporeo e rappresentazione del corpo siano moduli indipendenti sono troppo semplicistiche alla luce delle recenti scoperte sulla rappresentazione del corpo (Berlucchi e Aglioti 2010; de Vignemont 2010).

In maniera analoga può risultare semplicistico considerare il disturbo dell’identità dell’integrità corporea come un deficit di proprietà che emerge solo da una disfunzione della SPL. I risultati di McGeoch e colleghi sono promettenti, ma la ricerca sul disturbo dell’identità dell’integrità corporea come fenomeno neurologico che colpisce la rappresentazione del corpo è appena iniziata, e dovranno essere chiarite diverse questioni prima di accettare questa categorizzazione.

In ogni caso, McGeoch e colleghi (2011) hanno concluso che l’apotemnophilia / disturbo dell’identità dell’integrità corporea dovrebbe essere definita xenomelia e dovrebbe essere inclusa tra le sindromi del lobo parietale destro legate alla rappresentazione del corpo. Questo nuovo termine comprende il parallelo con la somatoparafrenia e significa straniero (xeno) arto (melia) in greco antico. Questa è la terza etichetta data alla condizione in un arco temporale di 34 anni.

Sebbene questi autori effettuino un parallelismo tra le due sindromi, Bottini et al. (2009) ci mettono in guardia sul fatto che si possano rilevare molte differenze tra il disturbo dell’identità dell’integrità corporea e i disturbi della rappresentazione del corpo classici, come la somatoparafrenia.

Gli individui affetti da disturbo dell’identità dell’integrità corporea possono presentare desideri di amputazione dell’arto destro, sinistro, o entrambi (First 2005; McGeoch et al. 2011). Al contrario, i pazienti somatoparafrenici presentano un senso di rifiuto diretto solo verso un lato del corpo e mai con sintomi bilaterali (Vallar e Ronchi 2009; Bottini et al. 2009).

Un altro elemento cruciale del disturbo dell’identità dell’integrità corporea, che lo differenzia dalla somatoparafrenia, è la possibilità di recupero/guarigione spontanea. In contrasto con i pazienti somatoparafrenici (Vallar e Ronchi del 2009; Bottini et al., 2009), i pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea non guariscono spontaneamente, ma piuttosto sperimentano un desiderio di amputazione per tutta la vita (First 2005). Uno dei pazienti nello studio di McGeoch et al. (2011) inizialmente desiderava un’amputazione bilaterale, mentre al momento dello studio ha riferito un minor desiderio di amputazione per la gamba destra, che dopo un anno scomparve completamente (McGeoch et al. 2011). Anche se gli autori ritengono questo fatto indicativo di plasticità cerebrale e recupero, e indice di una condizione reversibile (McGeoch et al., 2011), non è chiaro che cosa possa mediare il recupero, in quanto studi precedenti riportano che nessuno degli individui affetti da disturbo dell’identità dell’integrità corporea sia guarito spontaneamente in seguito a trattamento farmacologico o psicoterapeutico, ma solo dopo l’amputazione dell’arto desiderato (First 2005).

E’ stato comunque riportato in tempi recenti un trattamento di successo del disturbo dell’identità dell’integrità corporea con la psicoterapia (Thiel et al. 2011), anche se questo è l’unico caso conosciuto. È interessante notare che il paziente di Thiel e colleghi desiderava l’amputazione di entrambe le gambe, in maniera simile all’individuo nello studio di McGeoch et al., che era guarito dal desiderio di amputazione solo per la gamba destra, corroborando quindi l’importanza di comprendere il ruolo della lateralità.

Seguendo l’ipotesi di una sindrome del lobo parietale, Aoyama et al. (2012) hanno studiato i giudizi di ordine temporale negli individui con disturbo dell’identità dell’integrità corporea. Il loro esperimento era basato sull’idea che l’integrità dell’immagine del corpo e della corteccia parietale (in altre parole, il preservato senso di proprietà) fossero necessari per valutare correttamente quale dei due stimoli consecutivamente applicati a una parte del corpo venisse somministrato per primo (Moseley, Olthof, Venema A, et al, 2008). I risultati di questo studio hanno rilevato che gli individui con disturbo dell’identità dell’integrità corporea percepivano gli stimoli più distali (cioè quelli applicati all’arto che voleva essere amputato) come quelli somministrati per primi, mentre gli stimoli percepiti per primi avrebbero dovuto normalmente essere quelli somministrati a parti del corpo più prossimali, in ragione di tempi di trasmissione neurale più rapidi. Per gli autori, questi risultati confermavano la teoria secondo cui il desiderio di amputare un arto sano fosse una sindrome del lobo parietale, in quanto i pazienti dello studio non avevano disturbi sensoriali che potevano spiegare diversamente i risultati.

Hilti et al. (2013), hanno riportato, in accordo seppur solo in parte con gli studi precedenti, differenze strutturali tra soggetti di controllo e le persone che desideravano amputare un arto sano, evidenziandone differenze nel lobo parietale destro superiore (SPL), nella corteccia somatosensoriale primaria e secondaria, e nell’insula anteriore. Questo studio non prevedeva nessun compito attivo, in quanto l’obiettivo era solo quello di esplorare l’architettura corticale in questi pazienti.

Nello stesso anno è stato condotto un esperimento di risonanza magnetica funzionale (fMRI) (van Dijk et al., 2013), per confrontare l’attività cerebrale tra gli arti percepiti ‘di proprietà’ e quelli percepiti ‘da amputare’ nel corso di una stimolazione tattile e nell’ esecuzione di un compito motorio. In primo luogo i risultati del compito di stimolazione tattile, analizzati in termini generali (attività relative a entrambe le gambe degli individui con disturbo dell’identità dell’integrità corporea rispetto ai controlli), hanno evidenziato una diversa responsività nella rete somatosensoriale, che comprende principalmente: la rete frontoparietale (corteccia premotoria dorsale [PMd]; il giro precentrale e postcentrale (tra cui la corteccia somatosensoriale); l’ SPL su entrambi i lati; la corteccia premotoria ventrale destra (PMV); la corteccia insulare; il giro sopramarginale e la corteccia occipito-temporale (la corteccia occipitale laterale; la precuneus; la corteccia temporale inferiore; il giro fusiforme; il cervelletto su entrambi i lati). È importante sottolineare che nessuna regione del cervello ha mostrato una responsività significativamente ridotta.

In secondo luogo, gli autori hanno preso in considerazione l’attività neurale come una funzione della gamba (quella che ‘vuole essere amputata’ contro la ‘propria’ gamba, in confronto con la gamba corrispondente nei soggetti di controllo). Questi contrasti hanno rivelato una attivazione ridotta nei PMV e PMd controlaterali, rispetto al gruppo di controllo. Non è stato misurato nessun significativo aumento dell’attività cerebrale in ciascuna area. Questi risultati suggeriscono che la sensazione di rifiuto di questa condizione è associata ad un’elaborazione somatosensoriale alterata. D’altro canto, i risultati del compito di esecuzione motoria non hanno mostrato differenze significative, sia considerando un confronto generale tra i controlli e gli individui con apotemnophilia / BIID / xenomelia, che prendendo in esame il senso di appartenenza verso la gamba.

In aggiunta, Ramachandran (2012) ha notato come i pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea siano all’opposto dei pazienti con amputazioni dovute ad incidenti reali. Questi ultimi hanno spesso la sensazione dell’ arto fantasma nell’arto amputato (phantom limb), mentre nei pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea l’arto esiste ma non sembra attivare nessuna struttura cerebrale superiore in cui vengano rappresentati i confini del nostro corpo (Brugger, 2011). L’arto quindi pare non sarebbe incluso nel loro schema corporeo.

Se le osservazioni e la teoria di questi autori fosse giusta, i pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea non dovrebbero avere sensazioni di arto fantasma. Dallo studio di Noll e Kasten (2014) è emerso che molti soggetti in seguito ad amputazione riportavano sensazioni dell’arto fantasma (anche se la comparsa avveniva in tempi diversi nei vari pazienti) e dolori a livello della zona amputata. Queste sensazioni erano riportate sotto forma di prurito, pressione, sensazione di avere degli aghi all’interno, sensazione di avere l’arto più piccolo del normale, più corto o più lungo, più caldo o più freddo a seconda dei soggetti. Questo quindi smentisce la teoria degli autori precedenti. Ma si potrebbe assumere che queste sensazioni all’arto fantasma dipendano da un’area somato-sensoriale chiaramente intatta presente nel lobo parietale. Se questa area non fosse stata intatta i soggetti non sarebbero stati in grado di svolgere le normali attività sportive prima dell’intervento. Quindi, Noll e Kasten (2014), hanno concluso che lo schema corporeo del paziente è presente in un’altra area del lobo parietale, che non è responsabile della sensazione dell’arto fantasma.

Sacks (1984) trova una corrispondenza tra disturbo dell’identità dell’integrità corporea e sindrome di Potzl. Molto spesso le distorsioni dell’immagine corporea derivano da tumori o ictus al lobo parietale, così come accade nei pazienti che soffrono della sindrome di Potzl, i quali ignorano parti del proprio corpo o le percepiscono come aliene, irreali o come parti di un altro corpo.

Anche la sindrome della mano aliena mostra una somiglianza con il disturbo dell’identità dell’integrità corporea (Biran and Chatterjee 2004; Pappalardo et al 2004; Scepkowsky and Cronin-Golomb 2003). Questa sindrome solitamente appare dopo ictus, emorragie o tumori al corpo calloso o nella corteccia frontale mediale. I pazienti che ne soffrono percepiscono la loro mano sinistra come aliena e spesso non la identificano come loro stessa mano. Diversi studi hanno dimostrato come una riabilitazione neuropsicologica possa supportare il processo di guarigione di questi pazienti (Pappalardo et al, 2004).

Tuttavia, contrariamente a quanto accade nella sindrome di Potzl o nella sindrome della mano aliena, molti dei pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea mostrano una sofferenza verso l’arto alieno già a partire dall’infanzia. Questo dato potrebbe suggerire una malformazione congenita nel cervello (ad es. un’anomalia ai vasi sanguigni), un trauma cerebrale precoce (ad es. sindrome del bambino scosso) o un incompleto sviluppo dei nervi nella corteccia sensomotoria o nel corpo calloso.
Per questo molti autori hanno considerato l’ipotesi che alcuni casi di disturbo dell’identità dell’integrità corporea potrebbero derivare da aberrazioni congenite nei correlati neuronali, dove lesioni o fattori ambientali giocano un ruolo secondario.

Tra questi, Smith e Fisher (2003) teorizzano che in pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea l’arto fisico si sia sviluppato senza una coscienza sensoriale di esso, a causa di una mancata corrispondenza congenita tra il corpo fisico e l’immagine corporea generata a livello della corteccia somatosensoriale.

Infine, un recente studio (Bottini, Bruger, e Sedda, 2015) ha esplorato l’ipotesi neurologica, partendo da una prospettiva differente. In questo lavoro, gli autori hanno somministrato una serie di test a 7 persone affette da disturbo dell’identità dell’integrità corporea, che avevano lo scopo di esplorare l’espressione facciale: il riconoscimento e le risposte di disgusto. La premessa di base era che l’insula, indicata negli studi precedenti come possibile area disfunzionale, è coinvolta nella rappresentazione corporea (Berlucchi e Aglioti, 2010) e nell’elaborazione delle emozioni (Jabbi, Bastiaansen, Keysers, 2008).

Un secondo punto di partenza, che ha convinto gli autori a seguire questa strada, è che i disturbi psichiatrici si trovano di solito in comorbidità con deficit nel riconoscimento delle emozioni (Kohler et al., 2011). A differenza degli studi precedenti che si sono concentrati sulla rappresentazione del corpo di per sé e hanno trascurato le componenti sessuali e psichiatriche, questo studio ha adottato una metodologia neuropsicologica ed ha esplorato entrambe le eziologie (neurologica e psichiatrica). Gli autori hanno trattato i dati come casi singoli, evitando il problema di raggruppare insieme individui con differenti caratteristiche cliniche. I risultati di questo studio hanno mostrato assenza di riconoscimento delle emozioni e anche deficit di espressione, in tutti gli individui.

Comunque, i soggetti che hanno cercato un’amputazione unilaterale hanno mostrato un modello diverso per quanto riguarda la valutazione delle immagini raffiguranti gli arti amputati (non persone amputate, ma arti amputati, ad esclusione di qualsiasi componente sessuale di attrazione verso un amputato). Questi individui valutato queste immagini come non disgustose – un comportamento contrario a quello che si può aspettare da modelli noti di disgusto verso le violazioni dell’involucro del corpo (Rozin, Haidt, e Fincher, 2009; Rozin e Fallon, 1987). Tali modelli affermano che il disgusto è una reazione difensiva verso il pericolo; di conseguenza, le violazioni della raffigurazione del corpo suscitano questa emozione (Rozin, Haidt, e Fincher, 2009; Rozin e Fallon, 1987). Sembra che il disturbo dell’identità dell’integrità corporea sia caratterizzato da una compromissione dell’emozione, selettivamente legata al corpo, ma solo in alcuni individui che condividono specifiche caratteristiche cliniche.

Trattamento del disturbo dell’identità dell’integrità corporea e qualità della vita di questi pazienti

Molti studi hanno dimostrato come le psicoterapie tradizionali abbiano pochi effetti sul desiderio di amputazione (Bayne e Levy, 2005; Bensler e Paauw, 2003; Braam et al. 2006; First, 2004; Storm e Weiss, 2003): esse possono talvolta aiutare i pazienti a diminuire o tollerare i loro pensieri, ma non li eliminano del tutto (Braam et al., 2006; Wise e Kalyanam, 2000).

Nello studio di Noll e Kasten (2014), la maggior parte dei soggetti sottoposti ad operazione aveva cercato di resistere al proprio desiderio per molti anni, evitando l’operazione con differenti tipi di terapia e trattamenti. La decisione di ricorrere ad un intervento era infatti legata ai mancati effetti delle diverse terapie provate. Tra quelle citate troviamo trattamenti farmacologici, psicoanalisi, terapia comportamentale, counseling prima dell’intervento, e psicodramma. Solo due dei 18 soggetti presi in esame hanno riferito di aver avuto un profitto dalla terapia, in particolar modo dalle terapie di counseling. Per gli altri, invece, il desiderio di un’amputazione era aumentato durante la terapia stessa.

Questo può essere dovuto al fatto che parlare di disturbo dell’identità dell’integrità corporea in terapia porta maggiormente l’attenzione del paziente su questo suo desiderio.

Alcuni pazienti avevano provato anche tecniche di rilassamento, il training autogeno, meditazione e rilassamento muscolare progressivo, ma nessuno di questi aveva avuto esiti positivi. Anzi, proprio queste tecniche avevano portato a focalizzare maggiormente l’attenzione dei pazienti sul corpo, incrementando il loro desiderio.

Sacks (1984) ha segnalato un possibile metodo per aiutare questi pazienti, che consiste nell’uso della terapia del movimento, spesso associata a musicoterapia. Lo scopo di questa terapia è quello di reintegrare la parte estranea del proprio corpo con la sua rappresentazione a livello cerebrale. Queste semplici cure possono essere usate per rinvigorire connessioni neurali tra corpo e mente atrofizzate, ma non sempre sono efficaci, soprattutto se la parte estranea del proprio corpo è stata effettivamente eliminata dalla mappa corporea presente nel cervello.

Il metodo proposto da Ramachandran e McGeoch (2007), che consiste nell’introdurre nel canale uditivo acqua fredda e poi calda per stimolare il lobo parietale opposto all’orecchio trattato, è stato in grado di trattare temporaneamente pazienti con somatoparafrenia e quindi potrebbe alleviare anche le sofferenze dei pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea.

Se questo metodo si mostrasse efficace, i medici potrebbero provare ad utilizzare la stimolazione magnetica ripetitiva (rTMS), che potrebbe migliorare le prestazioni di discriminazione tattile ed ampliare le corrispondenti mappe corticali somatosensoriali (Tegenthoff et al. 2005). Un’altra possibilità potrebbe essere l’impianto di elettrodi di stimolazione nell’area corticale interessata. Nel caso in cui si osservasse che la causa del disturbo dell’identità dell’integrità corporea fosse un tumore benigno o una malformazione artero-venosa, la microchirurgia o la radiochirurgia potrebbero essere terapie efficaci.

Alcuni autori, come ad esempio Muller (2008), hanno sottolineato l’importanza di incrementare gli studi sulle terapie da adottare con questa tipologia di pazienti, soprattutto per evitare che si ricorra all’amputazione quale forma terapeutica, quando ve ne potrebbero essere altre ugualmente efficaci.

Nel 2012 Blom, Hennekam e Denys hanno condotto uno studio su 54 soggetti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea il cui obiettivo era quello di fornire dettagliate caratteristiche somatiche, psichiatriche, e sociali del BIID e confrontare l’interruzione nel lavoro, nella vita sociale e familiare legati al disturbo dell’identità dell’integrità corporea in soggetti sottoposti ad amputazione vs. soggetti che non avevano subìto l’amputazione.

Ai soggetti che si erano identificati come affetti da disturbo dell’identità dell’integrità corporea sono stati somministrati i seguenti questionari:

  • BIID Phenomenology Questionnaire: questionario costruito dagli autori contenente domande relative a aspetti epidemiologici, medici, e specifici del disturbo
  • Sheehan Disability Scale (SDS): scala che misura il danno funzionale dovuto alla malattia nel lavoro, famiglia e vita sociale (Leon et al., 1997)
  • Adattamento della Yale-Brown Obsessive-Compulsive Scale (Y-BOCS) (Goodman et al. 1989, entrambi gli articoli in bibliografia). In questa scala gli individui devono indicare il controllo che hanno sui pensieri e le attività legate al BIID; il tempo che spendono; l’interferenza che esperiscono; lo stress che gli viene causato.
  • La Mini-International Neuropsychiatric Interview Screen (MINI screen): scala di screening per i disturbi psichiatrici più comuni (Sheehan et al., 1998).
  • La Beck Anxiety Inventory (BAI) che misura la severità dei sintomi ansiosi (Beck, Epstein, Brown, Steer, 1988).
  • La Beck Depression Inventory (BDI), che misura la severità dei sintomi depressivi (Beck, Ward, Mendelson, Mock, e Erbaugh, 1961).

In accordo con la letteratura precedente, gli autori hanno rilevato che il livello di sofferenza nei soggetti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea è alto (First, 2005).

Le ossessioni legate al disturbo dell’identità dell’integrità corporea erano infatti presenti nei pazienti tutti i giorni, talvolta anche di notte. Esplicative in questo senso le parole di un paziente che ha preso parte allo studio:

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea occupa ogni momento della mia vita, e mi tiene sveglio anche la notte. L’insonnia è grave quasi tutte le sere”.

L’impatto sociale di essere affetti da disturbo dell’identità dell’integrità corporea è risultato essere enorme, e determinava una notevole compromissione della vita sociale, lavorativa e familiare di questi pazienti. Inoltre, molti di questi hanno riportato di trascorrere molto tempo fingendosi disabili, utilizzando ad esempio stampelle, bendando gli arti o attraverso l’uso di una sedia a rotelle (“Sto usando una sedia a rotelle a tempo pieno quando sono in pubblico. Cammino a casa. Questo è l’unico modo per rimanere in qualche modo funzionale”).

In aggiunta, questi pazienti hanno riferito sintomi depressivi e di ansia in misura più elevata rispetto alla popolazione generale; secondo gli autori, tali sintomi sono probabilmente secondari all’enorme angoscia che il disturbo dell’identità dell’integrità corporea induce su una persona.

Gli individui affetti da BIID rivelano inoltre il loro disturbo alla famiglia e agli amici nella metà dei casi.
Per quanto concerne gli aspetti del trattamento, i pazienti hanno riferito che quello psicoterapico era spesso di supporto, sebbene non di aiuto nel diminuire i sintomi legati al disturbo dell’identità dell’integrità corporea:

Mentre la psicoterapia non mi ha aiutato direttamente a superare il mio disturbo, essa è servita a capire il mio rapporto con il disturbo dell’identità dell’integrità corporea”.

Dal punto di vista del trattamento farmacologico, gli antidepressivi sono stati percepiti come utili per ridurre i sintomi depressivi legati al disturbo dell’identità dell’integrità corporea, a differenza degli antipsicotici.

E’ interessante notare che l’amputazione effettiva dell’arto è stata efficace in tutti i 7 casi che hanno avuto un trattamento chirurgico

Mi chiedo se ho diritto a partecipare a questo studio, perché da quando ho subìto l’amputazione non ho più avuto sentimenti di disturbo dell’identità dell’integrità corporea

I soggetti che avevano subìto un’amputazione, infatti, hanno ottenuto punteggi significativamente più bassi sulla Sheehan Disability Scale rispetto a quelli che non l’avevano subìta. Ciò sembra suggerire che gli individui con disturbo dell’identità dell’integrità corporea preferiscano sentirsi in armonia con la propria identità, anche se questo comporta una disabilità fisica.

La chirurgia sembra quindi risultare in una remissione permanente del disturbo dell’identità dell’integrità corporea e in un impressionante miglioramento della qualità della vita, ma contrasta con le norme etiche dei medici che sostengono di non amputare arti sani (Craimer, 2009; Muller, 2009).

Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: aspetti etici legati all’amputazione

Attualmente vi è un’accesa discussione etica rispetto al riconoscere le amputazioni nei pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea come legali e da eseguire sotto condizioni molto restrittive (Bayne e Levy, 2005; Bridy, 2004; Beckford-Ball, 2000; Levy, 2007; Manok, 2012; Nitschmann, 2007).

Non c’è accordo sul fatto che i medici soddisfino il desiderio di amputazione di questi pazienti in qualsiasi circostanza. Legato a ciò, uno degli argomenti riportati contro la legalizzazione dell’amputazione nelle persone affette da disturbo dell’identità dell’integrità corporea è legato al fatto che spesso questi soggetti mostrano il desiderio di più operazioni, dopo che la prima è stata eseguita.

Secondo altri autori, dal momento che non esiste una terapia che promette una guarigione dal disturbo dell’identità dell’integrità corporea, l’amputazione dovrebbe essere considerata come una possibilità di aiuto per queste persone.

Levy (2007) è a favore alla legalizzazione dell’amputazione in quanto appare ovvio che la malattia è difficile da trattare in altro modo: egli ritiene che l’unico metodo efficace al momento per aiutare questi pazienti sia proprio l’intervento chirurgico.

Per Bayne e Levy (2005), i pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea non sono psicotici e sono ben consapevoli dei rischi e delle conseguenze a cui vanno incontro (e di cui ovviamente devono essere ben informati prima dell’operazione), perciò la chirurgia è eticamente possibile in quanto potrebbe prevenire la possibilità che molti pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea si feriscano o si uccidano. Questo come conseguenza del fatto che molti medici, come è stato già detto, non sono disposti ad eseguire questo tipo di amputazioni sui loro pazienti ed è così che la maggior parte dei soggetti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea si recano nei paesi stranieri, poco sviluppati, ed eseguono operazioni rischiose pagando in contanti e rischiando la vita per le scarse condizioni di sicurezza e igiene.

Gli aspetti etici vengono presi in considerazione riferendosi a questioni legate ai quattro principi della bioetica (autonomia, non-maleficenza, beneficenza di giustizia).

Il principio dell’autonomia sostiene che gli esseri umani agiscono autonomamente quando l’atto è compiuto: con intenzione; con comprensione della situazione; senza controlli o influenze coercitive esterne (Muller, 2009).

Il principio dell’autonomia sottolinea l’indipendenza dei pazienti contro le autorità (anche mediche) ed esige che i medici rispettino i desideri dei pazienti e portino avanti le loro volontà. I pazienti hanno il diritto di scegliere tra differenti tipi di terapie mediche quella che ritengono più opportuna dopo aver valutato rischi e opportunità, in accordo alla loro situazione personale e ai loro valori individuali. Una volta soddisfatti questi criteri, il paziente con disturbo dell’identità dell’integrità corporea potrebbe fornire il proprio consenso informato all’operazione. Se l’amputazione diventasse una terapia accreditata per i pazienti disturbo dell’identità dell’integrità corporea, i pazienti potrebbero scegliere tra la terapia psicologica, psicofarmacologica, neuroriabilitazione, amputazione o, eventualmente, stimolazione magnetica transcranica o stimolazione cerebrale elettrica.

Bridy (2004) ritiene che l’amputazione potrebbe essere accettata come legittima in vista della ricerca del paziente della sua felicità e autenticità.

Secondo il principio di non-maleficenza, i medici non dovrebbero eseguire l’amputazione senza indicazioni mediche ben precise, in quanto l’operazione comporta grandi rischi e spesso ha conseguenze importanti che vanno oltre la disabilità, come per esempio infezioni, trombosi, paralisi o necrosi (Beckford-Ball, 2000; Dotinga, 2000; Johnston e Elliott, 2002). L’amputazione potrebbe causare un danno irreversibile che non può essere guarito.

Secondo il principio di beneficenza, l’amputazione potrebbe essere giustificata nel caso in cui i benefici che ne derivano al paziente permettono di annullare il possibile danno. Quindi, affinché l’amputazione possa essere considerata legale devono essere soddisfatte tre condizioni: l’efficacia, la sostenibilità degli effetti e la non esistenza di una terapia meno nociva (Muller, 2009). Per Bayne e Levy (2005), First (2004), Fisher e Smith (2000) e Furth e Smith (2000) tali condizioni possono considerarsi soddisfatte. Ma nonostante questo, essi non sono stati in grado di presentare prove scientifiche sulla reale efficacia dell’amputazione come terapia per pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea, e si riferiscono approssimativamente all’osservazione di soli 10 casi per arrivare alle loro conclusioni. In più, la sostenibilità degli effetti può essere messa in dubbio: in alcuni casi, infatti, si verifica uno spostamento del sintomo che porta a successive amputazioni di più arti (Berger et al., 2005; Skatessoon, 2005; Sorene et al., 2006).

Il fatto che la psicoterapia e le sostanze psicotrope non siano molto efficaci per curare il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è stato dimostrato solo da pochi studi di casi, mentre in altri gli SSRI e la terapia comportamentale sono stati in grado di diminuire il desiderio di amputazione (Berger et al. 2005). Quindi, i prerequisiti che potrebbero giustificare l’amputazione secondo il principio di beneficenza non sono né soddisfatti né dimostrati sufficientemente.

Tuttavia, il principio di beneficenza potrebbe giustificare le amputazioni nel caso in cui vengano fatte per prevenire conseguenze peggiori (Beauchamp e Childress, 2001). Questo dato è portato a sostegno dal fatto che alcuni pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea sono così ossessionati dal desiderio di aver un arto amputato che cercano di procurarselo autonomamente, schiacciandosi una gamba con dei pesi o con altri metodi “fai da te” (Dyer, 2000; First 2004; Furth e Smith 2000; Skatessoon 2005). Alcuni di questi casi hanno portato alla morte (Bayne e Levy, 2005). La possibilità di amputazioni eseguite correttamente e da persone professionali potrebbe impedire queste pericolose automutilazioni.

Il principio di giustizia prende in considerazione anche l’impatto sociale ed economico del disturbo. Un’amputazione porta ad un handicap: oltre a delle reazioni psicosociali nelle persone circostanti, questo ha delle conseguenze finanziarie. Mentre non vi sono problemi legati al finanziamento pubblico offerto dal sistema sanitario quando l’amputazione è eseguita a causa di incidenti o malattie, ci sono invece problemi giuridici quando l’amputazione è auto-inflitta o eseguita per cause estetiche, erotiche o finanziarie. Questo perché i costi sono elevati: le assicurazioni devono pagare le cure, i trattamenti medici e la riabilitazione dopo l’intervento; le abilità lavorative dei pazienti possono essere più limitate dopo l’intervento e quindi si crea la necessità di fornirgli una nuova formazione per un altro lavoro, mentre in altri casi i pazienti non sono proprio più in grado di poter lavorare e si arriva ad un pensionamento anticipato (Noll e Kasten, 2014).

Anche il contesto sociale circostante gioca un ruolo importante. Un ambiente sociale accondiscendente è molto importante per la soddisfazione a lungo termine dei pazienti, in quanto avere qualcuno con cui parlare migliora la loro situazione. Le persone a cui solitamente vengono riferite le vere motivazioni dell’amputazione sono i famigliari e gli amici, mentre raramente i colleghi (Noll e Kasten, 2014).

Conclusioni

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è una rara condizione clinica, studiata di rado, in cui vi è una mancata corrispondenza tra l’immagine mentale del corpo ed il corpo fisico che influenza la vita delle persone colpite in modo estremo (Blom, Hennekam e Denys, 2012).

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea si traduce in un intenso desiderio di amputare un arto o di danneggiare il midollo spinale, al fine di diventare paraplegici e può portare gli individui a mutazioni auto-inflitte. Per gli individui affetti da questa condizione, i desideri connessi al disturbo dell’identità dell’integrità corporea sono fondamentali per la vita e non sono il risultato di un disturbo psichiatrico primario o somatico.

Ulteriori ricerche sono necessarie per rivelare l’eziologia di questa condizione, e quindi comprendere quale sia il trattamento più efficace.

Se infatti il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è una condizione derivante da una disfunzione cerebrale, similmente ad altre malattie neurologiche come la depressione (Davidson 2010), una combinazione di trattamenti farmacologici e di psicoterapia dovrebbero essere attentamente pianificati.

Se invece il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è un disturbo neurologico legato ad una disfunzione del lobo parietale (McGeoch et al.2011; Aoyama et al. 2012) o a sindromi di rinnegamento (Berlucchi e Aglioti 2010), vi è un’ulteriore prova che un trattamento chirurgico non dovrebbe essere suggerito, e dovrebbero essere testati prima i risultati di tecniche meno invasive, come la stimolazione vestibolare calorica (Ramachandran e McGeoch, 2007).

Accanto alla chirurgia al momento non vi è alcuna strategia di gestione efficace del disturbo, ma
il riconoscimento e il rispetto per i desideri di questi pazienti possono ridurre l’enorme carico che questo ha sulla loro vita (Blom, Hennekam e Denys, 2012).

Anche la questione sulla legalizzazione delle amputazioni deve essere risolta. Come visto precedentemente, diversi autori (Bayne e Levy, 2005; First, 2004; Fisher e Smith, 2000; e Furth Smith, 2000) hanno sostenuto che l’amputazione ha spesso aiutato questi pazienti e quindi renderla legale a tutti gli effetti potrebbe permettere una riduzione di operazioni rischiose compiute in altri paesi o le auto-mutilazioni, oltre a garantire il benessere dei pazienti a lungo termine (Muller, 2009). Per risolvere questo problema, il punto cruciale da chiarire consiste nel comprendere se il desiderio di amputazione derivi da una scelta autonoma o da un’ossessione.

Fino ad ora la maggior parte degli studi ha sostenuto che alla base di questo desiderio ci sia un impulso sessuale o un disturbo dell’identità (Sedda, Bottini, 2014); inoltre, gli studi neurologici supportano l’ipotesi di un disturbo a livello celebrale. Tutto questo porta a considerare le amputazioni come lesioni gravi provocate da persone con sostanziale perdita di autonomia e quindi non propriamente in grado di scegliere con consapevolezza.

In conclusione, i 37 anni di studio di questo desiderio di essere disabili, hanno portato alla luce una condizione ancora segreta (ma forse non così rara, considerando il crescente numero di individui inclusi negli studi), che sembra difficile da capire, anche utilizzando le attuali tecnologie.

È necessario molto sforzo per trovare una soluzione e, infine, un trattamento per il disagio di questi individui. Questa condizione ancora oscura ha bisogno di un approccio multidisciplinare per andare oltre la semplice cornice sperimentale/clinica, e richiede un modello molto più complesso che comprende anche aspetti sociali ed etici (Patrone, 2009).

I giochi che pubblicizzano dei marchi di cibi stimolano l’appetito nei bambini

Due terzi dei bambini in età scolare giocano almeno una volta alla settimana su internet ad un gioco creato con lo scopo di attirare l’attenzione su un marchio. La maggior parte di questi giochi con messaggi pubblicitari annessi riguardano snack e caramelle. Solo il 6% di questi bambini è consapevole che tali forme di divertimento sono anche pubblicità, e nel frattempo, il loro comportamento è influenzato a loro insaputa.

La presente scoperta è stata fatta dallo scienziato Frans Folkvord, il quale ha fortemente sostenuto che se fosse per lui giochi con questo doppio scopo sarebbero vietati.
Questi dati sono buone notizie per i rivenditori, ma cattive notizie per chiunque si preoccupi dell’aumento di comportamenti alimentari non sani nei bambini. Grazie ad un esperimento condotto da Folkvord su più di 1000 bambini, è stato infatti osservato che poco dopo aver giocato una partita di un gioco contenente la sponsorizzazione di un alimento, i bambini mangiavano il 55% in più delle caramelle che venivano loro offerte rispetto ai bambini che avevano giocato una partita ad un gioco in cui veniva sponsorizzato un giocattolo.
Folkvord sottolinea come:

[blockquote style=”1″]In contrasto con la televisione, dove le pubblicità sono chiaramente limitate negli spot, su internet la pubblicità è mescolata ad altri tipi di contenuti.[/blockquote]

I bambini non riconoscono i giochi come pubblicità, anche quando i nomi di marchi e loghi sono chiaramente visibili. Inoltre, non importa se i giochi contengano caramelle o frutta, i bambini mangiano comunque più caramelle dopo aver giocato ad un gioco contenente cibo. Infatti, nel corso dell’esperimento è stato osservato che durante la pausa di cinque minuti dopo aver giocato a giochi rappresentanti cibo, i bambini hanno mangiato 72 calorie tra M&M’s, caramelle e coca cola.

Anche se Folkvord non ha trovato alcun legame tra il mangiare caramelle e avere un Indice di Massa Corporea superiore di due anni rispetto all’età attuale nei bambini, ha scoperto però quanto sia fondamentale al riguardo la scelta della merenda. I risultati hanno infatti mostrato come i bambini che hanno scelto di soddisfare la loro fame con una mela, anziché con delle caramelle possedevano un Indice di Massa corporea inferiore.

Pertanto, Folkvord sostiene la necessità di una discussione relativa al divieto di spot alimentari destinati ai bambini. Attualmente collabora con l’Università di Barcellona con lo scopo di formulare una raccomandazione per l’Unione Europea e raggiungere il divieto di tutti i giochi che contengano pubblicità di cibo.

La motivazione al trattamento in psicoterapia

Precedenti ricerche hanno individuato la motivazione al trattamento come un fattore significativo nella valutazione della trattabilità; tuttavia, la motivazione non è un predittore statico, ma uno stato di prontezza o desiderio di cambiare, che può variare da un momento o situazione all’altra.

Vania Galletti, Silvia Pomi, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

[blockquote style=”1″]Sembra sempre impossibile fino a quando non viene fatto. [/blockquote] (Nelson Mandela)
Anche Spanò et al. (2012) riferiscono che il fattore predittivo più importante per un esito positivo della terapia è la motivazione al trattamento nei pazienti.

E vista la scarsità della letteratura in materia, nella loro ricerca hanno standardizzato un test in un day hospital psichiatrico a Roma che potesse indagare la motivazione al trattamento. I risultati mostrano come la motivazione sia il fattore predittivo positivo più importante nella valutazione preliminare di una psicoterapia breve: i risultati in terapia è più probabile che siano rapidi e favorevoli se i pazienti sono motivati al cambiamento e se appaiono impegnati insieme con il terapeuta.
Il cambiamento risulta infatti essere importante in ogni contesto e soprattutto di primaria importanza nell’ambito della cura alla persona. Ma come funziona tale percorso e da cosa dobbiamo partire per attuarlo?

 

La motivazione: definizione e caratteristiche psicologiche

Indispensabile è possedere un buon livello di motivazione, definita come uno stato interno che attiva, dirige e mantiene nel tempo il comportamento di un individuo (Motiva – Azioni). Da un punto di vista psicologico può essere vista come l’insieme dei fattori dinamici aventi una data origine che spingono il comportamento di un individuo verso una data meta; secondo questa concezione, ogni atto che viene compiuto senza motivazioni rischia di fallire.

È possibile fare una prima distinzione tra motivazioni biologiche, innate, che fanno riferimento a elementi fisiologici, ed elementi motivazionali di tipo psicologico-cognitivo, il cui dispiegamento è avvenuto durante l’esperienza. Il meccanismo motivazionale si esplica come continuo interagire di questi due elementi.

Motivazione intrinseca ed estrinseca

Un’altra distinzione fondamentale avviene attraverso i concetti di motivazione intrinseca ed estrinseca: per motivazione intrinseca si intende quella spinta a fare, generata da caratteristiche ed esperienze personali dell’individuo (es. quando un alunno si impegna in un’attività perché la trova stimolante e gratificante di per se stessa).

La motivazione estrinseca è quella che si determina in una certa situazione in base a spinte esterne (es. quando uno studente che si impegna in attività per scopi diversi dalla mansione stessa, esempio per prendere un buon voto in matematica così da avere il permesso di andare alla festa).

 

Il Modello Transteoretico di Cambiamento

Secondo il Modello Transteoretico di Cambiamento (TTM) di Carlo DiClemente e James Prochaska (1982), gli stadi del cambiamento, possono essere sintetizzati come segue:

– Precontemplazione: il soggetto, in questa fase, non ritiene di dover modificare il proprio comportamento in quanto non lo vede come un problema. Si lavora, quindi, per accrescere la consapevolezza del soggetto e le informazioni sul problema nonché aumentare le possibilità di cambiamento.

– Contemplazione: qui il soggetto è parzialmente consapevole del proprio problema; da un lato prende in considerazione il cambiamento, dall’altro lo rifiuta. La motivazione al cambiamento non coincide, infatti, con l’impegno in tal direzione. Si lavora, quindi, per valutare l’ambivalenza della situazione e considerare la progettualità esistente. Utile, a tal fine, la Bilancia decisionale, strumento atto a promuovere comparazione tra aspetti positivi e negativi di un particolare comportamento, favorire consapevolezza ed attivare il cambiamento.

– Determinazione: il soggetto giunge a tale stadio quando decide di porre fine al proprio comportamento problematico. Si interviene, allora, per trovare strategie comportamentali adeguate, percorribili, appropriate e rivalutare le intenzioni espresse.

– Azione: rappresenta l’insieme di attività messe in atto dall’utente al fine di modificare il proprio comportamento. Si tenta, quindi, di promuovere una nuova esperienza, mettere meglio a fuoco gli obiettivi e realizzare un programma che rispetti il più possibile gli intenti del singolo.

– Mantenimento e ricaduta: si stabilizza il nuovo comportamento e la minaccia di ricaduta diminuisce progressivamente. Si lavora per: accrescere capacità di problem-solving, lavorare sull’irrazionalità di pensieri svalutativi, imparare a vedere la ricaduta come ostacolo prevedibile e gestibile.

Data l’importanza che il fattore motivazione ha sull’esito della terapia risulta interessante interrogarsi su come questo aspetto emerga nelle diverse patologie.

La natura relazionale della motivazione al trattamento

Treasure e Ward (1997) ritengono che la motivazione al trattamento non dovrebbe essere considerata un attributo del paziente, ma il risultato di un processo interpersonale tra paziente e terapeuta.

[blockquote style=”1″]Affinché una psicoterapia abbia successo paziente e terapeuta debbono cooperare impegnandosi ciascuno in compiti specifici in funzione di scopi condivisi. La relazione terapeutica è il contesto che influisce, positivamente o negativamente, sulla motivazione di entrambi a dedicarsi a quest’impegno[/blockquote] (Dimaggio, Semerari, 2003).

 

Motivazione al trattamento nei disturbi di asse II

Per quanto concerne i disturbi di asse II, Scagliusi (2013) in una ricerca sui Disturbi Gravi di Personalità parla di scarsa motivazione al trattamento, il paziente infatti non si ingaggia in un percorso di cura, non esternalizza, nonostante le evidenze della realtà, comportamenti e/o atteggiamenti, tentando paradossalmente di mantenere il proprio equilibrio disfunzionale. Appare consigliabile per un terapeuta dotarsi di un approccio relazionale strutturato, strategico e tecnico, che tramite specifiche abilità sia teso a mantenere la relazione, il contatto con il paziente pur in presenza di elevate resistenze; a gestire i comportamenti e gli atteggiamenti di resistenza al cambiamento; a verificare e monitorare lo stato della motivazione al cambiamento del paziente; ad attivare la motivazione al cambiamento del paziente, promuovendone la responsabilizzazione e l’orientamento ai vari strumenti di cura (farmacoterapia, psicoterapie, qualsiasi altro intervento di cura e riabilitazione).

In uno studio di Bilici et al. (2014) sono stati osservati pazienti con disturbo di personalità associati all’abuso di sostanze (maggiormente eroina). Da questa ricerca emerge come la presenza di un disturbo di personalità con abuso di sostanze e punteggi di depressione elevati correlino con un livello più basso di motivazione al trattamento. Molto rilevante in questa tipologia di pazienti è stato tenere in considerazione se la richiesta d’aiuto fosse forzata o volontaria. Gli autori infatti evidenziano l’importanza di trovare dei modi per incoraggiare i pazienti a un ricovero volontario piuttosto che indirizzato dal volere di altri.

Altre ricerche di Van Beek et al. (2008) invece sostengono che in pazienti con disturbi di personalità la motivazione è un fattore che risulta preservato, e risulta strettamente correlato al livello di angoscia e sofferenza provato.
Questa tesi viene confermata anche in uno studio di Yan et al. (2011) dove emerge che pazienti con disturbo schizotipico di personalità hanno una motivazione al trattamento non distante da quella di pazienti senza disturbi di personalità con i quali erano confrontati.

 

Motivazione al trattamento nei disturbi di asse I

Per quanto concerne i disturbi di asse I alcune ricerche sulla motivazione al trattamento confermano l’importanza di questo fattore negli esiti del trattamento.
Per quanto riguarda i disturbi d’ansia e dell’umore il cambiamento è difficile e costellato da ambivalenze, che includono momenti di stallo e motivazioni opposte, e i soggetti ansiosi si sentono sovente combattuti: pur coscienti dei problemi creati dall’ansia e desiderosi di liberarsene, sono vittime delle abitudini, ben radicate e dure a morire, a dispetto dei problemi che creano (Westra et al. 2011).

 

Motivazione al trattamento nei disturbi alimentari

In uno studio di Hillen et al. (2015) con pazienti affetti da anoressia nervosa (AN), emerge che la motivazione al cambiamento è un importante predittore di esito per quanto riguarda l’aumento di peso e il miglioramento della psicopatologia dei disturbi alimentari. In particolare, i pazienti giovani sono caratterizzati da un basso livello di motivazione per il recupero e percepiscono più coercizione nell’ospedalizzazione. Per questo motivo, una migliore comprensione delle variabili che influenzano la disponibilità al cambiamento può contribuire a sostenere i pazienti nell’atto di modificazione del comportamento e nel rimanere motivati ​​per il trattamento.
Quello che emerge dallo studio è che pazienti con un BMI superiore al ricovero e quelli con sintomi specifici del disturbo alimentare più gravi sembrano essere meno motivati ​​a cambiare, la questione cruciale della motivazione a cambiare dovrebbe essere affrontato con questi pazienti durante il processo terapeutico.

In uno studio di Schmidt et al. (2000) si è approfondito un aspetto della motivazione al trattamento in pazienti con attacco di panico, precisamente la compliance agli homework previsti dalla terapia cognitivo- comportamentale. Quello che è emerso è che la buona motivazione e l’alta qualità (a discapito della quantità) degli esercizi svolti a casa sono dei predittori di un buon esito della terapia.
In uno studio condotto da Nickel et al. (2005) su donne con Disturbo d’ansia generalizzato è stato riscontrato che lavorare sulla motivazione prima del trattamento o di un eventuale ricovero sia importante per migliorare gli esiti della terapia.

[blockquote style=”1″]Cercare di cambiare le abitudini delle persone e il loro modo di pensare è come scrivere nella neve durante una tormenta. Ogni 20 minuti dovete ricominciare tutto da capo. Solo con una ripetizione costante riuscirete a creare il cambiamento.[/blockquote]
(Donald L. Dewar)

I fattori stressanti di un ambiente di lavoro malato; la demotivazione dei dipendenti

 

Oggi le aziende tendono a richiedere sempre maggiori aumenti di produttività; le persone, d’altra parte, tendono ad identificarsi sempre più con la propria attività lavorativa ed il problema della fatica e del rischio di bruciare se stessi nel posto di lavoro diventa particolarmente importante.

Sopraffatti, esauriti, disorientati, scoraggiati, conflittuali, inutili, isolati: così Keith Yamashita e Sandra Spataro (2004) descrivono le persone demotivate sul posto di lavoro. Etimologicamente il termine “motivazione”, che deriva dal latino “movere”, indica un movimento, ovvero una spinta verso uno scopo. La motivazione è collegata alle nostre emozioni; non a caso, infatti, “motivazione” ed “emozione” (dal latino “emovere”, cioè portare fuori, mettere in movimento verso l’esterno) hanno una comune radice etimologica.

In un contesto organizzativo la motivazione rappresenta quell’insieme di processi psicologici che provocano la nascita, la direzione e la persistenza di azioni volontarie dirette verso un obiettivo.
Motivare, prevenire il senso di frustrazione e favorire la promozione del benessere organizzativo sono compiti fondamentali di chi si occupa di gestione delle Risorse Umane.
Molte patologie psichiche (stress, panico, ansia…) hanno origine in un contesto lavorativo “malato”, generano malessere negli individui, interferendo negativamente con le loro possibilità di creare relazioni interpersonali sane.

Secondo una definizione del National Institute for Occupational Safety and Health lo stress dovuto al lavoro può essere definito come un insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore.
Quando il luogo di lavoro si trasforma in un ambiente soffocante si rischiano malesseri fisici e psicologici; le sindromi ansiogene da stress lavorativo non vanno mai sottovalutate.

Una delle fonti più insidiose di stress è il mobbing. Nella lingua inglese il verbo “to mob” significa aggredire, assalire tumultuosamente; il termine, mutuato dalla scienza etologica, descrive il comportamento di un branco che assale un singolo. In ambito aziendale, il mobbing può essere definito come quell’insieme di comportamenti graduali e sistematici che mirano all’emarginazione ed all’annichilimento di un lavoratore.
L’esposizione al mobbing è stata classificata come una sorgente di stress sociale sul lavoro e come il problema più paralizzante e devastante per i lavoratori rispetto a tutti gli altri stressor correlati al lavoro messi assieme.

Il mobbing è una pratica subdola e criminale che può portare ad alterazioni dell’equilibrio emotivo, psicofisico e a disturbi comportamentali della vittima; chi subisce il mobbing perde gradualmente il rispetto degli altri, la fiducia in se stesso, la motivazione e l’entusiasmo nel lavoro. In altre parole, si ammala, ma accanto a lui c’è un altro malato, il suo sadico vessatore. Gli effetti del mobbing possono essere devastanti, si ripercuotono sul clima aziendale, sulla motivazione e sulla creatività delle Risorse Umane, provocando spesso un aumento del livello di assenteismo e di turnover e, contemporaneamente, un aumento di costi per malattie del Personale e per cause legali.

Un’altra forma di stress derivante da un ambiente di lavoro “malato” è quella che può essere riscontrata nella cosiddetta “sindrome del burn-out”, una vera e propria forma di esaurimento derivante dalla natura di alcune mansioni professionali. Il termine “burn-out” deriva dall’inglese e letteralmente significa essere bruciati, esauriti, scoppiati. Il termine è stato preso in prestito dal mondo dello sport, dove viene usato per indicare la condizione di un atleta che, dopo vari successi e nonostante la perfetta forma fisica, non riesce più a conseguire buoni risultati.
Herbert Freudenberger – in “Staff Burnout” (1974) – è stato il primo studioso ad utilizzare “burn-out” per indicare un complesso di sintomi, quali logoramento, esaurimento e depressione riscontrati in operatori sociali americani.
Cary Cherniss – in “La sindrome del burn-out” (1983) – definisce tale sindrome come la risposta individuale ad una situazione lavorativa percepita come stressante e nella quale l’individuo non dispone di risorse e di strategie comportamentali o cognitive adeguate a fronteggiarla.
La sindrome del burn-out è una malattia professionale e chi ne soffre può essere definito un “bruciato” dal troppo lavoro.

Il soggetto colpito da burn-out manifesta alcuni sintomi, quali nervosismo, insonnia, depressione, senso di fallimento, bassa stima di sé, indifferenza, isolamento, rabbia e risentimento.
Oggi le aziende tendono a richiedere sempre maggiori aumenti di produttività; le persone, d’altra parte, tendono ad identificarsi sempre più con la propria attività lavorativa ed il problema della fatica e del rischio di bruciare se stessi nel posto di lavoro diventa particolarmente importante.
Per aumentare la produttività le aziende dovrebbero prima di tutto custodire la salute fisica e mentale dei propri dipendenti, creare un ambiente di lavoro sano, creare benessere organizzativo, promuovendo la motivazione, la collaborazione, il coinvolgimento e la corretta circolazione delle informazioni.

Memoria transattiva: l’uso di internet ci rende insicuri di ciò che sappiamo?

Le persone fanno meno affidamento sulla loro conoscenza quando hanno accesso a Internet, il che suggerisce che la nostra connessione al web stia influenzando il modo in cui pensiamo.

Il professor Risko, della University of Waterloo, ha condotto uno studio su un campione di 100 soggetti che hanno risposto a una serie di domande di cultura generale (del tipo qual’è la capitale della Francia?), indicando se ne conoscevano la risposta. Per metà dello studio, i partecipanti hanno avuto accesso a Internet e hanno dovuto cercare la risposta quando hanno risposto che non la conoscevano. Nell’altra metà dello studio, invece, non hanno avuto accesso a Internet.

Il team ha scoperto che chi ha avuto accesso al web ha avuto circa il 5% in più di probabilità di dire che non sapeva la risposta alla domanda. Inoltre, in alcuni contesti, le persone con accesso a Internet hanno segnalato la “sensazione di sapere di meno” rispetto a chi invece non ha avuto accesso alla rete.

Internet è un esempio di memoria transattiva: una sorta deposito esterno al nostro cervello che memorizza le informazioni al posto nostro e al quale ci riferiamo quando abbiamo bisogno di recuperarle.

[blockquote style=”1″]Con l’ubiquità di Internet, siamo quasi sempre collegati a grandi quantità di informazioni. E quando i dati sono a portata di mano, le persone fanno meno affidamento sulle proprie conoscenze[/blockquote] ha detto il professor Risko, Canada Research Chair in Embodied and Embedded Cognition.

Nell’interpretazione dei risultati, i ricercatori hanno ipotizzato che l’accesso a Internet possa rendere meno accettabile dire di sapere qualcosa. E’ anche possibile, però, che i partecipanti siano stati più propensi a dire che non sapevano una risposta quando avevano accesso al web perchè la ricerca offre l’opportunità di confermare la risposta o risolvere una curiosità, e il processo della scoperta è gratificante.
[blockquote style=”1″]Questi risultati dimostrano che l’accesso a Internet può influenzare i processi metacognitivi e le decisioni che prendiamo su ciò che sappiamo e non sappiamo[/blockquote] ha detto Risko. [blockquote style=”1″]Speriamo che questa ricerca contribuisca alla nostra crescente comprensione di come un facile accesso a enormi quantità di informazioni influenzi il nostro pensiero, il nostro comportamento e il funzionamento del sistema di memoria transattiva formata da persone e da Internet.[/blockquote]

La natura della malattia. Genesi dei motivi del Werther di Mauro Ponzi (2015) Recensione

Una profonda rilettura in chiave anche psicologica del capolavoro giovanile di Goethe. Utile anche a comprendere come la mancata conoscenza del contesto può indurre errori di interpretazione.

I dolori del giovane Werther di Goethe costituiscono uno dei capolavori della letteratura occidentale e senz’altro il vertice assoluto del genere “romanzo epistolare”. Partendo da un fatto di cronaca dell’epoca realmente accaduto, Goethe ricostruisce attraverso le lettere disperate scritte dal giovane innamorato Werther, la storia di un amore impossibile verso una donna sposata, che culmina col suicidio dell’innamorato. Quando il romanzo uscì, nel 1774, determinò

[blockquote style=”1″]un’ebbrezza, una febbre, un’estasi diffusa su tutta la terra abitata: ebbe l’effetto di una scintilla che cada su un barile di polvere e liberi, allargandosi all’improvviso, una terribile massa di forze[/blockquote] (Mann, 1945, pp. 312-3).

Il personaggio di Werther divenne immediatamente un modello per i giovani europei colti, che assumevano il suo atteggiamento malinconico e si struggevano alla ricerca di amori sublimati simili al suo. Si registrò perfino un aumento significativo nel numero dei suicidi.

Goethe, per quanto ovviamente felice per il suo primo travolgente successo internazionale, accolse il wertherismo con profonda perplessità. Il romanzo nasceva, nelle sue intenzioni, piuttosto come un avvertimento, come un testo pedagogico contro il rischio corso da lui stesso dell’autocompiacimento nella disperazione. Evidentemente, però, il Werther coglieva lo spirito del tempo in un modo di cui neanche lo stesso Goethe poteva avere piena coscienza. Come le radici della scrittura goethiana, del resto, traggono linfa da ambiti molto diversi e apparentemente distanti, dalla classicità alla cultura preromantica (e, in quest’ambito, dal pietismo allo Sturm und Drang), anche le sue influenze si irraggiano in direzioni imprevedibili.

[blockquote style=”1″]Nel giovane Goethe si possono facilmente individuare l’inizio del moderno in termini letterari e anche – se non soprattutto – l’origine della sua componente nichilista e distruttiva [/blockquote](Ponzi, 2015, p. 25).

Né si può dimenticare la profonda influenza che Goethe avrebbe esercitato sulla psicologia dinamica novecentesca. Freud cita il Faust di continuo nelle sue opere (e, curiosa nemesi, vinse il premio Goethe come scrittore). Jung pare si compiacesse addirittura della leggenda che Goethe fosse suo nonno (per quanto egli dica il contrario in Ricordi, sogni, riflessioni).

 

Il romanzo nasceva, nelle sue intenzioni, piuttosto come un avvertimento, come un testo pedagogico contro il rischio corso da lui stesso dell’autocompiacimento nella disperazione

La critica goethiana, per cercare di abbracciare il senso della poetica dell’autore tedesco per eccellenza, è stata costretta spesso a coniare iperboli e metafore di inusitato respiro. Per cogliere l’apertura di significato dei suoi scritti (che sconfina talora con l’ambivalenza), è stata spinta a coniare arditi ossimori: l’espressione offenbare Geheimnisse (segreti manifesti), entrata in circolo negli anni settanta del Novecento, mantiene ancora una sua validità nella sua capacità di descrivere la tendenza di Goethe a velare e a rivelare il proprio intento artistico e il proprio vissuto personale nello stesso tempo (Ponzi, 2015, p. 26).

Jaspers scrisse di Nietzsche che ogni sua idea sembra essere contraddetta da un’altra: di conseguenza non si può essere soddisfatti nell’aver trovato un’affermazione se non si è rinvenuta anche la sua contraddizione (Jaspers, 1936, pp. 29-30). Se questo non può essere ripetuto per Goethe, è vero però che ogni volta che sembra di aver identificato la radice di un suo motivo ispiratore, non si può mai escludere che tale motivo non ne celi un altro, o con esso non conviva, data la straordinaria capacità del poeta di fondere, risemantizzare, ricombinare temi e immagini. Ciò che Ponzi definisce interstestualità è [blockquote style=”1″]il principio portante dell’operazione poetica goethiana[/blockquote] (Ponzi, 2015, p. 236).

Del resto il tema più sconvolgente e provocatorio, per l’epoca in cui escono I dolori del giovane Werther, è [blockquote style=”1″]l’esaltazione della coincidenza dell’amore con un’immagine patologica del dolore[/blockquote] (Ponzi, 2015, p. 47).

Anche la nascita del Werther, in un certo modo, riflette questa polivocità di fondo. L’opera deriva da una parte la sua ispirazione occasionale, come si è detto, da un fatto di cronaca e viene stesa praticamente di getto, secondo la testimonianza di Goethe in Poesia e verità. Dall’altra il Werther vive un lungo periodo di gestazione e ispirazione; ma soprattutto le sofferenze del protagonista riflettono quelle dell’autore.

Mauro Ponzi segue gli anni che vedono Goethe uscire dall’ambiente allora periferico di Francoforte per trasferirsi a Lipsia, nel 1765 (e in seguito a Strasburgo, nel 1770). Il rampollo di una famiglia bene in vista nella città d’origine diviene un provincialotto grezzo, malvestito e maldestro nel suo nuovo ambiente. Soprattutto [blockquote style=”1″]l’eccessiva disinvoltura che, almeno a parole, regnava negli ambienti universitari e culturali di Lipsia a proposito del comportamento sessuale, ebbe l’effetto di sconcertare il giovane studente, che si sentiva estremamente insicuro[/blockquote] (Ponzi, 2015, p. 54).

Goethe reagì mostrando i tratti del disturbo narcisistico di personalità; esibendo, soprattutto nelle lettere alla sorella di questo periodo, un atteggiamento arrogante a compensazione di una possibile ansia di impotenza psicosessuale. Secondo lo psicoanalista Kurt Eissler, Goethe giunse fino alle soglie di un episodio psicotico, in questi anni. Quasi di certo era di natura psicosomatica la malattia che lo ricondusse provvisoriamente al Nest (“nido”, ma anche “spelonca”) di Francoforte. La sfiducia nella classe medica, incapace di comprendere il suo male, è del resto riflessa nell’atroce ironia del finale del Werther, allorché i dottori, al cospetto del protagonista morente, [blockquote style=”1″]a ogni buon conto gli fecero un salasso al braccio [/blockquote](Goethe, 1774, p. 283).

Anche gli innamoramenti del giovane Goethe mostrano un evidente carattere narcisistico. In una lettera lo scrittore fornisce un lungo elenco di amiche, delle quali sostiene di essere ugualmente innamorato; così come altrove scrive di non cercare di sedurre una certa ragazza per non comprometterla, quando è evidente che lei accetta la sua corte solo per acquisire un cavalier servente. Né del resto l’ambiente familiare era per Goethe scevro di rapporti problematici. Completamente rifiutante risulta il rapporto col padre (Goethe, fra l’altro, trova interesse a Lipsia per qualunque materia salvo la giurisprudenza che è stato mandato a studiare); del tutto insoddisfacente è il vissuto con la madre (una poesia a lei dedicata usa più di tutte le altre la parola “sebbene”); ricca di fantasie incestuose è invece la relazione con la sorella, come lo stesso Goethe apertamente confessa in Poesia e verità. Ma come le fonti letterarie diverse trovano in Goethe una sintesi piena ed equilibrata, così tutte le figure femminili che popolano la giovinezza di Goethe contribuiscono, in qualche misura, alla genesi del personaggio archetipico di Lotte, di cui restano, filtrati attraverso l’ispirazione del genio, uno spessore e una profondità che raramente la letteratura ha raggiunto.

Tecniche di consapevolezza con pazienti psichiatrici: effetto di una attività Mindfulness-Based al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Legnago

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 – Sezione Junior

Tecniche di consapevolezza con pazienti psichiatrici: effetto di una attività Mindfulness-Based al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Legnago

Dott.ssa Martina Bocchi*, Dott.ssa Ileana Boggian**; Dott. Tommaso Maniscalco***
*Psicologa; **Psicoterapeuta, Centro di Salute Mentale – DSM AULSS 21; ***Direttore Dipartimento Salute Mentale – AULSS 21, Primario Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura – DSM AULSS 21.

ABSTRACT

L’articolo presenta la ricerca atta a documentare l’effetto di una attività di gruppo sperimentale. L’attività di gruppo è stata ideata sulla base dei principi della mindfulness, integrati con una tecnica di rilassamento guidato, ed è stata attuata settimanalmente da Aprile ad Agosto 2013 al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale “Mater Salutis” di Legnago. L’effetto riscontrato è stato verificato osservando il comportamento dei pazienti ricoverati e intervistando il personale infermieristico rispetto alla percezione del clima di reparto (campione di 33 pazienti ricoverati e di 11 infermieri). Dai risultati della ricerca emerge: (i) il significativo aumento della frequenza di socializzazione tra i pazienti partecipanti, al termine della stessa; (ii) il significativo miglioramento della percezione relativa al clima del reparto. Tale studio sostiene ed è finalizzato a sollecitare la realizzazione di gruppi terapeutici e riabilitativi nella primissima fase post-acuta, durante la degenza del paziente. Vorrebbe inoltre promuovere la realizzazione di altre ricerche che dimostrino i benefici dati dall’intervento psicologico e psicoterapeutico nell’acuzie, durante il ricovero del paziente psichiatrico.

ABSTRACT

The article presents the research made to document effect of an experimental group’s activity. The group’s activity is based on principles and techniques of mindfulness practice, integrated with a guided relaxation technique. The activity was done weekly from April to August 2013 at “Psychiatric Service for Diagnosis and Treatment”, at the Hospital “Mater Salutis” to Legnago. This effect has been verified by the behavior’s observation of hospitalized patients and interviewing nursing staff about the departement climate’s perception (sample: 33 hospitalized patients, 11 nurses). Results can be summarized as follows: (i) the significant increasing the frequency of socialization between patients participating, at the end of group activity; (ii) the significant improvement of the department atmosphere’s perception. This study supports the creation of groups during hospitalization of the patient, for treatment and rehabilitation. It would like to promote the realization of other research showing the benefits of psychological and psychotherapeutic intervention during the hospitalization of psychiatric patients.

Parole chiave: mindfulness; psicologia di gruppo; riabilitazione; socializzazione; psichiatria.

ALLEGATO 1

ALLEGATO 2

ALLEGATO 3

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