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Flessibilità e rigore: cronaca del terzo Congresso CBT-Italia

Il terzo Congresso CBT-Italia a Rimini ha esplorato il rapporto tra flessibilità dei protocolli, rigore scientifico e personalizzazione della psicoterapia

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 02 Ott. 2026

Il 25 e 26 settembre 2026 il Palacongressi di Rimini ha ospitato il terzo Congresso Nazionale di CBT-Italia, organizzato da Studi Cognitivi e  dedicato a «Flessibilità nei protocolli e rigore nelle buone pratiche». Due plenarie internazionali, otto relazioni magistrali, otto workshop e due tavole rotonde hanno declinato il tema da angolature molto diverse.

Dopo Firenze e Palermo, il congresso della Società Italiana di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale è approdato a Rimini per la sua terza edizione. Il titolo scelto dal comitato scientifico contiene una tensione che la CBT conosce bene. Da una parte la solidità dei protocolli evidence-based; dall’altra la capacità, altrettanto necessaria, di adattarli al paziente che si ha davanti. Quanto si può piegare un protocollo prima che smetta di essere quel protocollo? Chi decide dove sta il margine di libertà: il modello, il terapeuta, i dati?

Due giornate, molti volti della CBT

Il congresso si è articolato in otto workshop esperienziali, due plenarie, otto relazioni magistrali, due tavole rotonde, numerosi simposi tematici e due sessioni poster, con la premiazione finale. La seconda giornata si è aperta alle 7:30 con una sessione di mindfulness; la prima si è chiusa con l’Assemblea dei Soci e la cena congressuale.

Le plenarie

Ad aprire i lavori, dopo i saluti istituzionali di Sandra Sassaroli, Ada Moscarella e Gianpiero Antenori, è stato David M. Clark, professore emerito di psicologia sperimentale a Oxford. Clark è autore, con i suoi collaboratori, di terapie cognitive per la fobia sociale, il disturbo di panico e il PTSD, ed è tra gli artefici del programma inglese IAPT, oggi NHS Talking Therapies for Anxiety and Depression. La sua keynote è partita da un paradosso: esistono terapie psicologiche efficaci per la maggior parte dei problemi di salute mentale, il pubblico le preferisce ai farmaci, eppure nella maggior parte dei paesi la maggioranza delle persone non vi ha accesso. Clark ha ripercorso la storia del programma e delle sue derivazioni internazionali: il modello clinico, la formazione dei terapeuti, l’innovazione digitale e soprattutto la measurement-based care. I numeri sono quelli di un servizio di popolazione. Oltre 670.000 persone ogni anno ricevono un ciclo di trattamento, gli esiti sono disponibili per il 98% dei pazienti trattati, circa la metà guarisce e circa sette su dieci migliorano in modo significativo. Il programma, ha sostenuto Clark, riduce anche i costi sanitari per patologie fisiche e contribuisce alla crescita economica dei paesi che lo hanno adottato. È questo argomento congiunto, clinico ed economico, ad aver convinto i governi a finanziarlo. La lezione per i clinici italiani riguarda due cose: come sostenere l’espansione dell’offerta pubblica di psicoterapia e come usare i dati per migliorare la pratica di routine. La chiusura è toccata a Shannon Sauer-Zavala con COMPASS: A Potent, Parsimonious, Personalizable Approach to Mental Healthcare, di cui si dirà più avanti.

Le relazioni magistrali

Le otto relazioni hanno coperto un arco ampio. Riccardo Dalle Grave, responsabile del Dipartimento dei Disturbi dell’Alimentazione e del Peso della Casa di Cura Villa Garda, ha fatto il punto sulla CBT-E, la terapia cognitivo-comportamentale migliorata (laddove E sta per enhanced). È un intervento transdiagnostico che tratta la psicopatologia di base dei disturbi dell’alimentazione anziché le singole categorie del DSM. Nata per adulti ambulatoriali, in Italia è stata adattata agli adolescenti, al day-hospital, al ricovero riabilitativo e ai casi con comorbidità mediche e psichiatriche, sempre con la stessa cornice teorica e le stesse strategie a ogni livello di intensità (la cosiddetta «CBT-E multistep»). È raccomandata come trattamento di prima scelta negli adulti e come alternativa al Trattamento Basato sulla Famiglia negli adolescenti. Dalle Grave ha però affrontato anche le conclusioni contrastanti delle meta-analisi recenti. A suo giudizio dipendono in larga misura dalla qualità degli studi, dalla competenza dei terapeuti e dalla fedeltà al protocollo: campioni piccoli, confronti inappropriati e integrazioni non giustificate di interventi presi da altri orientamenti. La CBT-E rende meglio quando è erogata da clinici formati e supervisionati e aderenti al modello. Di qui la richiesta di formazione accreditata, supervisione strutturata e valutazione standardizzata della fedeltà al trattamento.

Gabriele Melli è andato «oltre la paura» nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo. L’ansia, considerata di solito l’emozione centrale del DOC e il bersaglio principale del trattamento, è per lui piuttosto un segnale anticipatorio. Avverte il paziente che sta per entrare in contatto con emozioni vissute come ancora più minacciose: la colpa, il disgusto, la sensazione interna di «non a posto» (Not Just Right Experience). Sono queste tre dimensioni affettive, secondo le evidenze presentate, a guidare evitamento e compulsioni. L’ERP resta centrale, ma con uno scopo spostato: non solo ridurre il disagio, ma far scoprire al paziente che può tollerare emozioni difficili senza compulsioni. Accanto all’esposizione servono interventi cognitivi sulle convinzioni disfunzionali riguardo alle emozioni stesse. Questo cambio di prospettiva modifica concretamente la formulazione del caso e le scelte terapeutiche.

Con Dialettica dei bisogni Sandra Sassaroli e Giovanni Maria Ruggiero hanno proposto un elemento nuovo per la formulazione del caso LIBET. Sono partiti da una domanda: che cosa rende disfunzionale un funzionamento? Tutti sanno come incrementare la funzionalità, ma nessuno dice esplicitamente rispetto a che cosa. La risposta proposta è il vincolo dei bisogni che sono in rapporto dialettico. Da una parte stanno i bisogni protettivi (sicurezza, accudimento, riconoscimento, appartenenza), dall’altra quelli esplorativi (esplorazione, autonomia, libertà, realizzazione). I due poli non formano una lista da soddisfare: si limitano a vicenda. Vanno quindi gestiti soddisfacendoli e frustrandoli in modo bilanciato, accettando scelte emotivamente dolorose. Di qui la contrapposizione tra due spiegazioni della sofferenza. Nel modello del deficit i bisogni sono rimasti insoddisfatti e la terapia li compensa, con il rischio di un reparenting ingenuo. Nel modello gestionale, sostenuto dai relatori, i bisogni sono gestiti male: la disfunzionalità nasce dall’incapacità di reggerne la dialettica con processi mentali flessibili.

Altre magistrali sis non focalizzate su singoli orientamenti. Paolo Moderato ha ripercorso l’evoluzione processuale della Behavior Analysis e della CBT, dalle radici della Clinical Behavior Analysis all’ACT fino alla Process-Based Therapy. Cesare Maffei ha presentato la DBT-A per la disregolazione emotiva e comportamentale in adolescenza. Gabriele Caselli ha illustrato i nuovi sviluppi della terapia metacognitiva su teoria, ricerca e intervento. Antonella Montano ha affrontato il rapporto tra intersezionalità e TCC, cioè l’adattamento della pratica clinica alla complessità delle identità. Carlo Faravelli ha parlato del passaggio dalla psicopatologia narrativa alla psichiatria dei criteri e della necessità di recuperare la dimensione clinica.

I workshop

I workshop del mattino hanno privilegiato la pratica. Sassaroli, Ruggiero e Caselli hanno lavorato su crisi nell’alleanza e modello LIBET (Farsi capire dal paziente). Nicola Lo Savio e Simone Napolitano hanno portato i principi della RFT nella pratica clinica. 

Gabriele Melli e Claudia Carraresi hanno completato sul piano operativo la relazione magistrale di Melli, con un workshop su ostacoli, resistenze e drop-out nella ERP per il DOC. L’ERP è il trattamento di prima scelta, ma nella pratica la sua applicazione è spesso difficile. Molti pazienti rifiutano le esposizioni, le interrompono presto o le eseguono a metà. Non sono rari, d’altra parte, i terapeuti che esitano a mettersi in gioco: evitano, sono eccessivamente cauti, perdono il focus comportamentale, temono il drop-out. Il workshop ha analizzato le resistenze da entrambi i lati e proposto strategie per l’ingaggio e la motivazione del paziente, adattando l’ERP alle diverse dimensioni del DOC (timore di danno, disgusto, NJRE).

Elena Rosin, trainer e supervisore ISST, ha presentato usi avanzati del chairwork in Schema Therapy. La tesi del workshop riprende quasi alla lettera il titolo del congresso: in Schema Therapy la fedeltà ai fondamenti teorici non è in contrasto con la personalizzazione dell’intervento, ne è anzi il presupposto. Il chairwork ne è l’esempio, perché ammette infinite variazioni a partire da una base solida. Rosin ha mostrato come i concetti centrali del modello guidino le variazioni tecniche, dalla concettualizzazione del caso al dialogo tra i mode, fino allo sblocco dei processi stagnanti. L’obiettivo dichiarato era una «flessibilità disciplinata»: «non improvvisazione, ma innovazione consapevole radicata nel modello».

Nella seconda giornata Anna Bianca Prevedini e Giovanni Zucchi hanno proposto l’ACT vissuta in prima persona. Emiliano Toso, docente e supervisore AIAMC, ha presentato una terapia espositiva «di precisione». Il punto di partenza è il modello dell’apprendimento inibitorio: l’esposizione non cancellerebbe la memoria di paura ma creerebbe un nuovo apprendimento capace di interferire con essa. Secondo Toso, l’innesco di questo apprendimento dipende da fattori interni al processo (errore predittivo, contesto, rinforzo) e da fattori modulatori esterni. Questi possono essere biologici, come lo stato del microbiota intestinale, psicologici, come l’evitamento, o ambientali, come l’ansia dei familiari o del terapeuta. Ne deriva l’esigenza di un profilo diagnostico e terapeutico più articolato, che Toso ha illustrato con casi e simulate. Alessandra Brugnoni ha lavorato sulla dialettica nella relazione con il paziente borderline e con la sua famiglia; Mattia Nese, Elena Barel e Luciana Lorenzon sulle applicazioni cliniche di biofeedback e neurofeedback.

Letti insieme, questi contributi declinano il tema del congresso in modi diversi. Dalle Grave lega gli esiti alla fedeltà al modello e mette in guardia dalle integrazioni non giustificate. Rosin rivendica una flessibilità che nasce dentro il modello. Melli e Toso spostano la precisione sul bersaglio: le emozioni temute nel DOC, i modulatori dell’apprendimento inibitorio. Nessuno contrappone rigore e adattamento. Il disaccordo, semmai, riguarda dove collocare il margine di libertà.

Le tavole rotonde

La prima, La psicoterapia che cambia, ha riunito Gabriele Caselli, Ornella Bettinardi, Mauro Leoni, Antonia Pierobon, Giampaolo Robert Perna e Federico Zanon su evidenze, qualità assistenziale e trasformazione della professione. La seconda, sull’intelligenza artificiale per i professionisti della salute mentale, ha messo a confronto Lorenzo Desideri, Gabriele Caselli, Matilde Buattini, Antonella Marchetti, Francesca Ciardo, Tommaso Ciulli e Claudia Scorolli su opportunità, limiti e prospettive di integrazione.

COMPASS: personalizzare il bersaglio, non il protocollo

La plenaria conclusiva merita un discorso a parte, perché ha risposto al tema del congresso in modo radicale. La proposta di Shannon Sauer-Zavala è spostare il bersaglio del trattamento dai disturbi diagnosticati ai tratti e ai processi di personalità che attraversano sintomi e diagnosi.

Il punto di partenza è una critica al modello categoriale. Sauer-Zavala gli riconosce di aver migliorato la comunicazione tra professionisti e l’affidabilità diagnostica. Il problema è che separa condizioni sulla base di sintomi di superficie che non guidano il trattamento. I sintomi si sovrappongono, la comorbidità è la regola e non l’eccezione, le soglie sono arbitrarie. Inoltre, chiedere a un clinico che vede sette o otto pazienti al giorno di applicare con fedeltà un manuale diverso per quasi ogni diagnosi del DSM significa chiedergli qualcosa che la pratica ordinaria non consente.

La prima risposta è stata il Protocollo Unificato, che mira al nevroticismo e al ciclo dell’evitamento emotivo: le emozioni negative percepite come intollerabili vengono soppresse o evitate, il sollievo immediato rinforza l’evitamento e le emozioni ritornano più spesso e più intense. Psicoeducazione, mindfulness e flessibilità cognitiva servono a rendere le emozioni tollerabili. In uno studio di equivalenza il protocollo è risultato non inferiore ai protocolli specifici per diagnosi, sia a fine trattamento sia al follow-up di sei mesi. Due dati hanno un peso particolare per chi lavora nei servizi. Nella pratica ordinaria i pazienti frequentano in media cinque sedute, contro le dodici-sedici raccomandate dai protocolli. In uno studio con doppia randomizzazione, sei sedute non sono risultate in media meno efficaci di dodici. Chi mostrava una riduzione del nevroticismo alla sesta settimana continuava a migliorare anche dopo l’interruzione. Il cambiamento precoce del tratto, insomma, funziona da indicatore prognostico.

COMPASS estende la logica alle altre dimensioni della personalità. Il banco di prova è il disturbo borderline, scelto perché è eterogeneo: con cinque criteri su nove necessari per la diagnosi si ottengono 256 combinazioni diverse. Proprio tra i pazienti borderline che non rispondevano al Protocollo Unificato sono emersi due profili che un intervento mirato al solo nevroticismo non intercettava: l’impulsività, cioè agire senza riflettere, e l’antagonismo, cioè attribuire agli altri la responsabilità delle proprie difficoltà. BPD Compass è dunque un intervento breve e modulare, i cui moduli non seguono un ordine fisso. Usa poche competenze (esposizione, mindfulness, competenze cognitive), ripetute nei diversi moduli, e i valori del paziente come criterio per valutare i comportamenti. In questo modo il terapeuta non impone il proprio giudizio: chiede se un comportamento è coerente con ciò che la persona vuole essere. I risultati preliminari, inclusi quelli di un RCT su 151 pazienti, indicano miglioramenti nei sintomi borderline e nei tratti bersaglio. I miglioramenti nelle dimensioni di personalità sono proseguiti nelle settimane successive alla fine del trattamento. Anche otto sedute centrate su un singolo modulo hanno prodotto effetti moderati nei pazienti con un solo tratto elevato.

L’obiettivo dichiarato è che clinici e pazienti imparino cinque modalità di trattamento, una per dimensione, invece di circa sessanta protocolli. Finora sono stati ottenuti risultati per tre dimensioni su cinque. Nella discussione il moderatore ha sollevato un punto non secondario. Nell’area dell’antagonismo, i trattamenti indicati da Sauer-Zavala come possibili riferimenti (approcci centrati sull’attaccamento, MBT, psicoterapia basata sul transfert) non appartengono alla tradizione cognitivo-comportamentale. È proprio il fronte su cui la CBT ha ancora meno da offrire.

Letta accanto al tema del congresso, la proposta è chiara. La flessibilità non si ottiene piegando il protocollo al paziente: si ottiene scegliendo il bersaglio giusto. Il rigore resta affidato a poche competenze ben definite.

Alla skill class del 26 settembre, L’alleanza sotto pressione, che ha messo quattro terapeuti di orientamento diverso davanti allo stesso paziente simulato nello stesso momento di crisi, dedichiamo un articolo a parte (ndr: il secondo articolo sul Congresso sarà pubblicato lunedì 05 Ottobre).

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