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Nel silenzio della violenza: psicologia della negazione sociale e vittimizzazione secondaria

La minimizzazione della violenza è un processo psicologico che può favorire la vittimizzazione secondaria e ostacolare il riconoscimento del trauma

Di Claudia Rufini

Pubblicato il 15 Lug. 2026

Minimizzazione: quando la mente riduce ciò che non riesce a sostenere

C’è un punto — sottile, quasi impercettibile — in cui la realtà non viene più negata apertamente, ma viene lentamente trasformata fino a diventare compatibile con ciò che può essere tollerato. Non è il luogo dell’ignoranza, ma quello della regolazione; non è il rifiuto del vedere, ma il suo arresto. È qui che la minimizzazione prende forma: non come errore, ma come operazione; non come mancanza, ma come funzione. Una funzione che protegge, stabilizza, mantiene — e proprio per questo, nel farlo, altera.

La clinica conosce bene questo movimento. Lo incontra nei racconti esitanti, nelle frasi che si interrompono prima di nominare, nelle interpretazioni che riducono ciò che eccede. Ma lo incontra anche fuori dalla stanza, nel campo più ampio delle relazioni: quando amici, familiari, colleghi assistono a segnali di violenza e li riformulano, li attenuano, li spostano di senso. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di indifferenza. Si tratta di qualcosa di più complesso: un processo attraverso cui l’esperienza viene resa abitabile, anche quando, in realtà, non lo è.

La minimizzazione come forma di vittimizzazione secondaria

È necessario, allora, distinguere con precisione. La minimizzazione non è la violenza primaria. Non è l’atto che ferisce, non è il gesto che invade. Ma non è nemmeno neutra. Essa si colloca in quella regione intermedia che la letteratura sul trauma definisce come vittimizzazione secondaria: l’insieme delle risposte che non producono direttamente il danno, ma ne impediscono il riconoscimento e ne amplificano gli effetti. In questa seconda scena, la violenza si sottrae alla sua evidenza e si riorganizza come interpretazione. Non è più ciò che accade, ma ciò che non viene riconosciuto come accaduto.

Le ricerche di Judith Lewis Herman hanno chiarito come il trauma non sia determinato soltanto dall’evento, ma dalla possibilità che quell’evento trovi un contesto capace di riconoscerlo (Herman, 1992). Dove c’è riconoscimento, può esserci integrazione; dove c’è negazione, si produce una frattura. La minimizzazione abita esattamente questa frattura. È il luogo in cui l’esperienza non trova rispecchiamento e, non trovandolo, si incrina, si ritira, si trasforma in dubbio. Non è la prima ferita, ma è ciò che impedisce alla ferita di diventare narrazione.

La dissonanza cognitiva e la funzione della minimizzazione

Per comprendere la forza di questo processo, è necessario interrogare i dispositivi che regolano la percezione. Il contributo di Leon Festinger sulla dissonanza cognitiva offre una chiave decisiva: quando due rappresentazioni incompatibili coesistono, il sistema tende a ridurre la tensione che ne deriva (Festinger, 1957). Ma questa riduzione non avviene necessariamente attraverso una revisione delle credenze. Più spesso, avviene attraverso una trasformazione del reale. Se riconoscere la violenza implica la perdita di un’immagine — dell’altro, di sé, della relazione — allora diventa più sostenibile ridimensionare l’evento che ristrutturare il sistema. La minimizzazione è, in questo senso, una soluzione economica: preserva la continuità sacrificando la verità.

Questa operazione non è soltanto cognitiva: è affettiva. Riconoscere la violenza significa attraversare emozioni intense, destabilizzanti: paura, rabbia, impotenza, colpa. Significa accettare che qualcuno vicino possa essere pericoloso, che una relazione significativa possa essere dannosa. Non tutti i sistemi psichici sono in grado di sostenere questa complessità senza difendersi. La minimizzazione diventa allora una regolazione affettiva: riducendo la gravità percepita, si riduce l’impatto emotivo. Non è indifferenza, ma protezione.

La dimensione sociale della minimizzazione

Ma la minimizzazione non si esaurisce nel soggetto. Essa si struttura nel campo relazionale e si amplifica nella dimensione sociale. Le ricerche di John M. Darley e Bibb Latané hanno mostrato come la presenza di altri individui riduca la probabilità di intervento, non solo per una diffusione della responsabilità, ma per un processo più sottile di costruzione condivisa della realtà (Darley & Latané, 1968). In condizioni ambigue, gli individui osservano le reazioni altrui per orientare la propria interpretazione. Se nessuno interviene, l’evento perde urgenza; se nessuno nomina, perde statuto. Si genera così una sospensione collettiva del riconoscimento: ciascuno attende che sia l’altro a vedere, e nel frattempo tutti smettono di vedere.

Questa dinamica è particolarmente potente nei contesti di prossimità, dove le relazioni sono dense e cariche di significato. In una famiglia, in un gruppo di amici, in un ambiente lavorativo, intervenire significa modificare l’equilibrio, introdurre una frattura, esporsi al conflitto. La minimizzazione diventa allora una strategia sistemica: mantiene la coesione del gruppo evitando di confrontarsi con ciò che la metterebbe in crisi. Non è un atto isolato, ma una configurazione condivisa.

A questo si aggiungono i processi di disimpegno morale (Bandura, 1999), attraverso cui l’individuo sospende temporaneamente i propri standard etici, riformulando l’evento in termini meno esigenti. La violenza diventa conflitto, l’aggressione diventa reazione, la responsabilità si distribuisce fino a dissolversi. In questo modo, l’inazione non appare più come omissione, ma come neutralità. Ma la neutralità, in questo contesto, è una costruzione: ciò che non viene nominato continua a operare.

Dal punto di vista soggettivo, la vittimizzazione secondaria produce una frattura profonda: quella tra esperienza interna e validazione esterna. Ciò che viene vissuto non trova conferma, e ciò che non trova conferma diventa incerto. È in questa incertezza che si radicano il dubbio, la vergogna, l’autocolpevolizzazione. Non è soltanto la violenza a isolare, ma il modo in cui essa viene accolta.

Quando riconoscere diventa una scelta

La prospettiva fenomenologica, rappresentata da Eugenio Borgna, invita a considerare come l’incontro con la sofferenza dell’altro richieda una disponibilità che non è scontata: la capacità di sostare, di non ridurre, di non ritirarsi (Borgna, 2017). La minimizzazione è, in questo senso, un ritiro dello sguardo: non una cecità, ma una distanza. E questa distanza, quando si stabilizza, diventa contesto.

Se questo è il quadro, allora la questione non è soltanto perché si minimizza, ma quale posizione siamo disposti ad assumere di fronte a ciò che vediamo. Perché non minimizzare implica attraversare la dissonanza senza ridurla, sostenere l’inquietudine senza trasformarla in giustificazione, accettare che il riconoscimento comporti una trasformazione del sistema.

Questo non è un invito morale, ma una proposta clinica. Una postura. Quella di uno sguardo che non si ritrae, di una parola che non riduce, di una presenza che non si sottrae alla complessità. Perché la violenza, quando non viene riconosciuta, non scompare, cambia forma e la forma che assume, spesso, è quella della normalità.

E forse la responsabilità più radicale, oggi, non è soltanto quella di intervenire, ma quella di non trasformare ciò che vediamo in qualcosa di più tollerabile per noi e più insostenibile per chi lo vive.

Riferimenti Bibliografici
  • Bandura, A. (1999). Moral disengagement in the perpetration of inhumanities. Personality and Social Psychology Review, 3(3), 193–209. 
  • Borgna, E. (2017). La fragilità che è in noi. Einaudi.
  • Darley, J. M., & Latané, B. (1968). Bystander intervention in emergencies: Diffusion of responsibility. Journal of Personality and Social Psychology, 8(4), 377–383. 
  • Festinger, L. (1957). A theory of cognitive dissonance. Stanford University Press.
  • Herman, J. L. (1992). Trauma and recovery. Basic Books.
  • Latané, B., & Darley, J. M. (1970). The unresponsive bystander: Why doesn’t he help? Appleton-Century-Crofts.
  • Lingiardi, V., & McWilliams, N. (2017). La diagnosi psicodinamica: PDM-2 (2ª ed.). Raffaello Cortina Editore.
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