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Perché “trolliamo”? La verità sorprendente dietro il comportamento antisociale online dei giovani adulti

Il comportamento antisociale online rivela le motivazioni dietro il trolling tra psicologia, social media e bisogno di visibilità

Di Doriano Filippini

Pubblicato il 30 Apr. 2026

L’arena digitale e il “frame dell’intrattenimento”

I social media sono nati sotto l’egida della connessione globale, eppure la realtà contemporanea riflette un’arena decisamente più complessa. Con la “migrazione forzata” della socialità post pandemica verso gli ecosistemi digitali, abbiamo assistito a una recrudescenza di tossicità, molestie e aggressioni. Ma cosa spinge individui apparentemente ordinari a trasformarsi in “troll” protetti da uno schermo? Per decifrare questo fenomeno, occorre guardare oltre la mera tecnologia. Già nel secolo scorso, il teorico Neil Postman introduceva il concetto di “entertainment frame”, avvertendo che l’imperativo di rendere ogni informazione intrattenimento avrebbe inquinato il discorso pubblico. Più recentemente, lo studioso Jason Hannan ha aggiornato questa visione, sostenendo che le piattaforme online abbiano trasfigurato la sfera pubblica in una sorta di “scuola superiore” globale, dove il bullismo e la provocazione sono assurti a generi comunicativi dominanti. L’analisi citata, condotta da Soares et al. (2023) su un campione di 359 studenti universitari canadesi, ha esplorato queste dinamiche in profondità. I risultati smontano alcuni dei miti più radicati sulle radici dell’antisocialità digitale, rivelando vulnerabilità psicologiche e motivazionali inaspettate.

Il comportamento antisociale online (ASB): l’analisi del fenomeno

Il comportamento antisociale online (ASB) comprende una gamma di atti dannosi tra cui il Trolling: provocazione intenzionale attraverso commenti infiammatori, mirata a perturbare il discorso pubblico; il Bullying (Bullismo): aggressione ripetuta caratterizzata da uno squilibrio di potere percepito tra le parti; l’Harassment (Molestie): condotta abusiva e indesiderata diretta verso singoli o gruppi, spesso con intenti discriminatori.  La tendenza a tali comportamenti antisociali online si è intensificata dal 2020, a causa dello spostamento delle comunicazioni sociali negli spazi digitali dovuto al COVID-19. Il comportamento antisociale online causa stress mentale ed emotivo, abbassa la soddisfazione verso la tecnologia e porta all’isolamento delle persone colpite, inoltre riduce la diversità delle voci online, scoraggiando la partecipazione di minoranze e comunità emarginate attraverso l’emarginazione digitale.  L’ecosistema digitale contemporaneo ha quindi subito una metamorfosi strutturale, accelerata in modo irreversibile dalla pandemia. La migrazione forzata della socialità verso le piattaforme non ha semplicemente trasposto le interazioni fisiche nello spazio virtuale; ha trasformato il comportamento antisociale da anomalia statistica a sfida sistemica per la stabilità democratica. Per i decisori politici e i designer di piattaforme, è apparso imperativo un cambio di paradigma: la protezione della vittima, pur fondamentale, non è più sufficiente se non accompagnata da una decodifica chirurgica delle motivazioni dei “perpetratori”.

Comportamento antisociale online: non è (solo) questione di anonimato

I risultati indicano che il picco di comportamenti antisociali online riguarda meno la disinibizione digitale e più il fatto che la maggior parte delle interazioni sociali si è spostata nell’ambiente online.

Uno dei paradigmi più resistenti è che il trolling sia il sottoprodotto della “disinibizione online” (online disinhibition): l’idea che l’anonimato e l’asincronicità — il non dover guardare la vittima negli occhi — annullino le inibizioni comportamentali. Tuttavia, la ricerca di Soares et al. (2023) offre un dato dirompente: sia la disinibizione “benigna” che quella “tossica” non sono risultate predittori significativi del comportamento antisociale online. È qui che risiede il “punctum dolens” della ricerca: il problema non è lo strumento, ma l’utente. La tossicità non scaturisce da un filtro tecnico che svanisce, quanto piuttosto dal fatto che l’ambiente digitale sia diventato il palcoscenico primario di dinamiche umane preesistenti.  

Trollare per sport e per status

La ricerca opera una distinzione fondamentale tra motivazioni “aversive” e “appetitive”. Le prime sono reattive (rabbia, vendetta); le seconde sono proattive, guidate dalla ricerca di una gratificazione. Sorprendentemente, l’aggressione online tra i giovani adulti non nasce quasi mai come reazione a un torto subito, ma come una forma di “intrattenimento proattivo”.

Lo studio identifica due motori principali:

  • Svago (Recreation): l’impulso impulsivo-appetitivo di cercare eccitazione e “divertimento sadico” attraverso la provocazione fine a se stessa.
  • Ricompensa (Reward): una ricerca controllata di approvazione sociale, potere e status all’interno del proprio gruppo.

Sincronizzando questi dati con la teoria di Hannan, emerge una sintesi illuminante: il desiderio di “Ricompensa” (status e legame di gruppo), tipicamente esercitato in contesti offline, è migrato online a causa delle restrizioni pandemiche. Gli utenti hanno adattato la propria ricerca di prestigio sociale alle logiche del “liceo digitale”, dove il trolling diventa una moneta di scambio per ottenere visibilità e validazione dai pari.

La vulnerabilità dell’empatia cognitiva

Gli autori di reato potrebbero adottare comportamenti antisociali online perché non comprendono i sentimenti delle loro vittime.

Un altro luogo comune vuole che il troll sia un individuo affetto da “bassa autostima“. I dati smentiscono categoricamente questa tesi: né la fiducia in sé né la svalutazione di sé hanno mostrato associazioni significative con la cyber-aggressione. Il vero discrimine risiede nella vulnerabilità dell’empatia cognitiva. È necessario distinguere tra empatia affettiva (sentire il dolore dell’altro) ed empatia cognitiva (comprendere razionalmente lo stato emotivo altrui). I perpetratori non mancano necessariamente di “cuore”, ma di “calcolo”: non riescono a processare logicamente l’impatto devastante che le loro azioni hanno sulla vittima. Questa lacuna razionale permette loro di perseguire lo svago senza sentire il peso delle conseguenze.

La soluzione è l’attrito, non solo il “bandire”

Se il comportamento antisociale è spesso frutto di un loop impulsivo-appetitivo, la mera punizione o il “ban” definitivo risultano strategie parziali. La ricerca suggerisce invece l’efficacia dell’attrito (friction): interventi tecnici che costringono l’utente a una pausa riflessiva. Gli esperimenti di “attrito” condotti da piattaforme come Twitter dimostrano che invitare un utente a riconsiderare un commento offensivo prima della pubblicazione può abbattere drasticamente la tossicità. I dati statistici a supporto sono significativi: una survey rivela che meno del 2% degli utenti rimossi aveva l’intenzione deliberata di ferire qualcuno. L’aggressione è spesso un atto d’impulso, non di malizia premeditata. Inoltre, emerge un deficit educativo critico: le linee guida delle community sono spesso sepolte in testi legali inaccessibili. Capita spesso che, coloro che violano le regole, non hanno mai letto le linee guida della piattaforma. Educare alle norme comuni, rendendole visibili e intellegibili, potrebbe rivelarsi più potente di qualsiasi algoritmo di censura.

Comportamento antisociale online: verso un’etica della consapevolezza digitale

Il comportamento antisociale online non è un “bug” del sistema, ma una scelta deliberata alimentata dal piacere, dalla ricerca di status e da una profonda lacuna nella comprensione razionale dell’altro. Abbiamo trasformato lo spazio digitale in un’arena dove il confine tra la satira e la distruzione personale è sfumato sotto i colpi dell’”entertainment frame”. La ricerca di Soares et al. (2023) ci restituisce la responsabilità delle nostre azioni: il trolling non è una conseguenza inevitabile dell’anonimato, ma un riflesso della nostra dieta sociale. 

In che misura, navigando quotidianamente tra i feed, finiamo per premiare e convalidare l’aggressività altrui solo perché soddisfa il nostro bisogno di intrattenimento? Siamo sicuri di non essere noi stessi i silenziosi architetti del “liceo digitale” che tanto critichiamo?

Riferimenti Bibliografici
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