Quando la psicoterapia si interrompe: tra conclusione condivisa e scelta unilaterale
Vi sono molti casi in cui la psicoterapia si avvia verso la fine ed effettivamente termina per una decisione condivisa e in accordo tra paziente e terapeuta; spesso sono i casi in cui la persona ha raggiunto gli obiettivi terapeutici prefissati, un miglioramento e una remissione dei sintomi, un maggior livello di benessere psichico, una maggiore consapevolezza di sé, un miglioramento di abilità e strategie di coping, e così via.
Tuttavia, tutt’altra storia è quando un paziente decide unilateralmente di voler interrompere la psicoterapia.
Le motivazioni che possono portare a voler interrompere un percorso di psicoterapia sono moltissime e possono riguardare difficoltà nella relazione con il proprio terapeuta, scarsa fiducia nell’efficacia del percorso, scarsa motivazione ad investire tempo e risorse economiche; oppure, in un’ottica più positiva, vi possono essere casi in cui la persona si sente più sicura, si sente di avere acquisito strategie e risorse adeguate per fronteggiare la quotidianità, le relazioni e il proprio mondo emotivo (anche se dalla prospettiva del terapeuta vi sarebbe ancora del lavoro da fare).
Il drop-out in psicoterapia: evitamento, sfiducia e mancata chiusura
Nel caso di Antonio non è così; in preda a una demotivazione diffusa, dopo qualche mese dall’inizio della psicoterapia, decide che è troppo difficile spiegare al suo terapeuta che vorrebbe interrompere perché è sfiduciato; ha la sensazione che la psicoterapia non fa per lui.
Non si presenta all’appuntamento fissato, poi vedrà; e infatti si ritrova nei giorni successivi a ghostare il suo terapeuta che lo cerca telefonicamente; di nuovo, la solita strategia di evitamento che lo caratterizza (almeno ora la riconosce). Una risposta implicherebbe richieste di spiegazioni e poi sicuramente la proposta di un ulteriore appuntamento in cui approfondire le motivazioni. Antonio non vuole essere persuaso nel cambiare idea rispetto al percorso di psicoterapia.
La scelta di Antonio di evitare ulteriori contatti con il terapeuta non è esente da emozioni negative; non si sente proprio bene con sé stesso, sa di non avere chiuso in modo sincero, è fuggito da un confronto aperto. Il terapeuta, dal canto suo, si interroga sui fattori che possono avere contribuito a questo che in gergo si chiama “drop-out”.
Libertà di scelta e alleanza terapeutica: il ruolo del terapeuta nell’interruzione
È importante evidenziare che il terapeuta è formato ed è pronto ad affrontare e ad accettare anche le decisioni unilaterali di un paziente che per svariati motivi non desidera continuare.
La psicoterapia si basa infatti sulla decisione completamente volontaria e libera della persona che la intraprende. E dunque è assolutamente possibile, plausibile e prevedibile che si possa decidere di interrompere, in qualsiasi momento. Anche il contratto terapeutico lo esplicita. Dal punto di vista del terapeuta inoltre è ben solida la consapevolezza che il paziente va supportato nella propria autonomia e nella libertà di esercitare le proprie scelte, anche in relazione al trattamento e al percorso di cura.
La relazione tra Antonio e il suo terapeuta ha perso: Antonio non si è sentito al sicuro nell’esplicitare il suo desiderio e la sua decisione di interrompere. Sicuramente una condizione più favorevole avrebbe visto Antonio parlare apertamente con il suo terapeuta dei suoi dubbi, delle sue sensazioni di sfiducia, e della sua decisione di interrompere le sedute di psicoterapia.
Ma quali parole utilizzare, come iniziare il discorso?
Semplicemente lasciando fluire le proprie sensazioni, parlando apertamente in seduta, con onestà e sincerità delle ragioni che ci portano a decidere per l’opzione di interrompere.
Il terapeuta competente non giudica, accoglie e approfondisce le sensazioni e le motivazioni espresse dal paziente, anche eventuali critiche su di sé e sul percorso terapeutico; inoltre si rende disponibile a orientare il paziente, anche inviandolo ad altri terapeuti ove lo ritenga opportuno e se richiesto dalla persona.
In quanto pazienti non possiamo pensare che il terapeuta sia in grado di leggere e comprendere i nostri stati interni senza che vi sia anche un nostro sforzo di comunicazione aperta.
E il terapeuta competente saprà gestire in modo professionale una comunicazione esplicita di questo tipo, che potrà costituire un’occasione di riflessione costruttiva sul proprio operato.