Sentirsi “sbagliati” e il sollievo di un nome
Capita, a volte, di passare anni a sentirsi “sbagliati”. Di vivere sotto la costante impressione di non essere mai abbastanza, troppo lenti, troppo distratti, troppo sensibili, o semplicemente “troppo”. Ci si sforza di migliorare, di correggersi, di nascondere ciò che non funziona, finché la stanchezza non prende il sopravvento. Spesso, dietro questa fatica, si nasconde la convinzione che basterebbero più volontà o autocontrollo per cambiare. E quando ciò non accade, la spiegazione sembra inevitabile: “Il problema sono io”. Poi, un giorno, arriva una parola, una diagnosi. Un nome che non risolve tutto, ma dà senso, una spiegazione. Quel che era percepito come un difetto personale si trasforma in una caratteristica, una condizione, un modo diverso – non sbagliato – di funzionare.
È qui che prende forma il cosiddetto “Rumpelstiltskin Effect”, descritto da Levinovitz e Aftab (2025). Si tratta di un fenomeno psicologico in cui dare un nome alla sofferenza ha, di per sé, un effetto terapeutico.
Come nella fiaba dei fratelli Grimm, conoscere il nome del “mostro” ne riduce il potere. In quella storia, una giovane donna è costretta dal re a trasformare la paglia in oro. Disperata, riceve l’aiuto di un piccolo folletto, Rumpelstiltskin, che in cambio pretende il suo futuro primogenito. Anni dopo, il folletto torna per reclamare il bambino, ma le concede una possibilità: se riuscirà a indovinare il suo nome, potrà tenerlo con sé. Dopo molti tentativi, la donna scopre il nome di Rumpelstiltskin e, nel momento stesso in cui lo pronuncia, il suo potere svanisce.
La metafora è chiara: nominare ciò che ci spaventa restituisce potere.
In psicologia, la diagnosi svolge la stessa funzione: dare forma e significato a un disagio confuso, trasformando l’ignoto in qualcosa di riconoscibile. Alan Levinovitz ha osservato come molte persone provino un sollievo profondo nel momento della diagnosi, anche quando non esistono cure immediate.
Un esempio toccante proviene dal New York Times (Caron, 2024): una donna di 53 anni, dopo aver ricevuto la diagnosi di ADHD, racconta di aver “pianto di gioia” perché, per la prima volta, si era sentita libera dal giudizio di essere “pigra o stupida”.
Le sue parole riflettono l’esperienza di molti: la diagnosi come forma di validazione e auto-comprensione. Questo senso di sollievo è stato documentato anche nella ricerca da Sims et al. (2021), i quali evidenziano come ricevere una diagnosi può ridurre l’incertezza, migliorare la comunicazione e favorire la costruzione di un’immagine più coerente di sé, offrendo una base emotiva di supporto.
Effetto Rumpelstiltskin: il potere e il significato della diagnosi
La letteratura scientifica conferma che la diagnosi non è solo un atto clinico, ma anche un evento identitario e relazionale. O’Connor et al. (2018), infatti, hanno evidenziato che, per molti giovani, ricevere una diagnosi psichiatrica rappresenta un punto di svolta: un modo per comprendere se stessi e legittimare le proprie difficoltà. Allo stesso modo, Thomas (1987) ha dimostrato che i pazienti migliorano quando il medico comunica una diagnosi chiara e una prognosi positiva, anche in assenza di trattamento. Pochi anni dopo, Savage e Armstrong (1990) hanno notato che la sicurezza e la chiarezza del medico aumentano la soddisfazione e la fiducia nel percorso terapeutico. Ma la diagnosi non ha solo un valore clinico: è anche un potente atto simbolico.
Come spiega Parsons (1975), ricevere una diagnosi significa entrare nel “ruolo del malato”, assumendo un nuovo status riconosciuto socialmente, che apre la possibilità di essere curati, compresi e accolti.
Tuttavia, non tutti sperimentano questo passaggio come positivo. In alcuni casi, la diagnosi suscita timore o stigma, soprattutto quando riguarda condizioni croniche o poco comprese. Parallelamente, i social media hanno favorito un aumento delle auto-diagnosi, spesso motivate non dal desiderio di cura, ma dal bisogno di trovare un nome e una comunità che condivida l’esperienza (Foulkes & Andrews).
Il lato oscuro del nome
I termini diagnostici sono costrutti ritualizzati, intrisi di autorità istituzionale: quando una condizione viene nominata da un esperto, si attiva una forma di aspettativa positiva, quasi un placebo simbolico. La persona si sente “vista” e accolta, come se l’atto stesso di ricevere un nome aprisse la strada alla guarigione. Eppure, non sempre questo accade.
Se il sostegno sociale o terapeutico non segue la diagnosi, l’effetto di sollievo può dissolversi rapidamente. La stessa etichetta che in un primo momento dà senso e conforto può, col tempo, diventare un limite rigido. Dare un nome non sempre cura, talvolta può ferire.
Come mostrano Frisaldi et al. (2020) e Petrie & Rief (2019), le aspettative negative associate a una diagnosi possono produrre veri e propri effetti nocebo, influenzando la percezione dei sintomi.
Secondo Levinovitz e Aftab (2025), ciò accade quando l’individuo si identifica completamente con la diagnosi, trasformandola in un’etichetta fissa della propria identità. In questo modo, il nome che doveva liberare può diventare una gabbia. Una persona con un disturbo d’ansia, ad esempio, può evitare le situazioni temute nella convinzione di non poterle affrontare, rafforzando così l’ansia stessa.
Lo stigma, come evidenzia Van Brakel (2006), rimane un problema diffuso e si manifesta anche nei contesti più vicini. Amici o familiari, pur in buona fede, possono modificare il loro sguardo, facendo sentire la persona “diversa”.
Il filosofo Ian Hacking (1999) ha descritto questo processo come looping effect: la diagnosi cambia la percezione di sé, gli altri reagiscono a questa nuova immagine e, nel farlo, la rinforzano. Tuttavia, non tutta la sofferenza deve essere vista solo come difetto o malfunzionamento.
Davies (2011) e Huda (2025) ricordano che il dolore psicologico può anche avere un potenziale trasformativo: non solo qualcosa da eliminare, ma un’esperienza che può generare consapevolezza, resilienza e crescita personale.
Nominare senza perdersi nel nome
L’Effetto Rumpelstiltskin mostra che la diagnosi non è semplicemente una classificazione medica: è un atto narrativo. Nel momento in cui si riceve un nome, si costruisce una storia: di sé, della propria sofferenza e del modo di affrontarla. Questo può essere liberatorio — ma anche limitante, se il nome diventa un confine invece che un ponte. Etichettare ciò che ci spaventa è un gesto potente, perché trasforma l’ignoto in qualcosa di condivisibile. Ma, come nella fiaba, pronunciare il nome serve a sciogliere l’incantesimo, non a crearne di nuovi. La guarigione può cominciare da qui, nel riconoscere ciò che ci ferisce, nel dare un nome al dolore, ma senza lasciare che quel nome diventi tutto ciò che siamo. Dare un nome, in fondo, non è un incantesimo: è un atto di conoscenza. E la conoscenza, spesso, è il primo passo verso la cura.