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Quattro terapeuti e una crisi d’alleanza al Congresso CBT-Italia

Al Congresso CBT-Italia, quattro terapeuti affrontano la stessa crisi dell’alleanza, mostrando diversi modi di comprendere e accompagnare il paziente

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 05 Ott. 2026

Il presente contributo è il secondo di due articoli sul Congresso CBT-Italia.
Per leggere il primo clicca qui.

Alla skill class del terzo Congresso Nazionale CBT-Italia (Rimini, 25-26 settembre 2026), Schema Therapy, ACT, DBT e CBT secondo il modello LIBET si sono confrontate con lo stesso paziente simulato, nello stesso momento di crisi. Più che le differenze di tecnica, è emersa una differenza nel modo di nominare ciò che si attiva nel paziente.

Il terzo Congresso Nazionale di CBT-Italia aveva per titolo «Flessibilità nei protocolli e rigore nelle buone pratiche». Dietro il titolo c’è una domanda che i congressi di solito lasciano sullo sfondo, affidata alle pause caffè: quanto di ciò che funziona in seduta dipende dal modello e quanto dalla persona che lo applica? Una sessione del secondo giorno l’ha messa in scena esplicitamente.

Il formato

Il pomeriggio del 26 settembre, in Anfiteatro, si è tenuta la skill class L’alleanza sotto pressione: una skill class sulle scelte del terapeuta nei momenti critici. Il formato, già proposto in diversi congressi, riprende una presentazione analoga condotta da Nicola Lo Savio nell’edizione precedente di Palermo; a Rimini lo ha coordinato Gabriele Caselli. L’impianto è semplice. Uno stesso paziente simulato, Nico, interpretato dal collega Nico Alberici, codidatta di Studi Cognitivi e terapeuta di inTherapy, porta a quattro psicoterapeuti la stessa situazione. Durante un fine settimana si è sentito escluso dagli amici. Ha cercato il terapeuta, come concordato per i momenti di crisi, ma il terapeuta non ha risposto. Allora si è tagliato. Ora arriva in seduta arrabbiato e pensa di interrompere la terapia.

I quattro terapeuti erano Nicola Marsigli (Schema Therapy), Giovanni Zucchi (ACT), Antonella Gemelli (DBT) e Sandra Sassaroli (CBT, modello LIBET). Le sedute, condotte online, sono state registrate in precedenza e poi accorciate da Valeria Mariotti per rientrare nei tempi. Caselli ha moderato, Lo Savio ha fatto da discussant. Lo scopo dichiarato era capire «dove inizia il modello, dove finisce il modello, dove iniziano le caratteristiche individuali».

Quattro sedute

Marsigli si scusa per la mancata risposta, valida la rabbia e insieme ricorda la regola concordata: Nico può scrivergli, ma lui risponde quando può. Poi colloca l’episodio dentro «uno schema che conosciamo bene nella storia di Nico». Il fatto stesso che Nico sia venuto in seduta mostra una parte che si fida, «quello che noi chiamiamo adulto funzionale». Quando Nico dice di sentirsi confuso e distante, Marsigli riconosce il protettore distaccato e avvia un dialogo immaginativo con lui. Nico lo chiama «il ghiacciato»: sta su una montagna ed è con Nico da quando aveva otto anni. Il terapeuta lo ringrazia per la protezione che ha dato e gli chiede di farsi da parte, almeno in seduta, per lasciare spazio alle emozioni.

Zucchi lavora in un altro tempo. Chiede a Nico di guardare la scena «dall’alto» e riceve un rifiuto. Si scusa, e dà alla scusa un senso preciso: non aver risposto è stata un’occasione persa per mostrare a Nico che aprirsi serve. Chiama i pensieri automatici «le storie che emergono» e non li discute. Mostra il prezzo dell’evitamento: «mi chiudo, mi muovo via da quella roba lì, ma mi muovo via anche da quello che mi interessa». Si espone («Drammatico, anch’io sono drammatico»), ricorre a una metafora degli alberi («apparteniamo per diritto di nascita… il tuo valore non è in gioco») e usa un’ironia affettuosa che Nico indicherà poi come il punto in cui si è «sganciato». Sulla funzione del tagliarsi dice: «se funzionasse e basta, lo potresti insegnare anche a me». Ai pensieri contraddittori che Nico chiama «vocine» risponde che non è obbligato a dare retta a tutte. 

Gemelli riconosce subito che Nico non si è sentito protetto, fa emergere la rabbia e la collega a ciò che accade in tutte le sue relazioni. Legge il ritiro come una via di fuga che nel breve termine sembra la soluzione migliore ma non aiuta. Sulla funzione del tagliarsi è netta: «questo è innegabile». Proprio per questo propone di costruire insieme alternative a medio e lungo termine. Lavora sulla dialettica tra autonomia e dipendenza («queste due categorie non sono così nette») e sulla finestra di tolleranza, rispetto alla quale il fine settimana è stato «completamente fuori finestra». Sulla mancata risposta si espone senza giustificarsi («Ero impegnata… ho imparato da lei che non chiama inutilmente»). Chiude presentando la vulnerabilità emotiva come un «superpotere» da imparare a maneggiare: smettere di sentire non è un obiettivo realistico.

Sassaroli mette subito la crisi «sul tavolo» e la scompone in due punti: la mancata risposta e la generalizzazione che ne segue, per cui un piccolo evento diventa un pensiero su tutti. Riporta la conversazione sul pratico: in che altro modo Nico avrebbe potuto raggiungerla? Chiamando lo studio, scrivendo una mail o un messaggio. Poi rovescia la prospettiva: «mi dispiace che lei non mi abbia dato l’occasione di avvicinarmi… me l’ha impedito». Quando Nico replica che allora la colpa è sua, risponde: «Lei sta parlando di colpe. Io le sto chiedendo di aiutarmi a starle vicino». E quando Nico parla di una parte di sé che vuole interrompere la terapia, la corregge: «non è tanto una parte di lei. È un suo pensiero». Gli riconosce il diritto di ritirarsi e nello stesso momento gli chiede di restare: «Io ho bisogno di lei con tutta la sua paura». 

Che cosa ha sentito Nico?

La discussione si è appoggiata a un dato raro: il resoconto dall’interno dell’interprete. Alberici ha raccontato di aver sentito all’inizio «la paura, e sopra un velo di rabbia». La chiave d’accesso, con tutti e quattro, è stata una validazione percepita come autentica. Un «capisco» di pura forma lo lasciava nella rabbia e nella diffidenza. Con Zucchi ha avuto tempo, spazio, silenzio. Con Marsigli si è sentito «riportato a terra, più al sicuro». Con Sassaroli e Gemelli ha trovato validazione unita a strumenti e a un’altra prospettiva. Delle riformulazioni di Sassaroli ha detto che gli hanno permesso di passare da «tu sei cattivo» a «è il mio modo con tutto il mondo». C’è anche un’osservazione che merita attenzione: una volta arrivata la validazione, emergeva una paura nuova, «e adesso cosa faccio?».

Lo Savio ha messo in fila gli elementi comuni. Tutti hanno validato, in forme verbali e non verbali. Tutti hanno legato la visione di sé e degli altri al coping, distinto gli effetti a breve e a lungo termine dei comportamenti, colto il bisogno di appartenenza e lasciato a Nico gradi di libertà di scelta. Ha poi indicato le differenze: interventi più esplorativi o più direttivi, connessione coltivata in seduta o fuori, concettualizzazione esplicita o implicita. Ha notato inoltre che la vergogna è emersa solo con Zucchi. Dal pubblico Rossana Piron ha osservato che nessuno dei quattro è caduto nella trappola di giustificarsi, cioè di rispondere davvero alla domanda «perché non mi hai risposto al telefono?», e ha proposto per una prossima edizione un quinto video che mostri cosa succede quando ci si cade. Caselli ha chiuso con una sintesi: tutti hanno spinto verso il cambiamento senza farlo vivere come un’invalidazione, e hanno così sottratto Nico alla trappola dicotomica «se devo cambiare, sono io quello sbagliato». La variabile che più distingueva gli interventi, secondo lui, era il ritmo.

Il nodo: come si chiama ciò che si è attivato

Lo Savio lo ha accennato e il panel non ha avuto il tempo di svilupparlo, ma è forse il risultato più interessante dell’esercizio. Davanti allo stesso stato di Nico (rabbia, distacco, impulso a interrompere) i quattro terapeuti gli hanno dato nomi diversi. Per Marsigli è una parte che si è attivata. Per Zucchi è una voce, o una storia, a cui non si deve per forza dare retta. Per Gemelli è un’emozione fuori dalla finestra di tolleranza. Per Sassaroli è un pensiero generale a cui Nico aderisce, ma che non coincide con lui.

Si potrebbe pensare che si tratti solo di lessico. Facciamo attenzione, però: i quattro nomi non sono intercambiabili, perché ciascuno apre una strada operativa diversa.

Una parte ha un’intenzione, una storia, una funzione protettiva. Le si può parlare, la si può ringraziare, le si può chiedere di farsi da parte. Marsigli fa esattamente questo con il ghiacciato. Il conflitto esce dalla relazione («non è un me contro te, si è attivata una parte») e il paziente viene ricondotto a un assetto collaborativo attraverso un modello condiviso. Il cambiamento passa per il rafforzamento dell’adulto funzionale.

Una voce non va combattuta né convinta: le si può semplicemente non obbedire. Zucchi non discute le «storie» di Nico e sposta il lavoro sulla domanda «cosa farebbe il Nico che vorresti essere?». Il cambiamento passa per i valori, e la connessione si costruisce nella relazione in seduta, attraverso l’esposizione personale e l’ironia.

Un’emozione fuori finestra è uno stato da regolare. Gemelli ne valida la funzione, compresa quella del tagliarsi, e la mette in rapporto con il comportamento. Il cambiamento passa per l’acquisizione di abilità.

Un pensiero, infine, è qualcosa a cui si aderisce. La correzione di Sassaroli («non è tanto una parte di lei. È un suo pensiero») è la frase teoricamente più densa dell’intera sessione, perché rifiuta esplicitamente la cornice delle parti. Se ciò che si è attivato è un pensiero, Nico non ha dentro di sé un’entità da negoziare. Ha piuttosto un modo di aderire a una generalizzazione («a nessuno importa di nessuno») e un piano che ne discende: «quando ho bisogno non te lo dico, poi ti faccio male e ti punisco», come Sassaroli ha sintetizzato nel dibattito. Il cambiamento passa allora per la responsabilità rispetto a quell’adesione e per alternative concrete, piccole e praticabili: lo studio, la mail, il messaggio.

Le quattro strade convergono su un punto, che è forse la vera funzione comune: togliere al paziente la sensazione di essere lui stesso il problema. La parte non è tutto Nico, la voce non è Nico, l’emozione si può maneggiare, il pensiero non coincide con chi lo pensa. È la stessa uscita dalla trappola dicotomica di cui ha parlato Caselli, raggiunta per quattro vie distinte. Va detto chiaramente che questa convergenza è una lettura, non un risultato. Il panel l’ha sfiorata senza discuterla, e un confronto serio richiederebbe di chiedersi se le quattro operazioni producano effetti diversi e su quali pazienti. Viene da chiedersi, per esempio, se un paziente con un’identità più fragile tragga maggior beneficio dalla cornice delle parti, che offre contenimento, o da quella del pensiero, che chiede responsabilità. È proprio il tipo di domanda che una ricerca sui processi potrebbe affrontare.

C’è anche una chiave di lettura che viene dal congresso stesso. Al congresso Sassaroli e Ruggiero hanno tenuto anche una relazione magistrale, Dialettica dei bisogni. Vi leggono i disturbi emotivi come fughe da una dialettica tra bisogni protettivi (sicurezza, accudimento, appartenenza) e bisogni esplorativi (autonomia, realizzazione). Con queste categorie, la crisi di Nico può essere descritta come un’oscillazione tra il bisogno di accudimento e un’autonomia difensiva che lo spinge a ritirarsi. È solo un’analogia, e nessuna delle quattro sedute l’ha formulata in questi termini. Gemelli, però, vi si è avvicinata quando ha detto a Nico che autonomia e dipendenza «non sono così nette».

Dove finisce il modello?

La skill class si era data una domanda: dove finisce il modello e dove comincia il terapeuta. La risposta che emerge dalle quattro sedute è più netta di quanto ci si aspetterebbe. Il modello decide come chiamare ciò che si è attivato e, di conseguenza, verso dove orientare il cambiamento. Il terapeuta decide il ritmo, ed è il ritmo, come ha notato Caselli, la variabile che più differenziava gli interventi. Zucchi si era dato una regola personale: rallentare e avvicinarsi, senza entrare in disputa, senza giudicare, senza giustificarsi. Sassaroli ha riconosciuto di sé: «faccio tutto di corsa… vivo con un altro tempo». Nessuna delle due scelte discende dall’ACT o dal modello LIBET.

Resta poi ciò che nessun modello, a detta degli stessi relatori, prescrive. Sassaroli l’ha chiamato «spietata vicinanza»: un tentativo ostinato di restare accanto al paziente nel momento in cui lui fa di tutto per allontanarsi. L’ha riconosciuto in ciascuno dei colleghi, declinato in modo diverso. In Marsigli era intimità costruita insegnando il linguaggio degli schemi, in Zucchi «dolce ironia», in Gemelli un’adesione «inesorabile» alla realtà del paziente, tra una faccia severa e una tenera. «Non lo chiamerei riferito a una teoria», ha detto. È un’affermazione che andrebbe presa sul serio, perché sposta una parte importante dell’efficacia fuori dai protocolli, nelle qualità personali del clinico, senza per questo renderla inaccessibile alla formazione.

I limiti dell’esercizio

Va ricordato con onestà che cosa l’esercizio non può dimostrare. Le sedute erano simulate, condotte online e montate: Marsigli ha precisato che il suo video originale durava circa quaranta minuti e che il taglio metteva in risalto la parte più tecnica, e che con un paziente reale avrebbe potuto fare scelte diverse. Il dato esperienziale viene da un solo interprete, per di più in formazione e consapevole di recitare, anche se ha detto che «una volta che ero dentro mi ci sentivo veramente». Le simulate presuppongono inoltre percorsi già avviati e modelli condivisi, che lo spettatore deve immaginare. Nessuna di queste cautele toglie valore all’esercizio. Ricordano però che la skill class mostra possibilità e non misura esiti.

Proprio per questo il formato merita di restare un appuntamento fisso dei congressi CBT-Italia. Uno dei terapeuti, che frequenta congressi dal 1997, ha detto che esporsi così è stata per lui «una prima assoluta». Mettere quattro clinici esperti davanti allo stesso paziente e alla stessa crisi, e chiedere loro di esporsi, è un modo concreto di prendere sul serio il titolo del congresso: la flessibilità diventa visibile nelle differenze, il rigore in ciò che resta costante. La proposta di Piron di aggiungere un quinto video, quello dell’errore, completerebbe il quadro. Caselli ha chiuso la sessione dicendo: «siete tutti promossi». La prossima edizione potrebbe mostrare anche chi viene bocciato, e perché.

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