La sintonizzazione emotiva, origine e significato
La sintonizzazione emotiva è un processo su cui si pone sempre più lo sguardo in quanto strettamente connesso con la capacità dell’adulto di conoscere, regolare e rispecchiare le proprie e altrui emozioni. Per capire di cosa si tratta bisogna soffermarsi sulla parola Emozione. La radice della parola emozione è il verbo latino “moveo” che tradotto significa “muovere”, suggerendo che ogni emozione può sottendere un’implicita tendenza all’azione. Le emozioni sono esperienze soggettive complesse, accompagnate da modificazioni cognitive, comportamentali, espressive e fisiologiche, intense, ma generalmente di breve durata (Goleman, 1996).
La sintonizzazione emotiva è connessa al proprio modo di leggere e gestire le emozioni e al tipo di accudimento e rispecchiamento emotivo che l’adulto ha avuto nella sua infanzia.
Secondo Stern (1998) la sintonizzazione emotiva è un processo trasmodale inconsapevole che consente di condividere gli stati affettivi. Pur prendendo le mosse dal processo di imitazione, che caratterizza i bambini fin dalle primissime settimane di vita è dagli 8 mesi che permette una connessione profonda degli stati affettivi. E’ la prima vera relazione intima che costruiamo, attraverso cui ci conosciamo reciprocamente e cogliamo l’altro come “entità separata” con bisogni, emozioni, affetti diversi dai nostri. Percepire l’Altro come Altro da sé, permette di stabilire una sintonizzazione emotiva autentica. Non è un semplice comportamento di accudimento o essere preoccupati per il proprio bambino, o sorridere automaticamente ad un suo sorriso. E’ la capacità da parte del genitore di “leggere” lo stato mentale del bambino e comprendere ciò che il piccolo sta sperimentando a partire dal suo comportamento; al contempo, rappresenta anche la capacità del bambino di “leggere” la risposta del genitore. La sintonizzazione affettiva è quindi una lettura reciproca, contraddistinta da uno scambio reciproco di espressioni e comportamenti, caratterizzati da stati emotivi (Stern,1998).
Dalla sintonizzazione emotiva alla costruzione dei MOI
A partire dai primi scambi tra madre e bambino si sviluppa il legame di attaccamento. Le specifiche modalità interattive esperite dalla diade portano allo sviluppo dei modelli operativi interni (MOI), delle rappresentazioni mentali di Sé e della propria figura di attaccamento (Santrock, 2013).
La prima studiosa delle differenze individuali nell’attaccamento è stata Mary Ainsworth che osservando l’interazione fra madre e bambino ha classificato il comportamento infantile in alcune categorie principali che prendono il nome di modalità o stili di attaccamento.
Inizialmente sono stati descritti tre stili di attaccamento (Ainsworth et al.,1978): lo stile sicuro, quello insicuro evitante e quello insicuro ambivalente.
I quattro stili di attaccamento
Main e Solomon (1986, 1990) hanno definito un quarto stile disorganizzato (Attili, 2007), delineando così quattro tipologie di attaccamento che descriveremo in breve:
- Stile di attaccamento sicuro: si caratterizza dalla capacità del bambino di interagire serenamente con la madre, reagendo con il pianto al suo allontanamento e ricongiungendosi a lei con gioia, lasciandosi calmare e rassicurare. In presenza di un attaccamento sicuro, il bambino avrà maggiori probabilità di sperimentare, con la crescita, un equilibrio tra bisogni di autonomia e di relazione, area individuale e relazionale, costruendo relazioni affettivamente significative con empatia, rispetto, vicinanza, gioco e piacere.
- Stile di attaccamento insicuro – evitante: è caratterizzato da minori interazioni piacevoli e giocose tra il bambino e la madre, smarrimento del bambino all’allontanamento della madre e frequenti momenti in cui il bambino è assorbito in attività solitarie e disinteressato nei confronti della madre. Da adulto, darà maggior valore ai propri bisogni di autonomia, svalutando quelli di relazione e legandoli alla dipendenza dall’altro. L‘adulto tenderà a credere che i suoi bisogni non possono essere accolti e compresi da nessuno e che debba gestirli in autonomia, come accadeva con i propri genitori da bambino.
- Stile di attaccamento insicuro – ambivalente: è connotato dalla presenza di una forte emotività nel bambino che, in presenza della madre, abbandona i propri giochi e interagisce attivamente con lei, mentre nelle fasi di allontanamento e ritorno della madre tende a manifestare iniziale agitazione e successivamente protesta rabbiosa e pianto inconsolabile. Da adulto, tenderà ad attribuire maggior valore ai bisogni di dipendenza, svalutando quelli di autonomia. Nella relazione crea spesso un’atmosfera carica di ansia, sulla base della credenza nucleare che l’altro è instabile e occorre sollecitarlo continuamente per soddisfare i propri bisogni di relazione.
- Stile di attaccamento disorganizzato: è connotato dall’assenza di un comportamento coerente e definito nel bambino che, al contrario, manifesta angoscia e comportamenti disorganizzati, ovvero caotici e incoerenti. Generalmente, da adulto oscillerà tra il bisogno di autonomia e quello di relazione, nella difficoltà di sviluppare una strategia utile a soddisfarli. Da una parte, sente un forte bisogno di relazione, dall’altra, ne è molto spaventato (Attili, 2007).
Dalla teoria alla vita di tutti i giorni
La sintonizzazione emotiva è influenzata da numerosi elementi: l’ascolto attivo e la lettura del messaggio, la propria storia personale e relazionale, gli aspetti non verbali, il proprio stato emotivo e quello altrui, la capacità e la sensibilità legate al contesto, i bisogni e le aspettative proprie e altrui, i neuroni specchio, ecc.
Come sottolinea Tronick et al. (1998), singoli momenti di mancata sintonizzazione sono normali e non determinano di per sé effetti negativi sullo sviluppo, purché l’individuo possa comunque vivere esperienze riparatorie (Santrock, 2013).
Per questo la sintonizzazione emotiva può essere definita una sfida costante e quotidiana in cui possiamo “stare su noi stessi e sull’altro”. Sulla nostra attivazione fisica, sul riconoscimento del nostro stato emotivo, sullo stato emotivo altrui, sul contesto e sulla storia dell’altro, sull’importanza che ha per noi quella relazione. Ricordando che si può sempre parlare in un secondo momento della propria attivazione emotiva e di cosa è successo.