Che cosa sono i comportamenti protettivi (o anche comportamenti di salvaguardia)?
I comportamenti protettivi, in inglese definiti “safety behaviours”, sono azioni e strategie messe in atto dalla persona per prevenire o minimizzare la minaccia o la catastrofe temuta relativa a un certo evento ansiogeno.
I comportamenti protettivi si osservano frequentemente nei disturbi d’ansia, come ad esempio il disturbo da panico o il disturbo d’ansia sociale. Seppur frequenti, non sono immediatamente riconoscibili e spesso la persona non è consapevole della portata della loro disfunzionalità. Infatti, nascono con l’obiettivo di ridurre l’ansia nel breve termine ma finiscono poi per mantenerla a medio e lungo termine.
Alcuni esempi possono essere: rifugiarsi nel cellulare quando si è in un contesto sociale che si vive come ansiogeno, sedersi di lato al cinema credendo in questo modo di minimizzare il rischio di panico poiché siamo vicini all’uscita e pronti a fuggire, frequentare certi luoghi e situazioni solo se accompagnati da un familiare o da un amico stretto (pronto ad aiutare in caso di bisogno), sedersi non appena si ha una lieve sensazione di sbandamento, e così via. In altre parole, sono quel genere di azioni e stratagemmi che una persona può mettere in atto per proteggersi dall’evento temuto, evitando un reale confronto con ciò che si teme, seppur in misura più mascherata. Mi espongo in situazioni sociali, ma non alzo la testa dal cellulare ed evito il contatto oculare. È dunque una reale esposizione, oppure stiamo comunque evitando qualcosa che temiamo utilizzando una diversa strategia?
Quindi, comportamenti possono rivelarsi controproducenti, poiché rinforzano l’ansia e non consentono un aumento nella propria autoefficacia nella regolazione emotiva e nell’affrontare e tollerare l’eventualità (ricordiamolo, peraltro non certa) della catastrofe temuta (che sia il panico o un giudizio negativo da parte dell’altro).
Quali meccanismi mantengono l’ansia a lungo termine ?
I comportamenti protettivi o di salvaguardia si fondano su un paradosso che è simile a quello dell’evitamento: non sono realmente protettivi, ma lo sono in modo illusorio, riducendo l’ansia solo nel brevissimo termine, ma nel lungo periodo hanno un effetto peggiorativo mantenendo i sintomi e rafforzando convinzioni disfunzionali sulla probabilità e gravità degli eventi temuti, nonché sulle proprie capacità di affrontarli e tollerarli.
Questo accade perché in primis ostacolano la possibilità di disconferma: nell’esempio in cui un paziente ansioso-panicoso con timore di svenire risponde a una lieve sensazione di sbandamento con il comportamento di sedersi immediatamente, questi attribuirà il fatto di non essere svenuto al proprio comportamento di salvaguardia (sedersi) e non al fatto che l’iperventilazione tipica del panico non causa realmente uno svenimento.
Tale meccanismo protettivo impedisce la disconferma delle convinzioni disfunzionali e il miglioramento della fiducia nelle proprie competenze emotive autoregolatorie; inoltre vi è un aumento dell’attenzione selettiva, poiché la persona sarà portata costantemente a monitorare il proprio corpo e la situazione. Prevale in questo modo l’ipervigilanza (“vediamo se passa, vediamo se la mia strategia sta funzionando”) e l’incremento dell’ansia. Pensando invece all’ansia sociale, l’effetto dell’impossibilità di disconferma si annida nel meccanismo per cui evitando il contatto oculare, ad esempio non alzando la testa dal cellulare, si rischia di apparire disinteressati all’altro e quindi di diminuire la probabilità di un contatto sociale potenzialmente gratificante; si ingenera dunque con maggiore probabilità una condizione di esclusione tanto temuta dalla persona.
Mettere in atto i comportamenti protettivi è come dire a se stessi che sono necessari per assecondare l’ansia, perché altrimenti non si sarebbe in grado di gestirla.
Riconoscere e contrastare gradualmente i comportamenti protettivi
E’ importante dunque, all’interno della psicoterapia per la riduzione dei sintomi ansiosi, riconoscere e lavorare anche sui comportamenti protettivi. In primis, il terapeuta insieme al paziente analizzerà in modo dettagliato le specifiche situazioni che inducono ansia, pensieri disfunzionali, evitamenti e verranno approfonditi anche eventuali comportamenti protettivi. Orientati da un piano terapeutico, in secondo luogo si lavorerà in modo graduale e sostenibile sulla riduzione dei comportamenti protettivi, definendo di volta in volta obiettivi raggiungibili. E infine, sarà importante riconoscere i progressi fatti e rinforzare i cambiamenti, anche se minimi o di lieve entità; la gradualità nelle esposizioni e nella riduzione dei comportamenti protettivi significa rispettare il tempo necessario affinché la persona possa pazientemente sperimentare il cambiamento per piccoli passi.