Le cose non dette (2026) di Gabriele Muccino
Vittime innocenti o colpevoli complici?
Il film Le cose non dette (2026) di Gabriele Muccino narra di un gruppo di persone che interroga la propria verità. La risposta, a questa domanda, s’inabissa. Nel blu, tra le cose non dette; tuttavia, difficile evitare la questione. Si può scappare da tutto, ma non da sé stessi.
Ogni personaggio è rapito da un tumulto interiore, da un tormento angoscioso, che superficialmente pare avere a che fare con il tema del tradimento. Anche qui, il nocciolo è da rintracciare altrove: nel costante riproporsi dell’inespresso, che straripa nelle relazioni umane, in bilico tra il desiderio e il rimpianto, la libertà e la condanna.
Le cose non dette (2026): i destini incrociati
Se è nella carne che si inscrive il piacere, è sempre in essa che urla, muto, il dolore – ed il corpo, tutto, nel tentativo di ribellarsene, fugge invano da sé. Allo stesso modo, ogni figura del film in questione si ritrova a fuggire da un destino che pare, invece, attivamente costruire e cercare (Martin & Young, 2010).
D’altro canto, la psicoterapia moderna sembra riconoscere coralmente quanto gli effetti del trauma siano innanzitutto rinvenibili lungo le vie del corpo, nelle storie che scriviamo, nelle trame delle relazioni che intratteniamo (Van der Kolk, 2020). Già le prime teorie psicodinamiche – ancor più la psicotraumatologia di Janet – si riferiscono al concetto di trauma come ad una interruzione, una frammentazione, una rottura: una dissociazione (Liotti, 2005). Qualcosa di alieno, che talvolta partoriamo, a nostra insaputa. Ecco, sono proprio questi cocci spaiati, ancora impossibili da pensare – da mentalizzare, se volete – a viaggiare sottili nella (sotto)trama del film Le cose non dette (2026) di Muccino.
Alle loro spinte, obbediscono i personaggi e, nel teatro che vi emerge, ripropongono i propri (anti)scopi. Credendo di intendersi, senza intendersi mai – parafrasando Pirandello.
Colpevoli o complici che siano, tali moti impliciti, irrompono potenti nella quotidianità, portando il mignolo di ogni personaggio a sbattere – maledettamente e puntualmente – sugli angoli di queste cose- non-dette, nel tentativo ultimo di scansarle (Semerari, 2015; Safran e Segal, 1993).
Lottare per sopravvivere: competere per amarsi
Tra gli attori, spicca la figura della ragazzina, nei panni di una soggettività incompresa, fraintesa, disorientata. È lei l’ennesima figura in tumulto interiore, immersa in un processo evolutivo di individuazione e riconoscimento. Nell’intento di connettersi ad un contesto relazionale – evidentemente caotico – è costretta a competere per affermarsi, distorcendo i propri bisogni pur di avere un qualche punto di riferimento emotivo (Liotti, 2005).
Ogni personaggio tenta di esistere, brillando a scapito dell’altro, intrappolato lungo i poli di un dilemma patogeno: sto fuggendo dalla morte o sto inseguendo la vita? Sono libero o costretto? Posso nuotare al largo senza annegare?
Non a caso, molti passaggi narrativi del film Le cose non dette (2026) rimandano all’idea che essere autenticamente o liberamente se stessi danneggerebbe l’esistenza altrui (Gazzillo, 2016).
Nasce, dunque, lo scopo di divenire a tutti costi uno scrittore, di avere disperatamente un figlio, di corrompere e violare le aspettative, di essere una mamma perfetta, una figlia provocatoriamente diversa. Al polo opposto non vi sono alternative, se non uno specchiante baratro, un limite da sfidare.
Gli elefanti nella stanza: Le cose non dette (2026)
Questo viaggio dal sapore simbolico, che vede sfaldarsi e riconoscersi i vari personaggi, diviene un teatro dello scandalo, senza scampo, un Cluedo, nel quale l’amore comporta distruzione, struggimento, infine, morte; per poi, ancora una volta, tornare ad addensarsi in segrete coalizioni indicibili che – come un carnefice che si risveglia prima dei titoli di coda – incombono minacciose lungo nuove traiettorie evolutive. Vino nuovo in otri antiche. Altro gioco, stesse regole.
La formula rimane la stessa: si alza il volume e si abbassa il pensiero, confidando nel lavoro sporco che spetta al silenzio: «Al resto poi si penserà ».
Innocenti o complici? La domanda resta sospesa: ciò che non può essere pensato può continuare a essere agito. Siamo salvi.
Il gioco è salvo – ed ogni gioco ha le sue regole, le sue squadre e i loro patti.
Il patto silenzioso: l’eredità del trauma
Si può scappare da tutto, ma non da sé stessi – pare questo lo slogan del film Le cose non dette (2026).
Ed ecco emergere, negli ultimi minuti, una eredità emotiva mimetizzata, che – illesa – galleggia in una nuova dimensione temporale.
Ecco svelare l’arcano, ecco trovarci al cospetto dell’eterno ritorno del trauma intergenerazionale – ma questo fa parte di un’altra trama, forse è meglio lasciarlo tacere, in bocca al silenzio, anzi – a pensarci bene – il suo posto migliore è proprio nel le cose non dette.