Da dove nasce la Sindrome di Stoccolma?

Alcuni segnali permettono di identificare la condizione Sindrome di Stoccolma, come i sentimenti di amore e amicizia per l’aggressore da parte della vittima

ID Articolo: 194611 - Pubblicato il: 02 settembre 2022
Da dove nasce la Sindrome di Stoccolma?
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La Sindrome di Stoccolma (Stockholm Syndrome, nota anche come Terror Bonding e Traumatic Bonding) è un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta nella vittima nei confronti del carnefice, in casi di violenza fisica, verbale e/o psicologica. 

 

Le origini della Sindrome di Stoccolma

 La vittima della Sindrome di Stoccolma arriva a provare un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore e, a volte, può provare anche amore e totale sottomissione volontaria, instaurando così una specie di alleanza e solidarietà con il suo carnefice (Biagini et al., 2010).

L’origine del nome di tale patologia risale alla rapina presso la Sveriges Kreditbanken di Stoccolma, avvenuta nel 1973. I rapinatori erano due galeotti evasi dal carcere, che si barricarono con quattro ostaggi nei sotterranei della banca. Al contrario di quanto ci si possa aspettare, in quell’occasione le vittime temevano più la polizia dei sequestratori. E, addirittura, dopo il rilascio, gli ostaggi si erano così affezionati a loro tanto da difenderli anche a seguire, durante il processo. Il termine fu coniato a seguito di quell’occasione dal criminologo e psicologo Nils Bejerot, che aiutò la polizia con la negoziazione durante la rapina, e dall’agente FBI Conrad Hassel.

Lo psicologo nei giorni successivi tenne alcune sedute con le vittime, e alcuni racconti lo colpirono molto. Gli ostaggi manifestavano infatti un senso positivo verso i propri sequestratori, che vennero visti come coloro che gli avevano ridato la vita e si sentivano in debito nei loro confronti. Da qui deriva il nome che oggi porta questa patologia.

Il rapporto vittima-carnefice nella Sindrome di Stoccolma

I casi di letteratura scientifica che parlano di tale sindrome, ad oggi, sono pochi (Julich, 2005; Cantor e Price, 2007; Namnyak et al., 2008).

Inoltre, questa non è inserita in nessun sistema internazionale di classificazione psichiatrica e, quindi, non esistono criteri universali veri e propri per classificarla.

Ci sono però dei segnali che ci permettono di identificare la condizione Sindrome di Stoccolma. Come già accennato, vi sono sentimenti di amore e amicizia per l’aggressore da parte della vittima, che ripone anche fiducia verso lo stesso. Inoltre, la vittima prova paura per le figure autoritarie (come la polizia); prova sentimenti di colpa per l’aggressore quando viene arrestato e, infatti, arriva a mentire per proteggerlo. Infine, non riconosce di avere una patologia e non vuole farsi aiutare.

Questo tipo di reazione sembra essere una risposta emotiva automatica ed inconscia al trauma, che può colpire soggetti di ogni sesso, età e senza distinzione socioculturale.

Messaggio pubblicitario  La condizione patologica si può verificare in particolari situazioni di stress: quando vi è una grave e forte minaccia per la propria vita; in un contesto che comporta terrore e si percepisce anche un minimo sentore di gentilezza da parte dei sequestratori; in situazioni in cui non vi sono prospettive di salvezza se non grazie al proprio aguzzino e, infine, quando vi è impossibilità di fuga (Graham et al., 1995).

Le fasi della Sindrome di Stoccolma

Generalmente tale sindrome si articola in 3 fasi. Come abbiamo già accennato in precedenza, in un primo momento si presentano sentimenti positivi per l’aggressore, circa tre giorni dopo l’inizio del rapimento/sequestro; in seguito, si presentano i sentimenti negativi verso le autorità; infine, si costituisce una reciprocità di sentimenti positivi tra vittima e carnefice (Strentz e Ochberg, 1988).

Sebbene questo legame affettivo vittima-aggressore potrebbe sembrare un fenomeno misterioso, può essere spiegato facilmente. Infatti, in situazioni di forte stress, gli individui sono predisposti ad instaurare rapporti con altri soggetti per combattere le aggressioni esterne. Quindi, il sequestratore che non maltrattata in nessun modo la sua vittima, ma anzi la comprende ed assiste, diventa un alleato per combattere l’evento stressante.

Anche nel senso opposto, cioè dal punto di vista dell’aggressore, avviene lo stesso. Unica condizione imprescindibile è che lo stesso non abbia una personalità di tipo antisociale, ossia un quadro patologico che il DSM-5 (APA, 2013) definisce come insieme di inosservanza e violazione dei diritti altrui, che di norma si manifesta durante l’adolescenza o nella prima infanzia e continua durante l’età adulta. Diversamente, un sequestratore con un disturbo antisociale della personalità, non ha interesse nella vittima e non prova nessun senso di colpa. Anzi, è pronto ad abusare e perfino uccidere i propri prigionieri se ciò è nei suoi interessi.

In conclusione, la Sindrome di Stoccolma è una condizione psicopatologica possibile, anche se molto rara. Non esiste un piano terapeutico specifico per chi ne soffre, infatti, è il tempo a ristabilire la normalità psichica della vittima.

 

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association, APA (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), Fifth edition, Arlington, VA: American Psychiatric Publishing. Traduzione italiana, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quinta edizione (2014). Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Biagini, V., Zenobi, S., Vargas, M., & Marasco, M., (2010). La sindrome di Stoccolma: fenomeno mediatico o patologia psichiatrica? Rassegna Italiana di Criminologia, 2, 379-388.
  • Cantor, C., & Price, J., (2007). Traumatic entrapment, appeasement and complex post-traumatic stress disorder: Evolutionary perspectives of hostage reactions, domestic abuse and the Stockholm Syndrome. The Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 41(5), 377-384.
  • Graham, D.L., Rawlings, E.I., & Ihms, K., (1995). A scale for identifying “Stockholm syndrome” reactions in young dating women: Factor structure, reliability and validity. Violence and Victims, 10(1), 3-22.
  • Julich, S., (2005). Stockholm syndrome and child sexaul abuse. Journal of Child Sexual Abuse, 14(3), 107-129.
  • Namnyak, M., Tufton, N., Szekely, R., Toal, M., Worboys, S., & Sampson, E.L., (2008). “Stockholm syndrome”: Psychiatric diagnosis or urban myth? Acta Psychiatrica Scandinavica, 117(1), 4-11.
  • Strenzt, T., & Ochberg, E.M., (1988). La syndrome di Stoccolma. In F. Ferracuti, F. Bruno, M.C. Giannini, M. Ferracuti Garutti (Eds), Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense. Milano: Giuffrè Editore.
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