Follia e ragione: la psichiatria e la psicoterapia di fronte alla guerra

Psichiatri e psicoanalisti sembrano scoprire un nuovo ruolo nella società contemporanea: mostrare alle masse le ragioni sottostanti la guerra

ID Articolo: 191745 - Pubblicato il: 28 marzo 2022
Follia e ragione: la psichiatria e la psicoterapia di fronte alla guerra
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Il modello della psicosi ha ora grande successo sui media occidentali, sorprendentemente, è l’interpretazione del conflitto russo-ucraino più popolare.

 

Messaggio pubblicitario Il compito del medico vaccinatore è piuttosto frustrante: una rapida raccolta anamnestica e poi, con rare eccezioni, l’inevitabile giudizio di idoneità. Per salvarsi dalla noia di questi compiti ripetitivi l’unica risorsa è cercare occasioni di genuino incontro umano, scambiare qualche parola con uno studente di lingue orientali, con una donna che ha vissuto la seconda guerra mondiale, coi tanti stranieri.

Una domenica pomeriggio visito una attempata badante ucraina e le faccio qualche domanda sul suo paese d’origine. Siamo nel 2021 e, per quello che sappiamo dai media di regime, tra Ucraina e Russia c’è ancora una certa tensione. La signora è infastidita dalle mie domande e si allontana mormorando: “È Putin, è tutta colpa sua, è pazzo!”.

È passato quasi un anno da allora. In Ucraina la cronica guerriglia ha lasciato il passo ad un conflitto su larga scala.

Il modello della psicosi ha ora grande successo sui media occidentali. Sorprendentemente, è l’interpretazione del conflitto russo-ucraino più popolare. Commentatori televisivi, sociologi, psicologi, così come il grande pubblico, mostrano scarso interesse per la geopolitica, gli interessi finanziari o i conflitti etnici. Si moltiplicano invece le interviste a psichiatri e psicoanalisti.

Il Corriere della Sera titola ad esempio “Putin paranoico come Stalin?” Su l’Esquire leggiamo invece “Is Putin crazy?”. Poco importa che gli eminenti studiosi intervistati siano piuttosto riluttanti a formulare diagnosi precise. Ad esempio Kenneth Deleva, ufficiale medico psichiatra del Dipartimento di Stato, sconsiglia di “utilizzare etichette e termini psichiatrici” e parla invece di un imprecisato disturbo di personalità. Nemmeno lo psicoanalista italiano Massimo Ammaniti esprime diagnosi precise, ma avvicina la condizione di Putin alla “paranoia di Stalin” e spiega le strategie politico-militari del leader russo con il suo passato di “ragazzo di strada” avvezzo “alle lotte quotidiane per sopravvivere” in una “cultura antisociale e spietata”.

Così, nel XXI secolo, mentre la psichiatria territoriale si dissolve progressivamente e la psicoanalisi è spinta sempre più ai margini del dibattito scientifico e culturale, psichiatri e psicoanalisti sembrano scoprire un nuovo ruolo nella società contemporanea. Gli viene chiesto di riconoscere e mostrare alle masse l’implicita malizia del nemico.

In un precedente contributo su questo webjournal abbiamo commentato l’arruolamento di tanti intellettuali e psicoanalisti italiani e stranieri nella demonizzazione dei renitenti alla vaccinazione anti-COVID. Chi dissente è pazzo, o almeno utilizza difese primitive e psicotiche.

In effetti la psichiatria svolge da secoli un ruolo di controllo sociale. Il precedente più clamoroso ci viene proprio dalla Russia. Lì ai tempi del regime sovietico migliaia di dissidenti venivano rinchiusi per anni nelle strutture psichiatriche. Ma il fenomeno è molto più antico ed è in qualche modo implicito nell’epistemologia sottesa al fare psichiatrico.

Messaggio pubblicitario Nel positivismo ottocentesco e nel più pragmatico materialismo del dopoguerra, la diagnosi psichiatrica è un dato ontologico. In questa prospettiva, come osserva Engel (1977), la follia è una malattia non diversa dal diabete. In assenza di qualsiasi dato anatomopatologico la nosografia psichiatrica assume così le forme di una mitologia fantastica: un sistema di risposte immaginarie a questi senza possibile formulazione empirica.

Michel Foucault ci ha insegnato negli anni ‘60 che la follia è il prodotto di un giudizio, un giudizio prima di tutto morale. La sragione si definisce in relazione alla ragione. Sragione è tutto quanto appare assurdo nel comportamento dei nostri simili.

Nella dialettica filosofica la ragione possiede lo status di un fatto acquisito, uno stile conoscitivo di evidenza immediata e accessibile a tutti. Per i filosofi la ragione è una località ben nota sulla complessa carta geografica del pensiero umano.

La psicoanalisi conduce l’atteggiamento critico rispetto alla realtà umana un po’ più oltre. È ben consapevole che l’uomo sa dare nobili motivazioni alle scelte più spietatamente egoistiche. Sa mentire agli altri ma soprattutto a se stesso. In questo senso l’implicita fiducia nella ragione di tanta intellighenzia novecentesca non è che un esempio evidente dell’utilizzo del meccanismo di difesa della razionalizzazione.

La ragione è in definitiva un gioco sociale. È la abilità di nascondere il proprio egoismo nelle forme compatibili con l’ideologia che una determinata società supporta ed incoraggia. Come Foucault ci ha insegnato, la follia è dunque la creazione sociale. La psicoanalisi ci permette oggi di essere anche più precisi: la follia è la rappresentazione sociale di una relazione oggettuale.

Molte esperienze interpersonali possono suscitare disagio, rabbia o orrore. Una ragazza che piange e urla tutto il giorno mette certo alla prova la tolleranza di familiari e curanti. L’invadenza di molti pazienti psichiatrici può suscitare talvolta rabbia e disperazione. Il sadismo autoaggressivo del depresso sa produrre un odio particolarmente intenso.

Oggi parliamo tutti di empatia. Ma è chiaro che ogni approccio superficialmente filantropico e volontaristico alla salute mentale è destinato al completo fallimento.

La malattia mentale nasce proprio a livello di questa interfaccia tra il soggetto sofferente e disperato ed il suo interlocutore clinico e sociale. La diagnosi psichiatrica al fondo è un giudizio di valore, è il rifiuto di proseguire oltre qualsiasi sforzo di identificazione.

Su questa base non sarà possibile costruire una pratica psichiatrica autenticamente democratica. Gli utenti dei servizi di salute mentale presentano vari deficit delle funzioni cognitive, affettive, volitive. Nelle psicosi questi deficit sono particolarmente marcati. Ne consegue una disabilità a volte devastante. Ma nessuna disabilità, per quanto grave, può privare un paziente della sua fondamentale qualità umana. Il riconoscimento di questa fondamentale umanità è la condizione perché qualsiasi intervento psichiatrico o psicoterapeutico possa avere possibilità di successo.

Cittadini russi, sanitari no-vax, matti: queste etichette feroci non lasciano alcuno spazio al superamento delle divisioni sociali e sono un gravissimo ostacolo al processo di pace di cui abbiamo oggi un disperato bisogno.

 

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Bibliografia

  • Foucault M. (1961) Folie et déraison: Histoire de la folie à l’âge classique. Plon, Paris
  • Engel GL (1977) The need of a new medical model: a challenge for biomedicine. Science, 196, pp. 129-136.
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