Le prigioni esistenziali in ‘America Latina’ (2022) – Recensione del film

America Latina è un film tagliente e crudo in cui protagonista, un giorno come un altro, scende in cantina e vi trova una ragazza legata e imbavagliata

ID Articolo: 191045 - Pubblicato il: 24 febbraio 2022
Le prigioni esistenziali in ‘America Latina’ (2022) – Recensione del film
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Nella recensione a seguire si proporrà una rilettura psicologica del film America Latina, proponendo al lettore alcuni intrecci con la letteratura di stampo esistenzialista.

 

Attenzione! L’articolo può contenere spoiler

Introduzione

Messaggio pubblicitario America Latina è un film tagliente, crudo, con un color grading dalle tinte oniriche e febbrili.

Alcune scene paiono quasi accostarlo a un tipico B-movie, sia anche per l’intento abbastanza esplicito di disturbare l’attenzione dell’osservatore – che ne risulta, in maniera magistrale, puntualmente sospesa.

Le colonne sonore, firmate dal trio bergamasco dei Verdena, aggiungono ulteriore acidità corrosiva e spessore emotivo al susseguirsi di scene horror e, solo secondariamente, dai toni di thriller psicologico.

I dialoghi stringati, l’ambientazione spazio-temporale volutamente vaga e poco esplorata, sono tutti elementi atti a descrivere il reale set della narrazione: le coordinate interiori del protagonista che, al tempo stesso, è anche antagonista. In effetti, l’intero film si innesta proprio lungo questa ambivalente tensione che, l’attore stesso, riesce bene ad incarnare e performare nel corso della pellicola.

La trama è nota:

Massimo è un dentista di Latina benestante, felicemente sposato e con due figlie. Un giorno come un altro, scende in cantina per una faccenda domestica e vi trova una ragazza legata e imbavagliata che chiede aiuto (Wikipedia).

Kafka in America Latina

Personalmente ho trovato l’attore condannato a vivere, in maniera ossessiva e perentoria, un dramma Kafkiano, più precisamente, è tutto lo schema narrativo che assume caratteristiche del tutto sovrapponibili alla trama del Processo. (Kafka, 2004). Difatti, entrambi esordiscono in medias res, focalizzandosi su di un personaggio – forse innocente o forse no – che diviene vittima di un ingranaggio che lo incastra e lo condanna ad uno sterile eterno ritorno.

Quanto detto, ricorda anche lo schema della Metamorfosi di Kafka (2004), nel cui racconto il protagonista si risveglia d’un tratto – senza particolari premesse logiche degne di nota – nei panni di uno scarafaggio.

Ulteriore aspetto in comune con le opere di Kafka, rimarcato nel film in questione, pare essere il costante vissuto d’angoscia che l’attore intrattiene con la quotidianità.

Molti sono i primissimi piani dal taglio claustrofobico, i colori desaturati e le sequenze, in cui il respiro affannoso del dentista di Latina prevale su tutto il resto, espandendosi nel corpo dello spettatore, ennesimo partecipe innocente di tanta oppressione (Beebe & Lachman, 2013).

Dostoevskij in America Latina

Il rapporto stesso, che l’attore intrattiene con l’autorità paterna, è sorretto da una serie di schemi ricorrenti e disfunzionali, connotati da forti tratti di impotenza. Tali schemi, lo porteranno a un continuo processo di (auto)sabotaggio implicito, tali da richiamare, alla mente di chi scrive, temi tipici del celebre Delitto e Castigo (Dostoevskij, 2014).

Messaggio pubblicitario Anche qui, come accadeva a Raskolnikov nel romanzo di cui sopra, i dubbi ossessivi di carattere morale paiono far desistere l’attore dagli atti definitivi che, solo un attimo prima, s’era posto di portare a termine con una certa convinzione. Questo tema – quello della redenzione – pare emergere in maniera pregnante proprio nell’epilogo del film che, come un progressivo colpo di scena, andrà chiarendosi, sin dai primi secondi della storia, agli occhi degli spettatori.

Questo profondo senso di colpa implicito che il dentista rimuove, dissocia e proietta fuori da sé – in maniera allucinatoria – pare, a volte, prender forma nei compulsivi lavaggi delle mani – frammenti intrusivi della sua quotidiana deformazione professionale; la stessa, talvolta, che lo porterà ad intrattenere un rapporto – addirittura di cura – con la vittima segregata e legata nel suo scantinato e a cui riserverà le proprie attenzioni morbose e confuse (Farina & Liotti, 2018; Bromberg, 2014).

Si potrebbe pensare che la scelta scenografica di relegare la vittima nelle Memorie del sottosuolo (Dostoevskij, 2021; Jung, 1991) – ossia, collocandola in cantina – sia frutto di una precisa scelta dei fratelli d’Innocenzo: quella di rappresentare gli aspetti profondamente dissociati della casa interiore del protagonista; lo stesso che, quando volta le spalle alla porta del seminterrato, è ben attento a chiuderla a chiave con quattro mandate. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

In compenso, la vita del dentista risulta costellata da una fantasmatica famiglia, persino spensierata e dalle vesti bianche lucenti, apparentemente pulite da ogni forma di pericolo e bruttura.

Per altro, forse è proprio il disperato tentativo del protagonista di mantenere coesa la propria integrità morale – gran lunga aldilà dell’esame di realtà – a terrificare in maniera spettrale lo spettatore, del tutto immerso in questo teatro splittato (Verdesca, 2018a; 2020a;2020b) .

Niente è come sembra: prigioniero di sé stesso

Mi preme concludere che, a pellicola conclusa, una domanda sorgerà forse lecita: chi era il vero prigioniero della storia?

In questo punto cieco, in questo drammatico fraintendimento, si nasconde quell’ordinaria follia, discretamente dipinta – nei tratti più introspettivi – dai fratelli d’Innocenzo.

Conclusione

Se qualcuno dovesse domandarsi se tale film descriva accuratamente i disturbi dissociativi di identità (Morrison, 2014) la risposta, a parer di chi scrive è un no. Secco.

Piuttosto, esso tratteggia le prigioni esistenziali delle terre di nessuno ad essi connesse, dove l’isolamento sociale amplifica ed affila i lati cruenti di cui l’uomo può divenir vittima.

Un film, dunque, che parla di memorie in frammenti, di narrazioni vitali ridotte in cocci – ben in vista nella locandina ufficiale del film – che tentano d’esser tenuti, invano, uniti… restituendo un puzzle rattrappito e confuso che tanto racconta dell’incommensurabile solitudine interiore.

 

AMERICA LATINA – Guarda il trailer del film:

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Bibliografia

  • Beebe, B., & Lachmann, F. M. (2013). Infant research and adult treatment: Co-constructing interactions. Routledge.
  • Bromberg, P. M. (2014). Standing in the spaces: Essays on clinical process trauma and dissociation. Routledge.
  • Craparo, G. (2006). Una breve riflessione sulla dissociazione. Una breve riflessione sulla dissociazione, 1000-1008.
  • Dostoevskij, F. (2014). Delitto e castigo. Baldini & Castoldi.
  • Dostoevskij, F. (2021). Memorie dal sottosuolo. Neri Pozza Editore.
  • Farina, B., & Liotti, G. (2018). Dimensione dissociativa e trauma dello sviluppo. Dimensione dissociativa e trauma dello sviluppo, 183-195.
  • Freud, S. (2010). Ossessioni, fobie e paranoia (Vol. 59). Newton Compton editori.
  • Jung, C. G., Freeman, J., von Franz, M. L., von Franz, M. L., & von Franz, M. L. (1991). L’uomo ei suoi simboli. Tea.
  • Kafka, F. (2004). La metamorfosi e altri racconti (Vol. 77). Edizioni Mondadori.
  • Kafka, F. (2015). Der process. Aegitas.
  • Lavagetto, A. (2021). Franz Kafka, Il processo. Edizione di studio. Introduzione, traduzione e commento di -Andreina Lavagetto.
  • Liotti, G. (Ed.). (1993). La discontinuità della coscienza. Etiologia, diagnosi e psicoterapia dei disturbi dissociativi. FrancoAngeli.
  • McWilliams, N. (2002). Il caso clinico. Dal colloquio alla diagnosi.
  • Morrison, J. (2014). DSM-5 made easy. New York: Guilford Press.[Google Scholar].
  • Verdesca, M. (2018a). A partire dai contributi di Imbasciati: alcune considerazioni sulla psicoterapia come progressivo apprendimento in PsicoPuglia n.22, Notiziario dell’Ordine degli Psicologi della Puglia. Disponibile qui.
  • Verdesca, M. (2018b). Teoria dei sistemi dinamici un framework metateorico per la psicoterapia? (p.272) in PsicoPuglia. n.22, Notiziario dell’Ordine degli Psicologi della Puglia. Disponibile qui.
  • Verdesca, M. (2018c). Le Forme vitali (2011) di Daniel Stern. State of Mind.
  • Verdesca M. (2020a) Il mondo evaporato e l’isolamento sociale nel Covid-19. Una riflessione empatico-esperienziale ispirata a Dissipatio H.G. State of Mind.
  • Verdesca M. (2020b), Anatomia del trauma: cenni teorico-applicativi integrati, PsicoPuglia n.25, Notiziario dell’Ordine degli Psicologi della Puglia. Disponibile qui.

Sitografia:

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