EFT-NOVEMBRE-2022

Il moderno concetto di stress necessita di concettualizzare ed operazionalizzare anche lo stress positivo

Solo esaminando sia le componenti oggettive che soggettive dello stress è possibile spiegare l'eterogeneità tra gli individui o in momenti diversi

ID Articolo: 189991 - Pubblicato il: 10 gennaio 2022
Il moderno concetto di stress necessita di concettualizzare ed operazionalizzare anche lo stress positivo
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La letteratura scientifica attualmente disponibile fa emergere l’esigenza di una migliore definizione concettuale ed operativa del cosiddetto eustress (stress positivo).

 

Messaggio pubblicitario MASTER DSA Se l’aspetto negativo dello stress (il cosiddetto distress) è un fenomeno ben studiato ed al quale corrisponde, nell’attuale paradigma, una enunciazione operativa apparentemente ben definita sia a livello biologico molecolare che psicologico, lo stesso non si può dire del suo opposto ossia dell’eustress.

Questo significa che l’attuale paradigma dello stress necessita di progredire ulteriormente per aumentare la sua capacità esplicativa soprattutto nei confronti dei fenomeni legati agli aspetti benefici e che promuovono la salute ed il benessere in particolare di quello umano.

L’esigenza di cambiare il paradigma generalmente accettato dello stress nasce anche dalla consapevolezza che, anche attualmente, non disponendo di un modello operativo che distingue lo stress positivo da quello negativo vi è una inevitabilmente ricaduta nelle pratiche poco efficaci se non controproducenti attualmente adottate dalla popolazione se non dagli stessi operatori e professionisti del settore.

Stress, eustress e distress

Così come per la psicologia, con la concettualizzazione della Psicologia Positiva (Seligman & Csikszentmihalyi, 2000), vi è stata una rivoluzione concettuale che ha modificato, e continua a modificare, sia la cultura che le pratiche adottate anche dai professionisti del settore psicologico, in maniera analoga il concetto di stress (storicamente ancorato agli studi biologici comparativi animali) deve progredire inglobando lo studio scientifico degli aspetti che promuovono e rinforzano la salute ed il benessere umano.

La transizione concettuale del vecchio paradigma in quello più aggiornato, prevede che l’orientamento teorico non sia più focalizzato in maniera esclusiva sul modello patologico di salute umana, né sbilanciato in maniera preponderante sul piano strettamente biologico (per la sua eredità culturale derivante dal modello biomedico del Novecento), né polarizzato in modo prioritario sullo studio delle invarianti comuni con altre specie animali.

Le conseguenze, sia concettuali che operative, di questo nuovo, moderno e scientificamente aggiornato paradigma relativo allo stress, dove anche l’eustress trova una sua collocazione logica altrettanto importante quanto lo stress negativo, comporta molteplici conseguenze anche applicative che riguardano le strategie pratiche da adottare al fine di ridurre i danni dello stress negativo e promuovere quello positivo per incrementare il nostro benessere e la nostra salute psicofisica.

Come già riportato in un altro scritto (Agnoletti 2021), dalla letteratura scientifica attualmente disponibile emerge la necessità concettuale di considerare anche la dimensione del significato nella comprensione dello stress, pena la mancata distinzione, soprattutto nella specie umana, tra stress positivo e negativo.

Soprattutto per il benessere e la salute umana vi è infatti l’esigenza di distinguere dal punto di vista operativo lo stress negativo (distress) da quello positivo (eustress) e questo significa superare concettualmente l’attuale paradigma generalmente accettato (quello che chiamo “paradigma classico dello stress”) dove tale distinzione è esclusivamente di natura quantitativa.

Considerando l’attuale letteratura scientifica sia biomedica che psicologica, sono sempre più convinto che oltre alla dimensione quantitativa, occorra aggiungere anche la dimensione del significato informazionale per aspirare a comprendere la complessità che caratterizza le dinamiche dello stress, soprattutto nel contesto umano.

A mio modo di vedere, unicamente considerando anche la dimensione informazionale relativa al significato all’interno del fenomeno stress è possibile comprendere i risultati di alcune recenti e preziose ricerche scientifiche così come capire la dimensione soggettiva, che può cambiare nel tempo, relativa la differenza tra eustress e distress nella specie umana.

Solo esaminando contemporaneamente le componenti oggettive con quelle soggettive dello stress vi è la possibilità di spiegare la notevole eterogeneità riscontrabile sia tra gli individui (diversi soggetti possono reagire in maniera molto diversa se esposti allo stesso stimolo/agente stressante) che all’interno dell’arco temporale di uno stesso individuo (la medesima persona può reagire molto diversamente se esposta allo stesso stimolo/agente stressante in due momenti diversi della propria vita).

Suppongo che l’unico modo di comprendere le dinamiche dello stress e le loro conseguenze psicofisiologiche che impattano sulla salute umana sia possedere un corretto concetto di stress che permetta di distinguere anche dal punto di vista operativo il distress dall’eustress, cosa che l’attuale paradigma non offre se non in termini assolutamente approssimativi.

Il paradigma classico dello stress

Attualmente in genere la definizione di stress consiste in un complesso processo messo in atto dall’organismo per ristabilire o garantire un equilibrio statico o dinamico (tecnicamente detto “omeostatico” o “allostatico”) perturbato da qualche fattore esterno all’organismo stesso (Bottaccioli & Bottaccioli, 2017; Charmandari, Tsigos, & Chrousos, 2005; Lazarus & Folkman, 1984; McEwen, 2007; Sapolsky, 2006; Selye, 1976).

Pur riconoscendo i progressi avvenuti soprattutto negli ultimi decenni, in particolare nei dettagli biologici e molecolari, questa visione fa fatica a definire con chiarezza ed in maniera operativa la differenza tra eustress e distress applicata alla specie umana.

Uno dei pochi esempi dove l’attuale paradigma dello stress considera operativamente anche lo stress positivo, distinguendolo da quello negativo, è il grafico che rappresenta la cosiddetta “legge di Yerkes e Dodson”.

In questo contesto si mette in relazione il livello di arousal psicofisico dell’organismo in funzione del tempo; la curva che descrive questa interazione rappresenta una generica prestazione (che può essere ad esempio una performance sportiva).

Come viene generalmente descritto in questo grafico, la distinzione tra eustress e distress è convenzionalmente quantitativa nel senso che l’unica cosa che distingue lo stress positivo da quello negativo è il grado di attivazione psicofisica dell’organismo (se troppo poca o troppa allora lo stress è negativo, diversamente è positivo).

Questa visione meccanicistica prevede quindi che non sia necessario un coinvolgimento degli aspetti psicologici o sociali per capire se si tratta di eustress o distress, l’unico aspetto veramente importante è quello quantitativo legato alle variabili fisico-chimiche presenti (produzione di sostanze bioattive come, per esempio, il cortisolo e/o l’attivazione fisiologica di un’area cerebrale come, per esempio, l’amigdala).

Ritengo importante notare che in questo ambito il criterio vero e proprio per distinguere l’eustress dal distress è definito in relazione alla performance ed implicitamente il contesto psicologico, sociale o anche strettamente biologico inteso come fitness non hanno alcun ruolo né uno spazio logico.

Paradossalmente una performance potrebbe essere ottimale anche se vissuta emotivamente come molto negativa dalla persona che la sta attuando e con il risultato della performance che mette in pericolo di vita il soggetto stesso (pensiamo a chi pratica sport estremi ad esempio).

In altri termini se la differenza tra distress e eustress rimane puramente quantitativa, allora l’unico modo di distinguere i due domini rimane la durata e l’intensità della reazione psicofisiologica prodotta dall’organismo, ma questo è palesemente in contrasto con l’evidenza scientifica di tutti quegli studi che dimostrano che a parità di attivazione psicofisiologica (livelli di cortisolo, attivazione di aree cerebrali, etc.) lo stress può essere positivo in una persona e negativo per un’altra.

La seducente quanto semplicistica visione rappresentata dal paradigma dello stress classico si traduce operativamente in uno schema dove: se la reazione psicofisica dell’organismo è breve ma intensa (si parla infatti di reazione “acuta” dello stress) allora viene considerato come positivo (eustress) per il valore positivo in termini di sopravvivenza biologica (il cosiddetto meccanismo “attacco o fuga”), mentre se la reazione ha una dimensione quantitativa più prolungata nel tempo (chiamato infatti stress “cronico”), anche nel caso in cui sia meno intensa, è sempre e comunque negativa (distress) per il valore disadattivo in termini di salute.

Ribadisco che questa visione non prevede né necessita assolutamente del coinvolgimento dei domini psicologici né di quelli sociali-culturali per decretare cosa viene considerato eustress e distress.

Nel paradigma classico dello stress, la complessità umana ormai riconosciuta come entità inestricabile bio-psico-sociale viene completamente ridimensionata esclusivamente nel suo piano biologico dove le dimensioni emotive/psicologiche, ed ancor meno quelle socio culturali, non vengono minimamente prese in considerazione.

Un po’ come quando si cerca di rappresentare bidimensionalmente una sfera disegnando un cerchio, il paradigma classico dello stress coglie degli aspetti della realtà ma non nella loro complessità.

Messaggio pubblicitario In genere il paradigma dello stress normalmente inteso prevede, nella specie umana così come fondamentalmente tutti gli altri Vertebrati, l’attivazione psico-neuro-endocrina finalizzata a risolvere una situazione potenzialmente pericolosa per la sopravvivenza perché considerata all’interno della “categoria” potenzialmente perturbante l’omeostasi (o l’allostasi) dell’organismo stesso.

Dal fisiologo Walter Cannon che inizialmente definì lo stress nei termini di specifica reazione fisiologica dell’organismo di fronte ad una minaccia percepita (chiamata anche “fight or flight” response), agli autori molto più recenti quali Selye, Lazarus, McEwen, Chrousos, Sapolsky, che hanno effettivamente arricchito di dettagli lo stesso concetto di stress, la logica relativa la priorità conservativa biologica dello stress è sempre rimasta la stessa.

La soggettività all’interno della concezione dello stress

A mio avviso non c’è stato finora uno sforzo concettuale altrettanto importante per sintetizzarne il ruolo dello stress sia in contesti non omeostatici che all’interno della particolare complessità ed eterogeneità presente e caratterizzante la specie umana.

Questo probabilmente è uno dei motivi per cui è così difficile riuscire a definire lo stress, misurarlo (estrapolandone valori oggettivi) e valutarlo (positivo o negativo) nelle persone (Agnoletti, 2019; Agnoletti, 2020; Agnoletti & Formica, 2021a; Agnoletti, 2021b).

La lacuna concettuale oggetto del presente scritto nasce dal fatto che, almeno per quanto riguarda la specie umana, la definizione di stress non può prescindere dalle altre due teleonomie caratterizzanti le persone: la teleonomia psicologica relativa al significato attribuito all’evento stressante e quella socioculturale.

Se, all’interno dello studio dei comportamenti umani, non si considerano anche queste due teleonomie il potere esplicativo del concetto dello stress rimarrà unicamente limitato ai contesti dove vi è un vantaggio biologico/evoluzionistico.

Comprendere comportamenti tipicamente umani caratterizzati dalla rilevanza psico-sociale (per esempio dove i fattori psicologici come il Flow o dinamiche psicosociali come la scelta di praticare la castità di un prete non possono essere ascrivibili ad una teleonomia biologica) o dove la valenza dello stress è palesemente positiva, quindi dove siamo in presenza di eustress che migliora la nostra salute ed il nostro benessere, saranno virtualmente impossibili da interpretare nel contesto del paradigma classico dello stress perché non vi è uno spazio logico ad esse dedicate.

Anche alcuni importanti e solidi risultati scientifici non troveranno posto all’interno del classico paradigma dello stress perché tali risultati possono essere compresi solo considerando anche le teleonomie psicologiche e sociali oltre che quelle squisitamente biologiche.

Mi riferisco qui ad esempio a quanto è stato già dimostrato riguardo all’influenza del concetto medesimo di stress e di mindset (approccio mentale) sulla nostra fisiologia determinando sia la nostra longevità che la probabilità di sviluppare problematiche di varia natura (Crum, Salovey, & Achor, 2013; Epel et al. 2004; Jamieson, Nock, & Mendes, 2012; Keller et al., 2012).

Probabilmente uno degli studi più emblematici a questo riguardo è la ricerca di Keller e colleghi (Keller et al., 2012) condotta in otto anni su quasi trentamila persone dove si è visto che gli alti livelli quantitativi di stress (in termini di misurazioni biometriche) aumentano il rischio di morte del 43% unicamente in coloro che dichiaravano di possedere un concetto di stress esclusivamente negativo.

Sottolineo il risultato della ricerca che ha dimostrato che alti livelli quantitativi di stress rilevato misurando parametri biometrici erano associati ad un rischio di morte pari al 43% solo ed esclusivamente quando la valenza cognitiva/emotiva dello stress era unicamente negativa ed associata, come significato, al danneggiamento della salute ed il benessere.

Le persone che avevano riportato ugualmente elevati livelli di stress (quindi che dal punto di vista quantitativo erano identici al gruppo di persone precedentemente citate), ma che psicologicamente non consideravano lo stress unicamente come fattore dannoso, non avevano probabilità maggiori di morire, anzi, la loro condizione si associava ad un rischio di morte più basso rispetto qualunque altro individuo coinvolto nell’indagine, persino più basso rispetto coloro che avevano parametri quantitativi di stress molto meno intensi ma abbracciavano un concetto di stress esclusivamente negativo.

Chiaramente questi risultati sono paradossali se analizzati alla luce del modello classico di stress perché, essendo focalizzato nell’identificare ed enfatizzare solo i fattori quantitativi relativi l’attività fisiologica ed i fattori comuni a molte altre specie animali, non riesce a cogliere la ricchezza e l’eterogeneità umana.

Se ad esempio una persona si impegna per raggiungere la laurea, affronterà un lungo periodo stressante che richiederà tempo, energia ed una forte capacità di concentrare la propria attenzione focalizzandola su di uno scopo intenzionalmente definito, ma un aspetto fondamentale per capire come si tradurrà questo stress, se in senso negativo o positivo, è comprendere anche la sua teleonomia psicosociale ovvero, in questo caso, se sta perseguendo l’obiettivo della laurea (rispettivamente) per non deludere le aspettative dei genitori o se è una scelta nata da una propria motivazione intrinseca.

Come l’insieme della configurazione grafica necessaria per comporre la parola “APE” non ne determina il significato (infatti la stessa configurazione grafica è associata al significato di “grandi scimmie antropomorfe” nel caso della lingua inglese ed invece a quella di “insetti sociali” in quella italiana), similmente la descrizione dello stress solo in termini quantitativi non ne coglie la complessità né la sua valenza positiva o negativa (tranne che nel contesto ristretto della teleonomia squisitamente biologica).

Come nello studio della semiotica è solo l’effetto interattivo determinato dall’intreccio di segni e significati, componenti oggettive e soggettive e convenzionali a far emergere le caratteristiche linguistiche, similmente solo un concetto di stress che include l’interazione tra gli aspetti quantitativi e qualitativi, oggettivi e soggettivi può ambire a gettare luce sulla natura umana.

Questa sfida scientifica è un qualcosa di molto più complesso rispetto ciò che si è finora pensato relativamente lo stress ma rappresenta la direzione corretta per continuare a migliorare la comprensione di ciò che ci danneggia da ciò che invece promuove il nostro benessere psicofisico con tutte le implicazioni pratiche che essa comporta.

 

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