Esiste il rapporto sessuale? (2021) di Massimo Recalcati – Recensione

Nel titolo del testo 'Esiste il rapporto sessuale?' Recalcati riprende uno dei più celebri aforismi di Lacan: il rapporto sessuale non esiste

ID Articolo: 189500 - Pubblicato il: 01 dicembre 2021
Esiste il rapporto sessuale? (2021) di Massimo Recalcati – Recensione
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L’esperienza di limite che Recalcati sottolinea nel suo nuovo libro Esiste il rapporto sessuale?, parte dall’impatto del corpo con l’azione del linguaggio, che rivela come di fondo non esista un’“essenza del sesso” data a priori come dato della natura.

 

Messaggio pubblicitario Recalcati, nel suo ultimo scritto, racconta il tema della sessualità umana, anche attraverso la presentazione di parecchi esempi clinici, in quanto incastro complesso non solo di soggetti ma anche di fantasmi, dimensione peraltro fondante di ogni incontro che veda emergere la vita erotica, in quanto labirintica e intimamente ingovernabile.

Uno degli aspetti centrali proposti da Recalcati, risulta una sessualità che sfugge ad uno “schematismo istintuale”, ad una naturalizzazione, le quali vengono rappresentate pienamente dall’accoppiamento nel mondo animale, portatore di un ordine prestabilito e di una legge naturale. La realtà del godimento, che vada oltre la superficie è sempre ricca di “scarti”, “eccessi”, “spinte”, che disturbano la vita “universalmente regolata dei piccioni” come afferma Recalcati, citando un passo di Woody Allen. I piccioni sono saldi nel moto istintuale che li dirige, dove una sorta di pilota automatico li dirige verso il loro unico e indissolubile partner. “Ma noi non siamo piccioni”, scrive Allen, perché la fedeltà è dettata dall’istinto e non dal desiderio”. Una sessualità abortita, espressione spesso utilizzata da Yalom (1980), dove l’aspetto del controllo risulta predominante, dove prevale l’identificazione coatta in un ruolo, preserva apparentemente la sicurezza e il proprio senso di sé, rispetto ad un’alterità dell’altro che non può essere dominata e che in quanto tale, contiene un abisso angosciante, ma soprattutto rispetto al contatto con “la propria alterità”, con il proprio “straniero” come scrive Recalcati. Lacan scrive che il corpo umano è “il luogo dell’altro” e che in quanto tale non può essere soltanto il risultato dell’anatomia, ma anche del linguaggio, del taglio simbolico e del carattere singolare della sessuazione. Pertanto tutto il processo di integrazione psicosomatica del reale nel simbolico, porta ad una dimensione di perdita, di vuoto, di “sacrificio simbolico” come afferma Recalcati. La vita non coincide con se stessa, il nostro mondo interno non corrisponde all’esterno, ma a detta di Winnicott (1971), si forma uno “spazio psichico”, ci muoviamo attraverso stati della mente. Sempre a detta di Winnicott, la creazione di spazio psichico, quale sano equilibrio tra le forze del vero sé della persona e il mondo reale, consente di coltivare un senso di continuità nell’esperienza e quindi di sperimentare un’ampia gamma di stati emotivi e mentali in relazione a se stessi e all’altro. L’esperienza di limite che Recalcati sottolinea, parte dall’impatto del corpo con l’azione del linguaggio, che rivela come di fondo non esista un’“essenza del sesso” data a priori come dato della natura. Il linguaggio pertanto compie un’azione paradossale, limitando il godimento, ma al tempo stesso, lo accende, lo stacca dall’istinto, lo perverte. Da una posizione autocentrata, prevalentemente autoerotica, in cui il giro della pulsione si chiude su se stesso, che rappresenta il tempo dell’infanzia, nel tempo della pubertà l’autoerotismo non scompare, ma porta con sé la possibilità inedita di incontrare il corpo sessuale dell’”Altro”.  “Altro” che viene indicato da Recalcati con la lettera maiuscola, proprio per prendere contatto con il nostro Altro interno, “sconosciuto”. La maturazione della vita sessuale, afferma Recalcati, non coincide con la separazione dalla sessualità infantile, periodo in cui la dimensione autoerotica pregenitale consente la formazione dei fantasmi inconsci del soggetto (di oggetti parziali, citando la Klein), necessari alla strutturazione del desiderio sessuale, ma con una rinuncia ad essere un oggetto che colmi la mancanza dell’Altro. In altre parole, si tratta di un percorso di lutto simbolico, in cui il soggetto accetta di non esaurire il mondo dei loro genitori e di altri significativi durante il percorso di vita, né di essere ciò che dia senso a quel mondo. Comporta il lasciare andare il mito che ci sia qualcuno di grande che ci protegga, a cui delegare la responsabilità sulla nostra vita, che ci salvi: un salvatore ultimo, a detta di Yalom. Si tratta di un passaggio importantissimo da un punto di vista esistenziale, in cui il soggetto accoglie la propria “perdita d’essere”, il proprio “esisto soltanto se”. A tal proposito, Recalcati scrive: “Il soggetto si separa dall’altro, tanto quanto l’altro si separa dal soggetto”. Una mancata separazione, può arrivare ad imporre in maniera coatta condizioni soggettive per accedere al godimento. È il caso di una paziente di Recalcati, che aveva vissuto con una coppia di genitori troppo occupati con il loro lavoro per dedicarsi alle sue cure. Motivo per cui, passava la maggior parte del tempo sola, travolta da un’intensissima angoscia e, durante le giornate, scopre il piacere di strofinarsi i genitali sul divano di casa. Recalcati scrive: “Il piacere autoerotico compensa la frustrazione alla sua domanda d’amore”. Durante il suo sviluppo, per non sottoporsi al rischio di “innamorarsi” e quindi di trovarsi in una condizione di vulnerabilità rispetto alla perdita intollerabile per lei, stacca la sessualità dal rapporto. Questa diventa la sola modalità per accedere al godimento sessuale, che ripete nei rapporti sessuali con uomini che non deve amare. Tenta quindi di annullare l’angoscia della mancanza e della dipendenza dal partner, attraverso una sorta di coazione solitaria a godere.

Messaggio pubblicitario Focalizzandosi sul titolo del testo, Recalcati riprende uno dei più celebri aforismi di Lacan: “Il rapporto sessuale non esiste”. Quello che Lacan intende dire, scrive Recalcati, è che non esista alcuna possibilità di rapportare i due godimenti in gioco in ogni rapporto sessuale. Nel mentre stesso del rapporto, ciascuno dei due amanti è costretto a sperimentare l’impossibilità di uscire da sé stesso. Alla base vi è un’eterogeneità tra la pulsione che determina il godimento sessuale e il desiderio che sostiene la domanda d’amore. Il desiderio si nutre del segno del desiderio dell’altro e in questo rivela la sua natura dialettica, mentre la pulsione si caratterizza per un movimento chiuso su sé stesso. Il movimento pulsionale, in questo senso rimane sempre autoerotico, quindi la relazione tra i corpi sarà sempre mediata da un “non rapporto fondamentale”, dall’impossibilità della condivisione senza scarti dell’Uno con l’Altro, del “particolare”. Recalcati, continuando sulla scia di Lacan, afferma che se il corpo sessuale per un verso sia autoerotico, per un altro verso risulta sempre esposto al rapporto dal momento che la sua stessa esistenza si dissolve nel rapporto. Ogni vita deriva necessariamente dal rapporto, ed è la relazione nella sua autenticità che permette di “dare vita a qualcosa” in se stessi e nell’altro. Il desiderio quindi è carico di quell’ingovernabile di cui accennato all’inizio, proprio perché se da un lato risulta inaggirabile, ovvero non si può non essere in un rapporto, dall’altro contiene un’altra impossibilità, ovvero quella di fare esistere il rapporto. L’altro è sempre impenetrabile, sgusciante, intrattabile. Nel mito biblico, per il desiderio non c’è mai la possibilità di ricostituire un intero che non è mai esistito. All’origine, non c’è l’uno indiviso, ma una differenza. Il desiderio erotico, pertanto, non mira a ricomporre la scissione tra i due, ma è causato da un oggetto perduto che viene rintracciato nell’altro. La voce, i seni, le mani, tutta una serie di oggetti piccoli che incarnano la costola di Adamo, sono espressioni di un’alterità che non si lascia riassorbire nell’uno. L’oggetto quindi resta perduto per sempre, non c’è nessuna riappropriazione, dislocato nel corpo dell’altro e quindi per entrare in rapporto con esso, il soggetto è tenuto a spendersi con l’Altro. C’è quindi sempre la mediazione della soggettività dell’altro, quello che secondo Winnicott (1971), permette la formazione di aree intermedie di esperienza. Spendersi con l’altro, incontrare l’altro, implica entrare in uno spazio dove l’ego arretra, e in questo senso Recalcati accenna all’importanza dell’abbandonarsi al buio, lasciare che il corpo erotico si apra ad un godimento non più circoscritto alla visione, che può diventare vigilanza scopica. Buio inteso quindi come abbandono del controllo e di modalità rigide e ripetitive di stare con se stessi e con l’altro. Buio che consente al corpo di accogliere una gioia affermativa, quale segnale di una convergenza tra amore e godimento sessuale. La dimensione dell’ingovernabile del godimento trova la sua massima espressione nel femminile, da non associare soltanto al sesso anatomico. Questo godimento, secondo Recalcati, sottratto alla centralità del fallo, si diffonde il tutto il corpo, essendo pertanto plurale, decentrato, nomadico. Il femminile si dispone quindi come apertura per l’heteros, accoglienza, riconoscimento dell’alterità dell’altro. Il miracolo dell’amore è rendere quel corpo unico e insostituibile, come se fosse un nome, interrompendo quindi una feticizzazione seriale, un incastro con una serie anonima di corpi. Recalcati scrive: “Il corpo può diventare davvero un nome quando, osservando i suoi movimenti più comuni (camminare, sorridere, vestirsi), esso si mantiene fuori dal comune. È la prossimità del nome al senza tempo del Nuovo che non cessa di ripetersi nello stesso”.

Recalcati conclude con un aspetto, a mio avviso, fondante del “fare l’amore”. Il “fare l’amore” ci porta fuori dal recinto delimitato del nostro corpo, non nel senso di “fonderci con l’altro” e con il suo “particolare assoluto”, ma come esperienza del proprio corpo che non è del tutto proprio. In questo caso, vi è una perdita dei confini interna che attiene proprio al dare voce a più parti di sé. La perdita dei confini attiene quindi ad un atto di disarmo, la deposizione delle armi dell’ego, una separazione dal proprio io che genera gioia, ampliamento di sé e sconfinamento. In questo senso l’erotismo non è solo un’esperienza di appropriazione, ma soprattutto di svuotamento, di decentramento attraverso l’Altro che va accolto principalmente in se stessi. In questo senso, Recalcati lo enfatizza in maniera poetica attraverso l’espressione del “fare per disfare”, ad un fare che si lascia fare, non assoggettato dall’assillo consueto del “dover fare”.

 

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Bibliografia

  • Yalom, I.D. (2019). Psicoterapia esistenziale. Vicenza: Neri Pozzi Editore
  • Winnicott, D. (2018). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore
  • Recalcati M. (2021). Esiste il rapporto sessuale? Cortina
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