Fragilità e antifragilità nei malati con dolore cronico

L'antifragilità porta ad evolvere, a migliorare, a superare una condizione molto negativa, partendo dal problema stesso e trasformandolo in opportunità

ID Articolo: 188036 - Pubblicato il: 01 ottobre 2021
Fragilità e antifragilità nei malati con dolore cronico
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L’antifragilità non è l’opposto della fragilità, semmai è una caratteristica che si può sviluppare proprio quando ci si trova in una condizione di particolare vulnerabilità. Per esempio, le persone affette da malattie autoimmuni e/o da dolore cronico smettono di comunicare la loro sofferenza perché, invece di ricevere supporto e comprensione, si sentono svalutati, derisi e a volte, persino, disprezzati.

Emanuela Taraschi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Messaggio pubblicitario Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita” (A. D’Avenia, 2016). Sarà per questo che il termine antifragilità coniato in ambito economico da Taleb (2012), ha avuto successo ed è stato ripreso da Vercelli (2016; 2021) nell’ambito della psicologia della prestazione sportiva. Tuttavia, l’antifragile non è l’opposto del fragile, semmai è una caratteristica che si può sviluppare proprio quando ci si trova in una condizione di particolare vulnerabilità. Durante la pandemia da Covid-19 tutti ci siamo sentiti un po’ più fragili, sebbene, alcuni sono stati inclusi ufficialmente nella categoria dei “fragili”. Per esempio, le persone affette da malattie autoimmuni, tra i cui sintomi si annoverano senso di fatica, malessere generale e dolore cronico. Quando la problematica fisica non è particolarmente evidente, accade più facilmente di sottovalutare il problema dell’altro che soffre, tanto che alcune di queste persone smettono di comunicare la loro sofferenza, perché, invece di ricevere supporto e comprensione, si sentono svalutati, derisi e a volte, persino, disprezzati.

Certo, come ci insegna Epitteto non sono le cose a farci stare bene o male, ma quello che pensiamo di esse, come le interpretiamo. Le tecniche REBT, per esempio, aiutano a disputare e ristrutturare le credenze disfunzionali, migliorando la percezione della propria efficacia e interrompendo il ciclo vizioso tra nocicezione, dolore, distress e disabilità. Le emozioni, però, ci informano (e informano l’altro) su come stiamo interpretando la realtà. In particolare, l’emozione di disprezzo ci dice che stiamo valutando un’altra persona inferiore a noi per qualche comportamento e/o caratteristica personale. Ci dice anche che nutriamo sfiducia sulla sua possibilità di miglioramento. Così, quando disprezziamo siamo maggiormente inclini a prendere in giro, ad offendere, e poi a distaccarci dalla persona disprezzata, in quanto ritenuta un soggetto non utile per un proficuo scambio sociale. A volte, persone affette da dolore cronico riferiscono di essere stati derisi attraverso battute allusive, sentendosi larvatamente accusare di esagerare i sintomi, di essere pigri, deboli, di fare le vittime. Miceli e Castelfranchi (2018) spiegano bene come l’espressione di disprezzo può nascondersi sotto un linguaggio non verbale (per es. alzando gli occhi al cielo) o in battute sottili e divertenti. Quando ciò accade è molto più difficile per il bersaglio difendersi. Difatti, se il bersaglio rende esplicito il significato dispregiativo, chi disprezza può affermare che non intendeva dire o fare nulla di irrispettoso e che il bersaglio è permaloso o non capisce le battute, o entrambe le caratteristiche negative; segni chiari di mancanza di intelligenza o mancanza di senso dell’umorismo, e così finisce per offendere ulteriormente l’altro. In questo modo, al dolore fisico si aggiunge ulteriore sofferenza psichica. Ma cos’è il dolore? In base all’eziologia il dolore è diviso in:

  • nocicettivo (danno ai tessuti, dolore circoscritto che viene definito come pulsante, costrittivo, pungente, per es. lesioni, fratture…);
  • neuropatico (lesioni a livello del sistema nervoso centrale e/o periferico, riferito come un dolore diffuso, costante, snervante, invalidante, per es. post ictus, sclerosi multipla ecc.)
  • misto (per es. dolore alla schiena in malati oncologici).

Il dolore è stato definito dall’International Association for the Study of Pain (IASP) come: “un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata o simile a quella associata a un danno tissutale effettivo o potenziale”. Nello specifico:

  • Il dolore è sempre un’esperienza personale che è influenzata in vari gradi da fattori biologici, psicologici e sociali.
  • Il dolore e la nocicezione sono fenomeni diversi. La nocicezione è la trasmissione dell’informazione di un danno tissutale, che dai recettori periferici, viene trasmessa fino alla corteccia e all’area limbica.
  • Il dolore non può essere dedotto esclusivamente dall’attività nei neuroni sensoriali.
  • Apprendiamo il concetto di dolore attraverso le esperienze di vita.
  • Il resoconto di un’esperienza come dolorosa dovrebbe essere sempre rispettata.
  • Sebbene il dolore di solito svolga un ruolo adattativo, può avere effetti negativi sulla funzionalità e sul benessere sociale e psicologico.
  • La descrizione verbale è solo uno dei numerosi comportamenti per esprimere dolore.
  • L’incapacità di comunicare non nega la possibilità che una persona o un animale provi dolore. (Raja et al., 2020).

Rispetto alla capacità di comunicare dolore è interessante l’associazione tra attaccamento, trauma e dolore. Si è visto che bambini con attaccamento insicuro di tipo evitante mostrano meno segnali di dolore, questi bambini “silenziano” il corpo, mostrando una comunicazione non verbale e verbale molto povera rispetto al proprio dolore fisico. Al contrario, i bambini con un attaccamento insicuro ambivalente, tendono a manifestare moltissimo disagio e agitazione. Conoscere le cause di questi diversi modi di manifestare il dolore, può consentire di mediare in modo funzionale l’esperienza del dolore, sviluppando buone pratiche per la sua gestione. Difatti, nei bambini i traumi irrisolti comprendono anche singoli o multipli esperienze di dolore acuto o cronico non alleviato. Le conseguenze negative di un dolore non alleviato possono essere permanenti (Failo, Giannotti, Venuti, 2019).

Il dolore cronico “è una condizione caratterizzata da un’esperienza sensoriale ed emotiva che perdura oltre alla normale guarigione e/o comunque ricorre oltre i sei mesi ed erode la qualità della vita di un individuo, rappresentando una significativa fonte di stress, quale minaccia sia per la sua integrità corporea che esistenziale” (in Failo, Mazzoldi, 2020). Inoltre ha un impatto sui loro familiari e costi elevati per la società, in quanto il numero delle persone che ne soffre supera la somma delle persone malate di cancro, diabete e malattie cardiache.

La variabilità individuale rispetto al fronteggiamento del dolore cronico è legata non solo a caratteristiche fisiche e temperamentali, ma anche a come l’ambiente ha risposto e risponde a queste. Si rimanda alla Teoria Polivagale di Porges (vd Deb Dana, 2018; 2019) per approfondire i meccanismi di mentalizzazione dell’esperienza corporea.

Allora è utile pensare allo sviluppo dell’antifragilità nelle persone con dolore cronico?

In effetti, il costrutto dell’antifragilità comprende 4 dimensioni (Anti Fragility Questionnaire, Giunti, 2019) che mi pare siano tutte legate ad un tipo d’azione generativa:

  • Adattamento proattivo: capacità di reagire in modo proattivo di fronte a situazioni impreviste, cogliendone i vantaggi e trasformando i limiti in opportunità per evolvere. Mi ci trovo e ballo sotto la pioggia.
  • Evoluzione agonistica: motivazione verso situazioni nuove con curiosità per il cambiamento, ricercando sfide in cui contemplare anche il fallimento, alla scoperta di nuove possibilità. Mi ci metto, esploro, esponendomi a piccoli stress.
  • Agilità emotiva: capacità di riconoscere e stare a contatto con le proprie emozioni e trasformare il vissuto emotivo in energia o distaccandosi emozionalmente per gestire al meglio se stessi, cioè regolare le emozioni in modo funzionale.
  • Distruttività consapevole: capacità di superare il condizionamento della conoscenza
    eliminando consapevolmente i vincoli mentali disfunzionali al superamento della sfida. Flessibilità cognitiva, pensiero divergente.

Specifico subito, cosa, secondo me, non è antifragile. A mio avviso, l’antifragile non è un eroe semi-infrangibile, né un cinico, distaccato dagli altri, impermeabile alle emozioni, concentrato solo sul suo guadagno e che rischia sì, ma sulla pelle degli altri, tantomeno un sensation seeker sconsiderato che compulsivamente insegue nuove sensazioni.

Messaggio pubblicitario Se colui che assume la posizione resiliente, resiste, affronta e supera gli eventi negativi, si piega senza spezzarsi e conserva le sue caratteristiche, colui che assume la posizione antifragile mira ad evolvere, a migliorare, a superare una condizione molto negativa, partendo dal problema stesso e trasformandolo in opportunità. Riesce a fare questo, non solo accettando l’imprevedibilità della vita, gli ostacoli, i problemi e la fragilità, ma ricercando attivamente sfide, rischi ed esponendosi a piccoli stress. Quando sviluppiamo uno stato mentale antifragile, percepiamo tutta la nostra fragilità e siamo consapevoli che i rischi presi, ci mettono in una posizione di reale incertezza e aumentata probabilità di fallire, tuttavia sappiamo, o meglio, speriamo e abbiamo fiducia che l’esperienza sarà comunque un’occasione di apprendimento generativa. Magari non ci porterà nel punto programmato, dove volevamo arrivare, ma chissà, potrebbe condurci in un punto anche migliore rispetto a quello che potevamo prevedere. Quindi l’antifragile, non si espone agli stress e all’incertezza per masochismo né per costrizione, piuttosto perché è mosso da una passione, una forte motivazione intrinseca, che lo spinge a cambiare, ad esplorare spazi nuovi e a visualizzare scenari possibili. La passione potrebbe portare a sfruttare un altro fenomeno ben conosciuto nella prestazione sportiva e che è stato individuato studiando l’atto creativo degli artisti: lo stato di flow. Lo stato di flow è quello stato di coscienza in cui si è massimamente concentrati nello svolgere un’attività con una motivazione intrinseca così alta, da sperimentare un’espansione dei confini del sé, a partire da una destrutturazione dell’esperienza temporale e da un incremento della percezione di controllo nei confronti dell’attività che si sta svolgendo (cfr. Muzio, Riva, Argenton, 2012). In questo stato di coscienza, in cui c’è una perfetta integrazione mente-corpo, finalizzata all’azione, il dolore, per esempio, potrebbe essere confinato automaticamente in secondo piano, nella periferia della propria attenzione e del proprio campo d’azione, almeno in alcuni momenti della giornata. Da quanto sopra emerge che molte tecniche (biofeedback, neurofeedback, rilassamento ecc.) e terapie cognitive e comportamentali (CBT; REBT; ACT; Terapia basata sulla Teoria Polivagale ecc.) possano essere messe al servizio delle persone con dolore cronico per sviluppare anche le componenti dell’antifragilità.

Concludo con D’Avenia (2006) che ci indica un antifragile per eccellenza, che, a sua volta, ci invita ad apprezzare la propria e l’altrui fragilità: “C’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili.

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Quarto episodio della webserie “Angoli Clinici”. Tema dell’incontro: la teoria polivagale, ospiti il Dott. Roberto Framba e la Dott.ssa Alessia Minniti

Bibliografia

  • D’Avenia, A. (2016). L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita. Milano: Mondadori
  • Dana, D. (2018; 2019). La Teoria Polivagale in Terapia. Roma: Giovanni Fioriti Editore
  • Failo, A., Giannotti, M. & Venuti P. (2019). Associations between attachment and pain: From infant to adolescent. SAGE Open Medicine. Volume 7: 1 –12
  • Failo, A., Mazzoldi, M. (2020) Use of biofeedback and rational Emotive behavior Therapy (REBT) for treatment of chronic pain in patients with musculoskeletal disorders and primary headaches. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale. Vol. 26, Issue 2: 126-151.
  • Miceli, M; Castelfranchi, C. (2018). Contempt and disgust: the emotions of Disrespect. Journal Theory Social Behavior; 1–25.
  • Muzio, M.; Riva, G.; Argenton, L. (2012) Flow, benessere e prestazione eccellente. S. Giuliano Milanese: Franco Angeli.
  • Raja, S. N.; Carr, D. B.; Cohen, M.; Finnerup, N. B.; Gibson,H. F. S.; Keefe, F. J.; Mogil,J., S.; Ringkamp, M.; Sluka, K. A.; Song, X.S.; Stevens, B.; Sullivan, M. D.; Tutelman, P.; Ushida, T.; Vader, K. (2020) The revised International Association for the Study of Pain definition of pain: concepts, challenges,and compromises. PAIN, The Journal of International Association for the Study of Pain Vol.00, n.00: 1-7.
  • Vercelli G. (2009) L’intelligenza agonistica. Affrontare le sfide nella vita, nel lavoro e nello sport. Milano: Ponte alle Grazie. Adriano Salani Editore.
  • Vercelli, G.; Albertas, G. (2021) Antifragili. Fai della fragilità il tuo punto di forza e dell’incertezza il tuo cavallo di battaglia. Milano: Feltrinelli Editore
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