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Predatory Journals: cosa sono e come riconoscerli

Molte riviste possono offrire dati attendibili, ma non tutti i giornali sono considerabili fonti sicure: tali testate sono definibili predatory journals

ID Articolo: 187459 - Pubblicato il: 09 settembre 2021
Predatory Journals: cosa sono e come riconoscerli
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Con il termine predatory journals si indicano riviste che danno la priorità all’interesse personale e che sono caratterizzate da informazioni false o fuorvianti.

 

Messaggio pubblicitario Al giorno d’oggi, numerosissimi professionisti del campo scientifico, e nello specifico del settore sanitario, attingono alla letteratura scientifica per aggiornarsi su nuove evidenze, nonché sulle innovative teorie e tecniche da utilizzare con i propri utenti. Sebbene esistano molte riviste in grado di offrire dati attendibili, non tutti i giornali sono considerabili fonti sicure: tali testate sono definibili come predatory journals, letteralmente “giornali predatori” (Grudniewicz et al., 2019).

I predatory journals sono una minaccia globale, che opera accettando di pubblicare articoli senza eseguire controlli di qualità, importanti per questioni come plagio o approvazione etica. Le vittime in questione non sono solo i ricercatori, indotti a sottomettersi per garantire visibilità ai propri lavori che risultano spesso trascurati o incompleti, ma anche i curiosi lettori, ignari della mancanza di attendibilità delle evidenze. Uno studio che si è concentrato su 46.000 ricercatori con sede in Italia ha rilevato che circa il 5% dei ricercatori ha pubblicato presso tali riviste (Bagues et al., 2019).

Chiunque conosca tale fenomeno concorderà sulla confusione generata da questi enti, nonché sulle risorse sprecate da questi ultimi. Non appare facile combattere questo tipo di pratica, ed un fattore che potrebbe ostacolare la lotta all’editoria predatoria potrebbe essere la mancanza di una definizione condivisa di questo fenomeno, assenza che genera confusione tra professionisti e profani che attingono alle fonti in questione. Formulare una definizione universale fornirebbe un punto di riferimento per la ricerca sulla loro prevalenza e influenza, e aiuterebbe ad elaborare nuovi interventi pertinenti.

Un team di professionisti capitanato da Grudniewicz e Moher, si è recentemente occupato di tale questione, riunendosi a Ottawa con l’obiettivo di mappare soluzioni al problema.

I 43 partecipanti provenivano da 10 differenti paesi, e rappresentavano società editoriali, finanziatori di ricerca, ricercatori, responsabili politici, istituzioni accademiche, biblioteche, pazienti ed operatori sanitari che si impegnano in modo proattivo nella ricerca. Durante la sperimentazione, i professionisti hanno completato un sondaggio Delphi che includeva 18 domande e 28 sotto-domande, seguito da 12 ore di discussione e 2 ulteriori cicli di feedback e revisione. Il summit ha portato al raggiungimento di una specifica definizione: il gruppo ha definito i predatory journals come “riviste che danno la priorità all’interesse personale a scapito delle borse di studio e che sono caratterizzate da informazioni false o fuorvianti, deviazione dalle migliori pratiche editoriali e di pubblicazione, mancanza di trasparenza e/o uso di pratiche di adescamento aggressivo e indiscriminato” (Grudniewicz et al., 2019).

Messaggio pubblicitario Questa operazione ha rappresentato un importante passo nella lotto contro i predatory journals, ma non è l’unico mezzo utilizzabile per evitare cadere nelle loro trappole. Esistono infatti più di novanta checklist per aiutare a identificare le riviste predatorie, che elencano caratteristiche come “presentazione sciatta” o “titoli che includono parole come internazionale”. Ciò detto, solo tre delle novanta liste sono state sviluppate utilizzando evidenze di ricerca (Grudniewicz et al., 2019). I predatory journals hanno infatti individuato il modo di penetrare in questi elenchi, modificandoli.

In seguito, un sunto delle liste attendibili contenenti le principali caratteristiche da tenere a mente per riconoscere i predatory journals:

  • Informazioni false o fuorvianti presenti nel sito web.
  • Deviazione dalle migliori pratiche editoriali e di pubblicazione, come errori di grammatica o ortografia e richiesta di trasferimento del copyright quando si pubblica un articolo ad accesso libero.
  • Mancanza di certificazione dal COPE, comitato per l’etica delle pubblicazioni (ing. Committee on Publication Ethics) o dal DOAJ, associazione degli editori accademici ad accesso aperto: è bene fare attenzione a questi dettagli, poiché le riviste non possono essere elencate nel DOAJ o entrare a far parte del COPE fino a dopo un anno di attività, ed un giornale ben intenzionato ma con scarse risorse potrebbe non essere in grado di mantenere un sito web professionale.
  • Mancanza di trasparenza, come l’assenza di informazioni di contatto o dei dettagli sulle spese di elaborazione dell’articolo: nei siti web dei predatory journal gli editori e i membri dei loro comitati editoriali sono spesso non verificabili.
  • Sollecitazione aggressiva e indiscriminata nel richiedere materiale da pubblicare, come e-mail ripetute inviate ai ricercatori.

Finora, i numerosi tentativi di affrontare l’editoria predatoria non sono stati in grado di controllare questo problema, che continua ad essere in continua crescita. È improbabile che la minaccia scompaia finché le università utilizzeranno il numero di pubblicazioni prodotte da uno studioso come criterio per l’avanzamento di carriera. La cultura del “pubblicare o perire”, la mancanza di consapevolezza e la difficoltà nel discernere le pubblicazioni illegittime favoriscono l’esistenza di riviste predatorie (Grudniewicz et al., 2019). Per questo motivo, quello di Grudniewicz e Moher è un piccolo grande passo in favore del cambiamento. Conoscendo il fenomeno e le sue caratteristiche, è possibile limitare i danni e la confusione causati dai predatory journals.

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Bibliografia

  • Bagues, M., Sylos-Labini, M. & Zinovyeva (2019) N. Res. Pol. 48, 462–477
  • Grudniewicz, A., Moher, D., Cobey, K. D., Bryson, G. L., Cukier, S., Allen, K., Ardern, C., Balcom, L., Barros, T., Berger, M., Ciro, J. B., Cugusi, L., Donaldson, M. R., Egger, M., Graham, I. D., Hodgkinson, M., Khan, K. M., Mabizela, M., Manca, A., Milzow, K., … Lalu, M. M. (2019). Predatory journals: no definition, no defence. Nature, 576(7786), 210–212.
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