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L’interpretazione psicodinamica del feticismo

Anziché la paura di separarsi dalla madre, il feticismo potrebbe configurare l’angoscia di fondersi totalmente con lei e di perdere i propri confini

ID Articolo: 187415 - Pubblicato il: 09 settembre 2021
L’interpretazione psicodinamica del feticismo
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Freud definisce il feticismo una vittoria del pensiero sul reale, un paradosso implicito che afferma ciò che al contempo nega, una realtà minacciosa che, anziché rielaborata in modalità funzionale, viene liquidata con uno strumento allucinatorio. Con un fantasma, tanto efficace quanto immaginario (1927).

 

Messaggio pubblicitario Nel feticismo l’eccitazione sessuale viene rivolta ad un oggetto parziale assunto ad identità di un tutto più vasto: l’oggetto-feticcio diviene dunque meta di una pulsione affettiva erotizzata, pur non possedendo alcuna apparente affinità con una dimensione sessuale. In base a ciò, il soggetto raggiunge uno stato di eccitazione soltanto in presenza dell’oggetto-parziale- non anche della totalità da cui lo stesso proviene, e dalla quale viene percepito come totalmente svincolato.

Potrebbe apparire una semplice preferenza dai risvolti non patologici, ma un significato simbolico più profondo sembra collegare questo fenomeno psichico al tentativo di dominare un’angoscia di castrazione tipico della fase edipica. È infatti questo il momento nel quale viene presa coscienza della diversità tra maschio e femmina, ed è anche questo il periodo in cui, a seguito di autoesplorazioni sessuali, il bambino realizza l’assenza del pene nella femmina (Freud, 1905).

Tale traumatica scoperta comporta un’immediata generazione di angoscia: egli comprende che il pene può essere perduto, e che la fonte di questa perdita può rivelarsi proprio la punizione inflittagli dal padre a causa del suo istinto di amore e possesso verso la madre. Limitato dalla fragilità di un Io ancora immaturo, il bambino sceglie di fronteggiare questa irreparabile eventualità negandola completamente: attraverso l’utilizzo del diniego egli disconosce la verità di ciò che sta vedendo – la mancanza del pene nella femmina- e, abdicando ad ogni legame con la realtà, si orienta verso una dimensione allucinatoria in cui uno scenario oggettivo viene sostituito da una visione intrapsichica. Il nucleo difensivo del diniego risiede proprio nel disconoscimento di una realtà oggettiva che con la sua portata traumatica rischia di frantumare la barriera emotiva, e che dunque non può avere accesso alla coscienza.

Dopo il diniego: i paradossi del feticcio

Terrorizzato dalla possibilità della castrazione, il bambino si convince dunque che l’evirazione non sia mai avvenuta, neppure nella bambina. E a riscontro concreto di questo assunto illusorio costruisce il surrogato di un fallo- il feticcio- identificandolo con il pene femminile.

L’effetto è quello di scotomizzare la mancanza del fallo della donna con finalità prettamente difensiva. Ma il concetto stesso di feticcio si mostra portatore di significati paradossali: il suo compito è infatti quello di negare una realtà di cui al contempo rappresenta la prova innegabile, poiché in assenza del rischio della castrazione il bambino non avrebbe dovuto dar vita ad un oggetto allucinatorio identificandolo con il pene femminile. Dunque, seppur negata, la possibilità di castrazione esiste, e il feticcio ne costituisce al contempo la conferma e la negazione.

Questa inconciliabile dicotomia si riflette in un’autentica scissione dell’Io – Ichspaltung- che vede il feticista condividere due aspetti autoescludenti della realtà -quello della negazione e dell’affermazione della castrazione, che nel feticcio trovano la propria “sintesi paradossale” (Freud, 1927).

Il feticismo come prodotto del conflitto edipico

Nella fase fallica l’ansia di castrazione deriva dal timore del bambino di venir punito dal padre per il desiderio di affetto e possesso esclusivo sperimentato verso la madre, e per il sogno, altrettanto intenso, di disfarsi della presenza del padre visto come un potente rivale in questa corsa alla conquista della madre.

Dunque la scoperta di quella che il maschietto identifica con un’evirazione femminile diventa la realizzazione dei suoi timori. Da qui la necessità impellente di creare un pene suppletivo, incarnato proprio dal feticcio, che anche nella forma, spesso allungata, appuntita, acuminata (ad esempio una scarpa, una borsa, un tacco a spillo) si mostra fortemente evocativa della morfologia del fallo (Gabbard, 2005).

Il feticcio diventa il pene femminile con cui è possibile colmare il vuoto di una realtà inaccettabile, fatta di assenze, di perdite, di mancanze, che le deboli risorse egoiche del bambino non hanno ancora la capacità di fronteggiare. Per questo, ove collocato all’interno della fase edipica, è possibile riconoscere al feticismo una certa valenza evolutiva, in quanto consente di superare il complesso di castrazione prima di una più completa maturazione sessuale. Ma nel momento in cui la sua presenza si prolunga oltre la fase edipica, estraniandosi dal contesto evolutivo, esso si trasforma in una sorta di percetto allucinatorio, il prodotto di un meccanismo di difesa denegante la cui duplice funzione è quella di disconoscere una realtà e nello stesso tempo di affermarne l’esistenza.

In origine il feticcio non è altro che il sostituto del pene nella donna, è il surrogato di qualcosa che non c’è ma ci dovrebbe essere; ove perpetrato in età adulta, esso diviene l’incapacità di riconoscere ed elaborare la realtà, per quanto dolorosa e inaccettabile, senza far ricorso a mezzi contaminati dai propri vissuti affettivi. Ma il feticismo è anche il simbolo del fallimento dell’Edipo, che non si è concluso con un’identificazione paterna adattiva e con un riconoscimento della propria sessualità, avendo intrapreso, al contrario una direzione allucinatoria in cui l‘identificazione è avvenuta con un oggetto parziale -fantasmatico dal quale il feticista diventa patologicamente dipendente.

L’importanza del legame materno: il feticcio come oggetto transizionale

Alcune teorie psicodinamiche collocano l’insorgenza psichica del feticismo nella fase transizionale (Winnicott, 1967) in cui il bambino si vede impegnato nel passaggio da una dipendenza materna assoluta ad un legame più orientato all’autonomismo.

Questa concezione è volta a sconfessare un’interpretazione totalmente intrapsichica circa l’origine del feticismo, appannaggio di una visione relazionale il cui fine non è tanto quello di liquidare l’angoscia derivante da pulsioni sessuali proibite, ma piuttosto quello di ridurre la portata del trauma psichico causato dalla separazione dall’oggetto materno.

Dunque il feticcio potrebbe assumere la funzione di un oggetto transizionale incaricato di sostituire la madre, stemperando le angosce derivate dall’allontanamento della stessa. E il suo scopo non sarebbe più quello di appagare una pulsione sessuale frustrata, quanto quella di fronteggiare l’angoscia per un legame affettivo minacciato dall’abbandono.

Anche per Khout il feticcio assume la valenza di oggetto sostituivo di una madre incostante e non empatica che proprio grazie al feticcio può venir controllata, avvertita come presenza costante e attendibile (1971). Dunque quello che nel feticista appare come il bisogno sessuale di un oggetto narcisistico, può in realtà riflettere la volontà di dominare il vissuto ansiogeno provocato da una madre abbandonica e non responsiva (Mitchell, 1988).

Per provare un senso di integrità corporea e non sentirsi preda di angosce di annichilimento, il bambino ha quindi dovuto creare un oggetto necessario a negare l’assenza della madre e a dar vita ad un appoggio solido e concreto che fosse in grado di richiamarne la presenza (Greenacre, 1979).

Ma esattamente come il feticcio, neppure l’oggetto transizionale va esente da componenti contraddittorie, dato come la sua presenza serva a limitare gli effetti traumatici dello stesso evento che mira ad evitare: la separazione materna. Anche l’oggetto transizionale rappresenta al contempo l’unione con la madre e il distacco da lei, e proprio come il feticcio crea uno spazio illusorio che non coincide completamente né con la realtà esterna né con il mondo interiore, apparendo piuttosto come la relazione combinata tra questi due aspetti.

L’oggetto transizionale si pone a metà strada tra ogni cosa […] esso rappresenta un perfetto compromesso[…] Non è né parte di se stesso né del mondo esterno, eppure esso è l’una e l’altra cosa [..] è al contempo soggettivo e oggettivo, è ai confini tra l’esterno e l’interno, è sogno e realtà insieme (Winnicott, 1971, p. 36).

Il feticismo come “angoscia” del femminile

Si è ipotizzato che il feticismo sottenda in realtà una paura nei confronti dell’universo femminile, la cui origine non è tanto da imputarsi all’angoscia di castrazione sperimentata nella fase fallica, quanto all’angoscia preedipica di esplorare, e dunque entrare in contatto -corporeo ed emozionale- con quel femminile che dà la vita e nutre, ma che può potenzialmente distruggere.

Messaggio pubblicitario Anziché la paura di separarsi dalla madre il feticismo potrebbe dunque configurare l’angoscia di fondersi totalmente con lei e di perdere i propri confini esistenziali, sacrificandoli ad un femminile colonizzante e indifferenziato. Il feticcio potrebbe così rappresentare l’allucinazione difensiva tramite la quale questa angoscia fusionale può venir controllata o in parte dominata (Mitchell, 1988).

È inoltre possibile che il bambino, avvertendo la pulsione di amare e farsi amare dalla madre, percepisca al contempo la paura di venirne in qualche modo distrutto, fagocitato o trasformato (Klein, 1928). Relazionarsi con il tutto materno potrebbe mostrare dei connotati traumatici che la sua fragile dimensione egoica non riesce a fronteggiare: ecco allora che il feticcio rappresenta il tentativo di controllare questo femminile incontrastabile, il simbolo depotenziato di una figura materna la cui totalità viene sconfessata e ridotta ad un mera porzione, percepita meno pericolosa, inglobante e distruttiva.

Proprio il percetto di non dominabilità dell’universo femminile spingerebbe il maschio a creare uno strumento la cui valenza è quella duplice di difesa, rispetto ad una fonte di vita e di distruzione, e di affermazione esistenziale, per certi aspetti narcisistica, di fronte ad un potere femminile dal quale si sente escluso, messo in disparte e quindi minacciato.

Tramite la creazione psicotica del feticcio il maschio contamina la natura femminile con una parte di sé, dunque ne sminuisce la soggettività specifica, ricevendo da questo gesto una conferma esistenziale e una certezza di superiorità verso un femminile inconoscibile e per questo terribilmente minaccioso (Horney, 1967).

Il significato patologico del feticismo

Nella realtà quotidiana la presenza “non patologica” del feticismo si presenta con una certa frequenza: non sono rari i casi in cui si è portati a considerare un oggetto come la rappresentazione simbolica di un qualcosa di più vasto, di ulteriore. La stessa religione, in qualsiasi forma venga espressa, è spesso testimonianza di pratiche feticiste: statue, immagini sacre, reliquie di vario genere, ciò che per sineddoche va a rappresentare il tutto di una parte, e che diventa esso stesso un tutto degno di venerazione.

Ma anche la dimensione affettiva ci offre esempi di questo tipo: spesso siamo portati ad identificare la persona amata -o una persona scomparsa -con un oggetto di sua appartenenza, e a riconoscere nel medesimo i tratti della sua corporeità, della sua presenza. È anche questo un tentativo di trasferire la globalità di un tutto assente in qualcosa di parziale, che riesce tuttavia a contenere e ad identificare quel tutto. Ma si tratta di un comportamento flessibile e non in grado di compromettere la percezione della realtà. Da questo punto di vista possiamo quindi ipotizzare che il feticismo rappresenti, in molti casi, una tendenza, un orientamento, una preferenza intrisa di connotati personali e culturali, privo di caratteristiche patologiche riconoscibili.

Al contrario, in tutti i casi in cui il feticcio si pone come elemento ostativo al riconoscimento di una realtà globale più ampia, il risultato è il restringimento della realtà stessa e la sua sostituzione con un percetto allucinatorio, inconscio e non superabile, che si ripercuote nella sfera emotiva e sessuale rendendola patologica.

Allora il mondo del feticista si popola di fantasmi, visioni scisse e dicotomiche in cui gli opposti coesistono pur negandosi a vicenda: il tutto in una visione scotomizzante e pericolosamente ego sintonica che lo sottrae e lo difende dalla “minacciosità” del tutto.

 

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Bibliografia

  • Freud, S. (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, tr.it. vol. 4, pp. 57-297;
  • Freud, S. (1927), Feticismo, OSF, vol. 10, Bollati Boringhieri, Torino;
  • Gabbard, G.O. (2005), Psichiatria Psicodinamica, tr.it. Raffello Cortina, Milano;
  • Greenacre, P. (1979), Fetishism, in Rosen, I. (a cura di), Sexual Deviation, Oxford Universities Press, Oxford;
  • Horney, K. (1967) Psicologia femminile, Armando Editore, Roma, 2015;
  • Khout, H. (1971), La guarigione del Sé, tr.it. Bollati Boringhieri, Torino, 1976;
  • Klein, M. (1928) Invidia e gratitudine, Giunti, Firenze, 2012;
  • Mitchell, S. A. (1988) Relational concepts in psychoanalysis: an integration. Harvard University press, Cambridge;
  • Winnicott, D.W. (1967) Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 2012;
  • Winnicott, D.W. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974.
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