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Il dono della verità – il percorso interiore del terapeuta (2021) di Maurizio Andolfi – Recensione del libro

Il dono della verità fornisce alcuni suggerimenti ai terapeuti per apprendere la conoscenza di sé, prima come persone e successivamente come professionisti

ID Articolo: 186796 - Pubblicato il: 16 luglio 2021
Il dono della verità – il percorso interiore del terapeuta (2021) di Maurizio Andolfi – Recensione del libro
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Il dono della verità è un libro autobiografico in parte, formativo in ampia visione.

 

Messaggio pubblicitario Con aulica conoscenza della psicologia, Maurizio Andolfi ha scritto il libro Il dono della verità – il percorso interiore del terapeuta in modo scorrevole, ma autorevole nei propri concetti.

L’obiettivo del manuale, come suggerisce il titolo, è invitare gli psicoterapeuti alla riflessione su alcuni suggerimenti per apprendere al meglio la conoscenza di sé stessi, prima come persone e successivamente come professionisti. L’autore accompagna il lettore nella riflessione avvalendosi della propria formazione professionale: da psichiatra a psicoterapeuta sistemico.

Un libro scritto non esclusivamente per gli addetti ai lavori, ma anche per il pubblico allargato, coloro che potrebbero essere interessati al modello sistemico oppure a scoprire che lo psicoterapeuta è una persona con delle debolezze.

Nello specifico della teoria psicologica di riferimento, il modello sistemico diventa così una pratica umana, vicina all’uomo e creata per l’uomo. L’utente e il professionista osserveranno la figura dello psicoterapeuta come una persona che si è formata durante molti anni di studio ed esperienze di vita agevoli e disagevoli. Percorso che ha reso possibile la maturazione personale, passando attraverso paure e turbamenti, permettendo così l’emergere dell’essere umano e non esclusivamente il terapeuta onnipotente.

Il manuale è formato da nove capitoli: si inizia con la controversa questione della formazione personale, la conoscenza dei maestri e delle esperienze formative dell’autore per arrivare al viaggio interiore del terapeuta attraversando argomenti e tematiche interessanti. Tra esse l’incontro tra due famiglie, il genogramma e la scultura delle relazioni familiari come elementi della formazione del terapeuta, la supervisione, il supervisore interno e le scoperte delle risorse personali.

La ricchezza di casi clinici ben esposti aiuta il lettore a cogliere e comprendere gli argomenti trattati, a mio avviso un utile contributo alla trasmissione del sapere.

Dalla lettura del libro si respira l’amore verso la psicoterapia come fenomeno umano di conoscenza, cura e vicinanza alle persone, escludendo il rigore del pensiero nosologico medico dominante.

[…] ho voluto descrivere in questo volume anche i risultati, talvolta sorprendenti, delle mie esperienze cliniche e formative così da offrire un piccolo contributo alla ricerca della nostra umanità, valore essenziale nel breve percorso della vita.

Secondo Minuchin è il terapeuta il vero strumento del cambiamento; diventa parte del sistema terapeutico. L’immagine del falegname che trasforma il legno è un ottimo esempio del ruolo del professionista in seduta: “La sega, lo scalpello, il martello e i chiodi sono solo dei mezzi per operare una trasformazione”.

Ma il terapeuta non è solamente la persona che cura, spesso assume altri ruoli tra cui il formatore di nuovi professionisti e il supervisore di colleghi con diversi livelli di esperienza. In questo quadro complesso di funzioni spicca l’importanza che raggiunga, e mantenga, l’equilibrio interiore utile per svolgere il proprio lavoro, equilibrio che nel ruolo didattico nell’ambito della psicoterapia è di grande importanza. Secondo l’autore è inoltre necessario avere piena consapevolezza del confine tra formazione e terapia: tale tematica verrà approfondita nel corso della lettura.

Come Andolfi sottolinea, scrivere un libro sull’uso del Sé del terapeuta e sulla ricerca della verità rappresenta una proposta di crescita professionale per tanti colleghi motivati ed entusiasti e insieme una denuncia nei confronti di chi ancora si nasconde dietro al “riconoscimento del pezzo di carta”.

Il libro è in parte teorico e in parte autobiografico; l’autore racconta il proprio viaggio interiore come terapeuta;

Sono nato il 28 novembre 1942. Della guerra non credo di ricordare molto, anche se nella mia testa ci sono immagini di bombe, di sirene e di mia madre e mia nonna che proteggevano con i loro corpi me e mio fratello maggiore Ferruccio.

Merito della volontà di Andolfi di scegliere e ricercare in modo puntuale i suoi maestri fondatori, insieme ai molteplici viaggi di formazione e poi lavoro, egli riuscì a collocarsi nella sua area di interesse. L’incontro con i maestri, i viaggi presso culture diverse tra loro, l’esplorazione di metodologie e l’esperienza sono diventati gli ingredienti che hanno reso possibile la sintesi della storia della psicologia sistemica con la propria formazione sistemica, fino a giungere alla fondazione della scuola di specializzazione sistemica ancora oggi operante in Italia.

Nel corso degli anni, alle originali idee, il percorso ontologico della teoria si è arricchito del concetto di multietnicità delle famiglie e dei componenti dei nuclei famigliari. Come già sottolineato, l’autore nel corso della sua vita non è rimasto ancorato nel territorio di origine, bensì ha avuto e cercato la possibilità di viaggiare, permettendogli di entrare a contatto con ambienti e culture diverse.

Dal lavoro con le famiglie monoculturali si è giunti alle relazionali terapeutiche multiculturali.

Le nuove teorie sistemiche si differenziarono dalle teorie già presenti all’epoca sia dal punto di vista dei presupposti teorici sia rispetto il setting pratico. Si è passati dall’interazione con il singolo paziente, portatore di disturbi categorizzati, alla rivoluzionaria attenzione e osservazione delle interazioni familiari mentre avvengono. Lo spostamento di interesse da uno a più individui ha restituito valore al contesto, ai messaggi verbali e a quelli non verbali scambiati in seduta.

Inoltre, come altri elementi di cambiamento del setting si assiste all’aumento del numero di terapeuti, nei colloqui clinici diventano due, oltre alla presenza e utilizzo in vari modi dello specchio unidirezionale. Quest’ultimo viene inteso come una “metafora concreta” invece di una semplice e fredda unità di separazione/divisione. I cambiamenti hanno portato altresì alla maturazione di nuovi processi introspettivi nei professionisti.

Messaggio pubblicitario Infatti, lo specchio unidirezionale permette di aprirsi all’idea del lavoro di squadra, superando il concetto di confidenzialità. Attraverso la sua unidirezionalità si giunge a ottenere una forma di trasmissione diversa della conoscenza; l’uso del citofono nel setting permette inoltre di interrompere il dialogo clinico, permettendo al supervisore di interloquire con i terapeuti.

Come si legge nel testo, il co-terapeuta è “dotato di emozioni oltre che di capacità cognitive, che diventa a pieno diritto parte del campo di osservazione”.

Il genogramma (rappresentazione grafica dell’evoluzione storica di una famiglia) e la scultura famigliare sono due strumenti utilizzati in terapia sistemica. Strumenti utili al terapeuta per lavorare su di sé nel setting formativo e supervisione, dove il gruppo assume il ruolo di cassa di risonanza permettendo al formando di scoprire elementi intergenerazionali importanti per la crescita personale.

Ben descritti nel testo, appaiono a mio avviso strumenti interessanti, da utilizzare in terapia anche dai professionisti provenienti da diversi modelli teorici, dopo aver appreso la giusta competenza. L’ampia bibliografia e gli esempi clinici riportati nel testo sono un valido contributo in tal senso.

Con una lettura scorrevole si viene a conoscenza di altri concetti utilizzati in ambito sistemico: la differenziazione del Sé dalla famiglia di origine, il taglio emotivo, la trasmissione intergenerazionale dei processi di immaturità o l’onda d’urto emozionale, la descrizione del concetto di intimidazione intergenerazionale, la self-disclosure, il supervisore interno, l’imbuto rovesciato, l’elder abuse e l’incontro con l’Aikido.

Il supervisore interno, costrutto caro all’autore, è fondamentale per diminuire il rischio di sviluppare un pensiero autoreferenziale. Siamo sempre nell’ottica di aiuto al terapeuta, dove

[..] la conoscenza di noi stessi in relazione al mondo che ci circonda, la nostra capacità di auto-osservarci nell’incontro con le persone e le famiglie che ci chiedono aiuto in terapia è fondamentale nella progressiva costruzione del nostro supervisore interno, che avviene passo passo, ‘mettendo mattone su mattone’.

Andolfi risponde con estrema competenza e precisione alla domanda sulla possibilità che un supervisore interno possa essere costruito nel tempo dal professionista.

In ulteriore analisi, l’autore descrive tre esempi di utilizzo del costrutto: la capacità di Whitaker di distrarsi in seduta per privilegiare il dialogo interno, il movimento in stanza del terapeuta finalizzato ad avere una diversa visione della situazione e infine tenere qualche oggetto tra le mani durante i colloqui, facilitando sempre l’attenzione verso di sé ed il dialogo con il supervisore interno.

Tali punti di vista conducono Andolfi a sostenere come risulti importante per il terapeuta sviluppare l’uso del sé e l’autoriflessione; attraverso la consapevolezza dei vissuti sfavorevoli e le avversità della vita, conoscendo e accettando il passato come storia di vita che è stata, possono emergere la forza vitale e la resilienza.

Per ulteriore completezza, Andolfi sostiene di aver imparato molto anche dai bambini e dai pazienti psicotici; nello specifico la comunicazione attraverso il gioco e le metafore (pensiero magico), il linguaggio dell’irrazionalità e le voci fuori dal coro hanno permesso di allontanarsi dal pensiero logico e normativo delle relazioni.

Per concludere, Andolfi dona al professionista un ulteriore e prezioso regalo per ottenere il dono della verità. Come la consapevolezza della propria storia di vita intergenerazionale, così anche l’elaborazione dei problemi ancora aperti e irrisolti con le proprie famiglie di origine, permettono al professionista di sviluppare una migliore capacità di entrare in risonanza empatica e naturalezza terapeutica con le famiglie che chiedono aiuto.

 

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Bibliografia

  • Andolfi M. (2021). Il dono della verità – il percorso interiore del terapeuta. Raffaello Cortina Editore.
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