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Quando la depressione è nascosta: la pseudodemenza depressiva

Tra le caratteristiche più frequenti della Pseudodemenza depressiva ci sono deficit mnemonici e anomalie del pensiero. Come distinguerla dalla demenza?

ID Articolo: 184860 - Pubblicato il: 06 maggio 2021
Quando la depressione è nascosta: la pseudodemenza depressiva
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Il quadro sintomatologico della Pseudodemenza depressiva può indurre alla formulazione di erronee diagnosi di demenza, nel caso di pazienti anziani depressi, con aumento del rischio di proporre trattamenti inadeguati rispetto all’effettiva condizione patologica.

 

La Pseudodemenza depressiva: un’introduzione

Messaggio pubblicitario La “Pseudodemenza depressiva”, termine coniato da Kiloh nel 1961, è una condizione psicopatologica descritta per la prima volta da Mairet nel 1883, nella monografia “Démence Mélancolique”, come una condizione caratterizzata dal sopravvenire di gravi deficit cognitivi come conseguenza di un disturbo dell’umore (riportato da Berrios, 1985). Mentre inizialmente si riteneva che essa avesse origine organica, ad oggi si sa che la Pseudodemenza si differenzia dalle classiche forme dementigene proprio in quanto, al contrario di quest’ultime, non deriva da alterazioni cerebrali puramente organiche, ma si manifesta come esito di disturbi funzionali (Fischer, P., 1996). Tra le caratteristiche più frequenti di tale condizione va annoverata l’insorgenza di deficit mnemonici e di anomalie del pensiero: tale quadro sintomatologico può indurre alla formulazione di erronee diagnosi di demenza, nel caso di pazienti anziani depressi, con aumento del rischio di proporre trattamenti inadeguati rispetto all’effettiva condizione patologica (Fischer, 1996). Il modo migliore per evitare errori consiste, secondo Fischer, nell’indagare -nel caso di soggetti anziani con sintomi cognitivi-, l’eventuale presenza di manifestazioni depressive, quali l’abbassamento del tono umorale e il rallentamento psicomotorio, al fine di favorire la diagnosi differenziale. Tuttavia, sarebbe un errore ridurre ad una concezione di esclusione reciproca le forme depressive e dementigene: vi sono, infatti, evidenze scientifiche che suggeriscono come tali condizioni possano coesistere, sia perché la depressione costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo del morbo di Alzheimer, sia perché la sintomatologia dell’umore insorge frequentemente in conseguenza delle diagnosi di demenza, arrivando anche a peggiorarne la sintomatologia.

Valutazioni e diagnosi differenziale

Nel corso degli anni, vari autori hanno analizzato le differenze tra tali disturbi. Nel 1988, un gruppo di studiosi americani ha messo a confronto 14 pazienti adulti affetti da Pseudodemenza depressiva con 28 pazienti con una forma dementigena primaria degenerativa, utilizzando la scala di valutazione della demenza MMSE (Mini-Mental State Examination, Folstein et al., 1975) e il questionario HRSD (Hamilton Rating Scale for Depression, Hamilton, 1960). Dall’analisi dei dati è emerso che mentre i soggetti con Pseudodemenza presentavano, prima del trattamento, una maggior tendenza ad avere risvegli precoci, maggiori livelli d’ansia e un maggior impatto sulla libido, i soggetti con demenza mostravano maggiori livelli di disorientamento spazio-temporale e difficoltà nel prendersi cura di se stessi e a vestirsi (Reynolds et al., 1988); tali risultati suggeriscono l’esistenza di una quantificabile divergenza sintomatologica tra i due disturbi, successivamente approfondita ed esposta nel dettaglio in un articolo del 2019 (Pozzoli et al., 2019), secondo il quale i casi di demenza organica sono caratterizzati da un esordio insidioso con lenta progressione dei sintomi, un’anamnesi psichiatrica solitamente priva di eventi psicopatologici rilevanti, un basso livello di alterazioni vegetative e da una forte compromissione attentiva; nel caso delle pseudodemenze, invece, si assiste ad un esordio patologico ben definito nel tempo, con rapida escalation sintomatologica, accompagnato da una storia personale di manifestazioni psicopatologiche, dal mantenimento di livelli attentivi relativamente nella norma e dalla comparsa di sintomi vegetativi, relativi ad alterazioni dell’alimentazione, del sonno e dei livelli di energia personale.

Messaggio pubblicitario Un aiuto, ai fini della diagnosi differenziale, può giungere anche dalle metodiche di neuro-indagine: un interessante studio del 1989 (Brenner et al., 1989), condotto con EEG, ha permesso di riscontrare notevoli differenze nei tracciati relativi all’attività elettrica cerebrale di soggetti con demenza di Alzheimer e pazienti affetti da Pseudodemenza depressiva. I pazienti con condizione pseudodementigena o con Depressione Maggiore, pur presentando -rispetto ai soggetti di controllo- un rallentamento dei ritmi EEG nelle aree cerebrali posteriori, mostravano nel complesso degli indici EEG nella norma o con alterazioni poco significative. Nei soggetti affetti da Alzheimer, con o senza manifestazioni depressive secondarie, furono invece rilevate significative alterazioni nel tracciato EEG, che risultavano molto gravi in 1/3 dei casi. Uno studio più recente (Dolek et al., 2012), ha riproposto tale confronto avvalendosi dell’utilizzo della risonanza magnetica; i risultati evidenziano delle differenze cerebrali a livello ippocampale: la riduzione volumetrica dell’Ippocampo, rispetto ai soggetti di controllo, è risultata essere mediamente del 42% nei soggetti con Alzheimer, del 21% nei soggetti con demenza vascolare e del 13% nei soggetti con Pseudodemenza depressiva, una differenza rilevante che potrebbe facilitare il processo diagnostico.

Trattamento

Sebbene il trattamento psicofarmacologico dei sintomi dell’umore sia frequentemente somministrato sia nel caso delle demenze organiche, sia nelle forme pseudodepressive, i risultati ottenibili tramite esso subiscono notevoli variazioni tra le due condizioni. Nelle demenze, il trattamento con antidepressivi ha lo scopo di ridurre i sintomi dell’umore spesso presenti in comorbidità con le condizioni dementigene, anche se alcuni studi suggeriscono che in tali pazienti i suddetti trattamenti psicofarmacologici abbiano un’efficacia limitata, (Bains et al., 2002; Enache et al., 2011), al contrario dei trattamenti psicologici, risultati più efficaci nel lenire i sintomi depressivi ed ansiosi dei soggetti con demenza organica (Orgeta et al., 2015): in particolare, in uno studio condotto a Taipei (Chiang et al., 2010), la “Terapia della Reminescenza” si è rivelata utile per migliorare sia il tono dell’umore dei pazienti anziani istituzionalizzati, sia le loro abilità di socializzazione. Nei soggetti affetti da pseudodemenza, invece, il trattamento farmacologico antidepressivo è fondamentale, in quanto esso conduce alla riduzione dei sintomi neurocognitivi indotti dalla patologia depressiva: un recente studio (Connors et al., 2019) ha riportato un buon margine di miglioramento, nel trattamento dei pazienti pseudo depressi, ottenibile sia mediante la somministrazione farmacologica, sia mediante la terapia elettroconvulsivante (ECT).

Conclusioni

L’esiguità della letteratura sulla Pseudodemenza costituisce lo specchio del limitato interesse scientifico per l’argomento, cui conseguono delle lacunose conoscenze su tale condizione, che conducono ad una frequente sotto-diagnosi del disturbo stesso e ad una mancanza di cure adeguate (Kiosses, 2012); tale fenomeno può essere attribuito alla maggior preoccupazione per le possibili patologie organiche caratterizzanti la terza età, che porta a prestare una minor attenzione alle manifestazioni di disagio psichico in tale fase della vita. Purtroppo invece, insieme alle gravi patologie organiche, la depressione costituisce una delle principali cause di suicidio nella popolazione anziana (Waern et al., 2003): il 71-95% dei suicidi, tra i soggetti di età superiore ai 75 anni, si verifica come conseguenza di disturbi mentali, specialmente di tipo depressivo (O’Connell et al., 2004). L’auspicio per il futuro è che tale condizione possa essere maggiormente indagata, al fine di favorire l’individuazione degli strumenti necessari per diagnosi e cure adeguate e precoci, che potrebbero renderne più favorevole la prognosi.

 

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Bibliografia

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