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L’utilizzo della realtà virtuale in pazienti affetti da fobia sociale

L’esposizione mediante realtà virtuale è un importante strumento terapeutico per la fobia sociale, utile per simulare quei contesti sociali stressanti

ID Articolo: 185424 - Pubblicato il: 25 maggio 2021
L’utilizzo della realtà virtuale in pazienti affetti da fobia sociale
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La fobia sociale (social anxiety disorder – SAD) è caratterizzata da un’eccessiva paura del giudizio e delle reazioni degli altri e da intensa paura dell’imbarazzo e dell’umiliazione provati in contesti sociali (APA, 2013).

 

Messaggio pubblicitario Tali individui, infatti, provano ansia in una vasta gamma di contesti sociali e nelle situazioni in cui devono compiere una performance (es. parlare in pubblico); la prevalenza di tale disturbo si attesta tra il 2 e il 13% (De Graaf, Ten Have & Van Dorsselaer, 2010; Kessler, Petukhova, Sampson, Zaslavsky & Wittchen, 2012)

In accordo con le linee guida NICE (National Institute for Health and Care Excellence, 2013), la terapia cognitivo-comportamentale risulta un trattamento d’elezione per la fobia sociale e una componente centrale di tale terapia risulta essere l’esposizione. Tale tecnica prevede che i pazienti si confrontino direttamente con quegli stimoli che generano ansia e paura, così da sperimentare in prima persona che le conseguenze negative temute in realtà non si verificano. Le teorie alla base sono due: l’Emotional processing theory (Foa & Kozak, 1986) e l’Inhibitory learning model (Craske et al., 2008), ed entrambe ipotizzano che il confronto con lo stimolo temuto consenta all’individuo di apprendere un nuovo tipo di informazione corretta e non spaventosa. Tuttavia, data la natura stessa del disturbo e la tendenza alla messa in atto dell’evitamento come comportamento di sicurezza, le situazioni sociali in cui praticare l’esposizione sono considerate spaventose per il paziente e, in alcuni casi, difficili da riprodurre per l’impegno e il tempo richiesto ai terapisti, anche in funzione della personalizzazione degli eventi trigger (Krijn, Emmelkamp, Olafsson & Biemond, 2004; Vanni et al., 2013). Infine, le esposizioni vengono spesso eseguite come esercizi a casa, sui quali viene fornito un feedback retrospettivo e fortemente dipendente dai report soggettivi del paziente. Per questo l’esposizione mediante realtà virtuale (VRET) è diventata un importante strumento terapeutico, utile per simulare quei contesti sociali che provocano un distress al paziente e che permettono così al terapeuta di mettere in atto un intervento efficace (Kampmann, Emmelkamp & Morina, 2016; Freeman et al., 2017).

Benché negli ultimi anni siano stati sviluppati numerosi ambienti sociali, utilizzabili con la realtà virtuale, gli studi che hanno valutato l’efficacia della VRET nel trattamento della fobia sociale sono esigui. Klinger e collaboratori (2005) sono stati i primi a valutare l’efficacia della VRET; nello specifico i pazienti con fobia sociale sono stati divisi in due gruppi: il primo ha ricevuto 12 sessioni con VRET, esponendosi a 5 diversi ambienti virtuali che simulavano differenti situazioni sociali, mentre il secondo gruppo è stato trattato con la terapia cognitiva comportamentale (CBT) standard. I risultati hanno dimostrato che la VRET è risultata efficace tanto quanto la CBT standard.

A questo primo studio pilota ne sono seguiti altri. Bouchard et al., (2011) hanno comparato l’utilizzo dell’esposizione “in vivo” con quella virtuale nel trattamento con terapia cognitivo-comportamentale; i ricercatori, infatti, hanno suddiviso i pazienti con fobia sociale in tre gruppi sperimentali: il primo gruppo è stato trattato con la CBT e con sessioni di esposizioni “in vivo”, il secondo gruppo con CBT con l’aggiunta di esposizione in realtà virtuale e l’ultimo gruppo non ha ricevuto alcun trattamento, fungendo da gruppo di controllo. I risultati hanno dimostrato che entrambi i trattamenti con CBT sono risultati significativamente più efficaci rispetto al gruppo di controllo e non sono state trovate differenze rilevanti tra l’esposizione in vivo e quella virtuale. Tali evidenze sono state confermate da una ricerca condotta due anni dopo, dimostrando che sia l’esposizione condotta con realtà virtuale che quella sperimentata in vivo hanno prodotto miglioramenti nella percezione negativa di sé e degli altri, nella regolazione emotiva, nella ruminazione e nel porre obiettivi realistici durante le situazioni sociali (Anderson et al., 2013); risultati che sono stati poi confermati nei follow-up condotti a distanza di 4 e 6 anni.

Nel 2018 è stato pubblicato da Chesham, Malouff e Schutte uno studio su due meta-analisi, riguardante l’efficacia della VRET nella riduzione dei sintomi dell’ansia sociale. Nella prima è stata comparata l’efficacia della tecnica di esposizione con la realtà virtuale rispetto al gruppo di controllo, mentre nella seconda rispetto ai trattamenti standard con esposizione in vivo e in immaginazione. Nello specifico le ipotesi di ricerca sono che il trattamento con esposizione con la tecnica di realtà virtuale sia più efficace nel ridurre i sintomi dell’ansia sociale rispetto al gruppo di controllo e che gli interventi CBT standard siano più efficaci nel ridurre i sintomi dell’ansia sociale rispetto alla VRET.

Messaggio pubblicitario Dai risultati è emerso che per quanto riguarda la prima ipotesi di ricerca, l’analisi effettuata su sei studi con 233 partecipanti totali conferma una significativa riduzione di ansia sociale con VRET rispetto al gruppo di controllo. Per quanto riguarda, invece, il confronto tra VRET e trattamento CBT standard, l’analisi effettuata su sette studi con 340 partecipanti totali rileva una riduzione di ansia sociale maggiore nel trattamento standard con esposizione in vivo o immaginativa ma non di valore significativo, in contrasto con quanto ipotizzato. Tale risultato è in linea con due precedenti meta-analisi (Opris et al., 2012; Kampmann, Emmelkamp & Morina, 2016) ma rispetto a queste ultime, la ricerca in oggetto risulta più generalizzabile e affidabile in quanto ha confrontato un numero maggiore di studi, ha allineato il bias da pubblicazione, ha riportato risultati sia per RCTs che per studi ben controllati.

Più recentemente, Geraets e colleghi (2019) hanno effettuato un’ulteriore ricerca per evidenziare la fattibilità e i potenziali effetti della VRET-CBT in pazienti con fobia sociale, utilizzando un software che ha consentito ai terapisti di manipolare gli ambienti visualizzati dai partecipanti. Durante le 15 sessioni di VRET, i pazienti hanno testato le loro credenze, sono stati sollecitati i comportamenti di approccio sociale e sono stati forniti feedback su cognizioni e comportamento. I risultati hanno mostrato che l’ansia e il rimuginio durante l’interazione sociale e i sintomi depressivi sono stati significativamente ridotti dopo il trattamento con la realtà virtuale, migliorando notevolmente la qualità della vita dei partecipanti, anche nel successivo follow-up.

In conclusione, è possibile affermare che le ricerche condotte sull’utilizzo della realtà virtuale, abbinata alla CBT, nel trattamento della fobia sociale ha prodotto risultati promettenti, specialmente se tale realtà risulta interattiva; infatti da una successiva review condotta nel 2020 da Emmelkamp e colleghi, è emerso che tanto più l’ambiente virtuale è interattivo (es. dialogo con gli avatar, modificazione delle espressioni facciali dei personaggi, avere un’audience) tanto più l’esposizione è percepita immersiva e quindi efficace.

 

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