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In ricordo di Roberto Lorenzini – Di Sandra Sassaroli

Non so bene come fare a continuare il nostro discorso. Devo accettare che non ci sia più. Che non possiamo più volerci bene, stimarci e prenderci in giro

ID Articolo: 183973 - Pubblicato il: 08 aprile 2021
In ricordo di Roberto Lorenzini – Di Sandra Sassaroli
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Ogni volta ci siamo scambiati idee, abbiamo cercato di capire l’altro dove stava andando, ci siamo divertiti insieme, abbiamo riso e ci siamo dati appuntamenti per i ritorni a Roma. Roberto ed io abbiamo avuto una grande indipendenza di giudizio e preso spesso strade diverse, ma questo non ci ha mai impedito di discutere e arricchirci reciprocamente, collaborare e poi rimanere ciascuno della sua idea.

 

Ho conosciuto Roberto Lorenzini negli anni ’80 a Roma quando avevo un contratto per insegnare psicoterapia cognitiva all’Università Cattolica dove mi ero specializzata in Psichiatria da poco. Probabilmente era il 1981, 1982. Roberto arrivò in Cattolica dopo di me ma era già conosciuto per il suo ruolo nazionale nella associazione dei boy scout. Un giorno mi avvicinò dopo una lezione e mi chiese se avevo voglia di essere il relatore della sua tesi di specialità. La domanda mi stupì perché ai tempi il responsabile della specialità era il professor Leonardo Ancona e l’Università aveva un indirizzo fortemente psicoanalitico seguito da tutti gli specializzandi dell’epoca. Era difficile fare lezione perché spesso la reazione degli allievi era sprezzante verso chi non seguiva l’indirizzo psicoanalitico mentre riluceva come un faro l’apertura mentale del professor Pontalti, la sua curiosità. Tra le prime cose che io e Roberto ci confessammo fu che delle lezioni su Meltzer, in particolare quelle della professoressa Gaddini, non capivamo e non avevamo mai capito nulla. Non a caso la professoressa Gaddini durante una interrogazione d’esame in cui Roberto mostrava di non conoscere bene un concetto, confessando: non lo ho compreso bene! Gli rispose: “non tutti lo possono capire!”

Con alcune idee della sua tesi iniziammo poi a scrivere insieme libri sulle fobie (non ho più neanche una copia del libro: La Paura della Paura) sulle ossessioni, sulla paranoia (Cattivi Pensieri) e sull’attaccamento e infine di nuovo l’ultimo libro comune sull’ansia, La Mente Prigioniera. I primi furono editi da Carocci, che ne pubblicava, per non rischiare, 1000 copie esatte e poi non le ristampava più, mentre gli ultimi furono pubblicati da Raffaello Cortina, che ci intimoriva con i suoi modi bruschi e la pignoleria della sua curatela ma ci dava fiducia e ristampava i nostri libri anno dopo anno.

Ricordo quando lasciammo una copia della Paura della Paura a Pierfrancesco Galli, uno psicoanalista dalla mente molto aperta e influente nell’editoria, che ci disse che gli piaceva molto e lo consigliò a Bollati Boringhieri, che purtroppo, essendo un editore un po’ snob, non lo prese in considerazione per la pubblicazione. Dopo quella delusione andammo a bere una birra e a mangiarci una pizza per consolarci. Ricordo che all’epoca mi ero già trasferita da Roma a Milano.

Anche se affetti da una certa sfiducia in noi stessi, da una vocina: ma cosa state facendo! Ma chi credete di essere!, in realtà stavamo contribuendo alla nascita e alla crescita della psicoterapia cognitiva in Italia. Il nostro stile era terribilmente autoironico (Roberto era un maestro!), direi autodemolitivo se non avessimo, sia lui che io, trovato la nostra strada con grande determinazione. Ma eravamo giovani e instabili, avevamo bisogno di tempo e pazienza per maturare. Intanto gli infortuni della vita ci colpivano: lui si stava separando e anche io e annegavamo le nostre confidenze in qualche trattoria romana a chiacchierare di passato e futuro. Questa autoironia però ci consentiva di vivere le idee e i libri con allegria e senza troppo prenderci sul serio.

Avevamo un nostro modo di collaborare. Ci vedevamo, davanti a bicchieri di vino ci raccontavamo le idee e insieme si innescavano ipotesi e dubbi. Io ero lenta a scrivere ma più precisa, Roberto un torrente di pensieri. Andava a casa e scriveva a mano decine di pagine in una notte che guardavamo il giorno dopo, e io lo insultavo che non volesse usare la macchina da scrivere.

Dato che eravamo giovani, e angustiati e sentimentalmente instabili spesso ai nostri ritardi, ai nostri inciampi davamo spiegazioni strane. Ricordo, ad esempio una volta che Roberto arrivò con un ritardo di molte ore al Congresso sulla Psicologia dei costrutti personali ad Assisi e mi raccontò di un incredibile incidente di centinaia macchine, migliaia di ambulanze e l’intervento di polizia, elicotteri, l’FBI e io lo guardavo e: no ma Roberto, ma dai, non stai esagerando? Mi guarda e risponde: dato che devo dirti una bugia tanto vale esagerare.

Esagerò anche un’altra volta. Eravamo stati invitati a Barcellona per due giornate di lezioni in un corso di specializzazione post-laurea in psicoterapia all’Università locale. Roberto non aveva voluto usare il mio albergo ed era stato ospitato da un professore che gli aveva prestato un letto di fortuna nel suo studio. Per capire l’episodio teniamo conto che in quei giorni si stava aspettando l’inizio delle Olimpiadi, la polizia pattugliava le strade e che Roberto, come al solito del tutto disinteressato alle forme e all’apparenza, vestiva la sua solita giacchetta celeste che credo abbia usato per tutta la vita; sempre la stessa, anche se conservava una sua naturale eleganza. Finito il corso il sabato sera, avevamo l’aereo la domenica mattina che Roberto prese all’ultimo momento. Per giustificare il ritardo mi raccontò un’incomprensibile storia in cui alle 5 del mattino era rimasto fuori dal palazzo dov’era lo studio in cui dormiva, aveva tentato di rientrare chiedendo aiuto gesticolando ai passanti, era stato poi fermato da una volante della polizia che pattugliava Barcellona per le Olimpiadi e quasi arrestato, facendogli rischiare di perdere l’aereo. Nel racconto che lui mi fece riuscì a convincerli grazie al professore, che in teoria a quell’ora doveva essere a casa sua a dormire ma che nell’epica fantasia di Roberto invece era stato buttato giù dal letto ed era nel suo studio alle 5 del mattino. Col tempo il racconto diventò sempre più romanzato, una leggenda condivisa tra me e Roberto in cui prima i passanti, poi i poliziotti e infine perfino il professore lo avevano sospettato di terrorismo, se non altro per la sua lisa giacchetta azzurra. Insomma, insieme andavamo spesso a sbattere in eventi bizzarri e poco credibili.

Ricordo che quando iniziavano le vacanze d’estate lui staccava il telefono e fino al primo settembre per me era irraggiungibile, lui era solo per la sua famiglia e quando ci sentivamo di nuovo lo rimproveravo e lo colpevolizzavo a volte insultandolo bonariamente. La sua reazione era un silenzio olimpico con i suoi occhi cerulei e innocenti. Impossibile un conflitto aperto con lui perché diventava di pietra si chiudeva e non parlava, e io con la mia impulsività ero lì a provocarlo. La sua difficoltà allo scontro aperto credo che lo abbia danneggiato perché quando ha avuto ruoli importanti nella sanità pubblica non ha avuto desiderio né voglia di giocare partite relazionali complesse e sgradevoli e questo stress sicuramente in quegli anni lo portava disegnato sul viso anche se non ne parlava mai. Perché accanto alla difficoltà a fare scontri aperti Roberto aveva lo stoicismo delle persone che vengono da storie difficili e che sono abituate a soffrire. Lo stesso stoicismo con cui ha affrontato i problemi fisici della parte finale della sua vita e che ha sempre coperto con ironia surreale.

Quando ha conosciuto la sua moglie Brunella ero colpita perché in quel suo fare dolce e accondiscendente e dedito intuivo una volontà di acciaio. La battezzai Brunellik in modo che anche a lei fosse chiaro il rispetto che le portavo per la sua capacità di stargli vicino, sopportare le sue manie, proteggerlo da se stesso e costruirci una famiglia come è oggi la sua. E Brunella è rimasta ed è amica cara e preziosa.

Dopo che ha avuto il suo ictus tanti anni fa ci siamo visti qualche volta a Milano o a San Benedetto del Tronto dove Roberto è stato un didatta amatissimo ma quando andavo a Roma erano preziose le cene con lui e Brunella, sia quando i figli erano in casa ma anche quando se ne erano andati a vivere da soli, da grandi. E lì mozzarella e vino e chiacchiere. Roberto sapeva tutto ciò che accadeva nel mondo cognitivista della SITCC ma dalla distanza di chi è lontano da pettegolezzi e rancori.

Ogni volta ci siamo scambiati idee, abbiamo cercato di capire l’altro dove stava andando, ci siamo divertiti insieme, abbiamo riso e ci siamo dati appuntamenti per i ritorni a Roma. Roberto ed io abbiamo avuto una grande indipendenza di giudizio e preso spesso strade diverse, ma questo non ci ha mai impedito di discutere e arricchirci reciprocamente, collaborare e poi rimanere ciascuno della sua idea.

Quando è stato male l’ultima volta Brunellik mi ha telefonato alle 4 e dovevamo vederci in serata a casa sua finalmente dopo il COVID. E questo ultimo incontro con il mio unico amico romano rimasto non lo ho avuto e non lo posso più avere.

Non so bene come fare a continuare il nostro discorso. Devo accettare che non ci sia più. Che non possiamo più volerci bene, stimarci, litigare e prenderci in giro e farci compagnia.

Devo dare valore alle idee costruite insieme e alle persone che mi ha regalato, come Brunella o Antonio Scarinci, mi affiderò al ricordo per continuare un dialogo che non si può interrompere.

 

 

Roberto Lorenzini – I ricordi:

In memoria di Roberto Lorenzini

 

Ricordo di Roberto Lorenzini

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