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La principessa che aveva fame d’amore (2017) Come imparare a nutrire se stesse – Recensione del libro

La Principessa che aveva fame d’amore: molte donne imparano che l’unico modo per essere amate sia avere vicino un uomo che le nutrirà col vero amore

Di Elena Iannelli

Pubblicato il 23 Apr. 2021

Nel libro La Principessa che aveva fame d’amore, di Maria Chiara Gritti viene affrontato, attraverso la favola, il tema del nutrimento dell’anima e del cuore. Di come molte donne imparano che l’unico modo per essere amate sia quello di sacrificare se stesse pur di avere vicino il principe che le nutrirà con il vero amore. Un principe che però spesso resta un rospo, a cui si dà tutto, ricevendo in cambio poche briciole, oppure niente.

 

Un libro definito “geniale”, che, attraverso il racconto di ambientazioni magiche, affronta con delicatezza il dolore della dipendenza affettiva, ma soprattutto che sa rendere speciale il passaggio verso la rinascita di queste donne-principesse che necessitano soltanto di una guida e una bussola che le aiuti a rimettersi sulla giusta strada, quella verso se stesse.

Parte tutto da una leggenda, quella dei Pani che hanno un grande potere nutritivo, tanto da aiutare i bambini lungo la loro crescita a diventare adulti forti e capaci di trovare felicità e soddisfazione nella loro esistenza. Scopriamo così il Pane del Gioco, dell’Immaginazione, dell’Amicizia, dell’Impegno e tanti altri, fino a quello che completa tutto: il Pane dell’Amore. E’ il Pane più difficile da impastare, i suoi ingredienti sono nascosti nel cuore e solo chi ha il coraggio di avventurarsi li raggiunge. Ed è proprio su questa avventura che ruota il libro, l’avventura che è ricerca dell’amore, della pienezza nella propria vita, di ciò che rende davvero sazi.

Inizialmente però, quest’avventura nasce per trovare il principe che sazierà per sempre la fame della nostra protagonista (che da tempo è affamata); molte energie sono spese e investite per questo scopo. Viene così da pensare, leggendo di questo investimento: energie utilissime ma incanalate male. Quante volte capita infatti nella vita? Si investono tempo, risorse e abilità mentali, emotive e sociali in qualcosa che non funziona, nel ripetere ostinatamente la stessa strada nella speranza che stavolta possa essere diverso, che finalmente tutte quelle energie non siano state spese a vuoto ma avessero un senso, e il senso era ottenere l’amore tanto agognato di un principe.

Ma quello che si domanda l’autrice è questo: Come può una ragazza poco nutrita d’affetto riconoscere il sapore del vero amore?

Non è forse questa la strada per scambiare ogni rospo per un principe a cui darsi completamente, senza però ricevere granché in cambio? Ecco, questo è ciò che definisce la Dipendenza Affettiva, quella strana cecità del cuore che porta ad accontentarsi di un riempitivo qualunque.

Parliamo infatti di Dipendenza Affettiva quando il bisogno di stare con l’altra persona è così rigido da far dimenticare se stessi, i propri bisogni e la propria individualità; quando tutti gli sforzi, reali o mentali, sono concentrati sull’altro e sulla relazione, nonostante la palese infruttuosità. Solitamente si sviluppa a fronte di una forte insicurezza circa la propria identità, di un senso di vuoto affettivo, del non sentirsi riconosciuti e amabili se non attraverso la presenza dell’altro. “Se c’è l’altro allora esisto, allora mi amo”. Ed è per questo che si mette in gioco di tutto pur di avere l’altro vicino, per allontanare il dolore del sentire di non esistere e di non essere degni di amore.

La principessa di questa favola incarna perfettamente tutto ciò; attraverso l’annullamento totale dei propri bisogni, appare come la figlia perfetta. Questo perché, come succede alla protagonista, nella vita di chi sviluppa una dipendenza affettiva, le figure di riferimento sono presenti ma in modo ambivalente, e questo porta spesso a situazioni caratterizzate da una sorta di scambio di ruoli tra genitore e figlio (bambino- adultizzato e genitore-bambino). Nella favola i genitori sono troppo impegnati a cercare di soddisfare il loro vuoto nutritivo e si dimenticano di nutrire la figlia come si deve; da un lato, un padre il cui bambino interiore, denutrito e trascurato, prende il sopravvento richiedendo costantemente ciò che non ha mai ricevuto e dall’altro, una madre pronta ad annientarsi per quel bambino denutrito pur di averlo al suo fianco per sentirsi amata e degna. Ed è in tutto questo che la principessa-protagonista impara a non chiedere più nulla, a non dare “fastidio” ai genitori, anzi, a cercare lei stessa di alleviare i loro dolori facendo di tutto per accontentarsi dei Pani stanchi e senza sapore che le vengono propinati. Diventa col tempo una “brava bambina”, buona e obbediente, al completo servizio dei bisogni (esclusivamente) degli altri, perché, come tante donne, ha imparato che solo così si può essere amate, e, nonostante sia capace e piena di talenti, sacrifica tutto per soddisfare la sua vorace fame d’amore.

La principessa avrà molte difficoltà a riconoscere il vero amore, perché quel vuoto scavato dentro di lei è molto richiedente, distruttivo e pretende di essere riempito con qualsiasi cibo e come le donne che si aggrappano a storie deludenti, perfino violente, anche lei perde l’autostima, la fiducia in sé e la propria vitalità. Finisce col perdere se stessa in questa ricerca affannosa del principe che avrebbe dovuto riempire quel vuoto d’amore. Anni di denutrizione e di percorsi sbagliati le portano via anche la speranza e la convincono di non meritare amore.

Ma è proprio qui che può cominciare la rinascita, è proprio fermandosi dalla frenesia e dal rumore assordante del mondo che si ha la possibilità di ascoltare e comprendere la fame che ci si porta dentro. E attraverso la bellissima metafora che richiama il percorso della psicoterapia, la principessa persa comincia ad imparare tante cose su di sé che neanche immaginava, condivide il suo dolore con altre principesse come lei e intraprende il percorso verso ciò che davvero può nutrirla.

Proprio come molte donne, non è facile risalire dalla voragine in cui si sprofonda, il percorso è fatto di tanti ingredienti sconosciuti da scoprire dentro di sé più che al di fuori: amor proprio, autenticità, fiducia in sé, perdono per i propri errori, capacità di rendersi felice e di rendere piena la propria vita. E’ la metafora del salvare la propria bambina interiore, dimenticata in un angolo remoto del proprio cuore, a cui non è stato permesso di esprimere se stessa e a cui è stato fatto credere che solo un uomo potesse salvarla.

La principessa dovrà dedicare diverso tempo alla bambina nel suo cuore grazie alla scoperta dei suoi talenti e questo le consentirà di tornare a se stessa, di tornare a casa e diventare così la regina del suo cuore. Quando queste donne imparano a non accontentarsi più delle briciole possono prendere in mano la valigia dei sogni e andare nel mondo a realizzare i loro desideri, perché come insegna questa favola, l’unico modo di nutrire il vero amore è imparare a nutrire noi stesse.

 

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