E-THERAPY – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

La videoterapia in pandemia, l'intelligenza artificiale e la salute mentale. I contributi sull'E-Therapy all'European Conference on Digital Psychology

ID Articolo: 184298 - Pubblicato il: 19 aprile 2021
E-THERAPY – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021
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Durante la European Conference on Digital Psychology, negli interventi dedicati alla E-Therapy il dott. Stefano Porcelli, il dott. Tommaso Ciulli e la dott.ssa Laura Staccini ci parlano di videoterapia, intelligenza artificiale e salute mentale.

 

Messaggio pubblicitario La possibilità di comunicare, con le tecnologie attualmente disponibili, descrive un modo di adeguarsi nonché di concepire differenti tipologie di relazioni; più specificamente, riguarda le modalità con cui l’uomo arricchisce i “vecchi” legami con l’altro.

McLuhan, parecchi anni fa, definì i media «come estensioni del sé», ma quel che più interessa – e che emerge dai contenuti di questo articolo –  è l’”aura” che circonda il messaggio rispetto al suo contenuto. Così, possiamo dire, che “la videoscrittura non è una lettera” e “la videoterapia non è un incontro vis-à-vis”, non per mero riscontro sensoriale ma per le qualità della comunicazione stessa. Tuttavia, non va commesso l’errore di stabilire una rigida gerarchia che veda più importante l’una rispetto all’altra.

Va tenuto presente che, ogniqualvolta comunichiamo con un medium, oltre l’estensione c’è da prendere in considerazione la «narrazione del sé»: l’individuo ritrova o, meglio, incontra il proprio sé nell’immagine “reale” del virtuale.

Ma così com’è importante incontrarsi con sé stessi, bisogna anche respirare all’unisono con il mondo e le persone che ci circondano. Per tale motivo, in una società che sempre più “virtualizza” le funzioni cognitive (cit. Pierre Lévy) e pronta a combattere ogni forma di “malnutrizione tecnologica”, è necessario esaminare i fatti più intimi che intessono la biografia del virtuale (‘qualcosa che non esiste in atto’), mettendo a fuoco gli elementi oggettivi, a volte controintuitivi: “le terapie on-line possono considerarsi come un surrogato, una seconda scelta, delle sessioni faccia a faccia?”

La videoterapia è stata a lungo disapprovata da alcuni specialisti – e stigmatizzata da molti utenti – per la gracilità dell’effetto terapeutico dovuta ad un “impasto” (la teoria di vista, udito e sensazioni comunicati nel virtuale) troppo decadente per rivelarci le peculiarità dei rapporti interpersonali a cui siamo stati per tanto tempo abituati. A tutto ciò si aggiunga il rischio di una navigazione “in rete” contaminata o, a volte, l’impossibilità di utilizzare un luogo dove effettuare la consulenza on line. Come comprenderemo con le testimonianze scientifiche e statistiche in questa sede, è presente una certa compiacenza nel “virtuosismo creativo” della videoterapia da parte del paziente che fa intendere come, tale gracilità, soprattutto questo periodo, si riveli preziosa.

“Adattarsi” ai periodi pandemici grazie alla videoterapia

Durante la European Conference on Digital Psychology, negli interventi dedicati alla E-Therapy, il dott. Stefano Porcelli, medico del Centro Santagostino, traccia la ricchezza delle percentuali delle videoterapie effettuate durante il periodo pandemico Covid-19, facendo intendere un presagio più che positivo sulla loro efficacia. Durante tale periodo, le prestazioni specialistiche di salute mentale definite “urgenti“ sono state erogate dal nostro sistema sanitario, ma si è utilizzato questo arco temporale come un’opportunità al passaggio sulla videoterapia, spiega Porcelli che, in modo accurato e meticoloso, illustra le statistiche dei differenti periodi pandemici:

  • 1° periodo: pre-emergenza Covid-19  (dal 1° gennaio 2020 al 22 febbraio);
  • 2° periodo emergenza: pre-lockdown (dal 24 febbraio all’11 marzo);
  • 3° periodo di lockdown (dal 12 marzo al 4 maggio).

In questi tre periodi sono stati registrati il numero medio di visite per settimana.

Nel 1° periodo (preso come paragone) erano presenti circa 1900 prestazioni a settimana con una piccolissima percentuale di videoterapie (1,6%); all’arrivo del 2° periodo si è assistito ad un abbassamento delle prestazioni erogate (di circa il 9%) in cui è stato presente un progressivo coinvolgimento dei pazienti in terapia modalità video. Con il 3° periodo la percentuale di tutte le visite sale al 90%. Lo stesso incremento è stato registrato per le prime visite o per le visite psichiatriche. Tuttavia le visite di psicoterapia hanno dimostrato una riduzione nettamente inferiore rispetto alle visite psichiatriche con una riduzione del 6,2% in fase iniziale e 11,90% in fase di lockdown.

E Therapy il passaggio della psicoterapia al virtuale Report ECDP Imm 1

E’ interessante notare come, nella fase iniziale, quando è stato proposto ai pazienti di passare in modalità on line, una buona parte ha preferito attendere per svolgere la terapia di presenza (si è registrato in questo frangente un calo del 45% circa delle prestazioni per 2 settimane).  Tuttavia, quando è stato chiaro a questi pazienti che l’emergenza fosse proseguita, tanti tra questi hanno aderito alla modalità on line. Al contrario le prime visite hanno avuto una riduzione progressiva ( durante il lockdown sono precipitate, con un calo del 60%).

Altra interessante rilevazione è emersa con l’autunno del 2020 in cui le misure sociali per contenere il virus erano davvero minime, tuttavia, per quanto concerne tutte le visite e le prime visite e quelle psichiatriche, (rispettivamente il  23%; 44%; 38,9%) i pazienti hanno preferito mantenere la modalità on-line. Con l’arrivo della “seconda ondata” (novembre 2020) – e le restrizioni maggiori – hanno provocato un ulteriore aumento dell’utilizzo delle video-terapie, riferisce Porcelli.

Questi dati descrivono come il “sistema” è stato reattivo all’emergenza in atto adattandosi rapidamente grazie alla videoterapia.

Salute mentale e Intelligenza Artificiale

Messaggio pubblicitario Il secondo intervento del tema E-therapy è del dott. Tommaso Ciulli, psicologo e psicoterapeuta, esperto di realtà aumentata che ci spiega come alla ricerca sono emerse tre macrocategorie legate alla salute mentale: Persone, Società, Servizi. Le persone hanno dimostrato un certo stigma e drop-out verso i servizi connessi alla salute mentale e anche la disponibilità economica ha influito durante il Covid-19.

Spostandoci sui servizi  vengono evidenziate le risorse, soprattutto a livello umano – e non solo economico – in diminuzione, questo ha spinto le persone a rivolgersi al privato.

Infine, spostandoci sulla categoria Società, notiamo un abbassamento di investimenti ma un aumento della digitalizzazione, dell’ICT (‘Tecnologie della Comunicazione e Informazione’). Il vantaggio dell’ICT (nella fattispecie app, software, chat, mail, etc.) – connesse alla Mental Health – riguarda la riduzione dei costi, l’aumentata accessibilità ai servizi, la riduzione del drop-out, etc.

Soffermandoci alle APPs, sono programmi che principalmente hanno il vantaggio di raggiungere milioni di persone e di essere  economiche; hanno la potenzialità di raccogliere una serie di dati (‘data collection’); possono essere disturbo-specifici anche se, purtroppo, rispecchiano un meccanismo “preconfigurato” a livello generale, spiega Ciulli. Ma il difetto più interessante (e sul quale porre rimedio) mancano di “relazione” e computazione dello stile di vita del paziente.

E-Therapy: il passaggio della psicoterapia al virtuale - Report ECDP

Si mira pertanto alla conversational agent, ovvero un sistema IA (affiancato all’app) in grado di conversare, comprendere, analizzare e fare una sintesi di quello che la persona scrive e riproporlo con determinati “intent” alla stessa col fine di incrementare il successo della terapia. Gli scopi principali: “disegnare” l’intervento sulla persona; aumentare la scalabilità degli interventi; migliorare la relazione tra l’app e l’utente, etc. Tutto ciò  in un sistema in cui le informazioni che circolano vengono “reintegrate” e riutilizzate per la ri-progrettazione del sistema stesso.
Altresì, Ciulli, ci parla del progetto di ricerca Co-Adapt, atto a migliorare le capacità di adattamento delle persona. Nello specifico si propone di sostenere il benessere psicologico (le capacità di adattamento) e la qualità di vita degli individui mediante l’utilizzo di strumenti di IA.

Ciulli si interroga su «come aumentare queste capacità?» che sono coinvolte sul piano dell’Ambiente, le Abitudini, le Strategie Adattative e la Consapevolezza (e loro interazione). Illustra così un framework  composto da quattro aspetti principali: 1) le app di salute mentale (che ci permettono di inserire note, seguirci durante gli esercizi fisici, guardare dei video, scambiare sms con lo psicologo, etc.); le wearable device, ovvero i ‘dispositivi elettronici indossabili’ in grado di raccogliere dati (battito cardiaco, risposta cutanea, etc.) per tutta la durata della supervisione; il conversional agent, capire ciò che la persona scrive e restituirla al soggetto aumentando la consapevolezza su ciò che accade intorno. Tutto questo all’interno di una metodologia SMT (‘stress management training’) e CBT (‘Psicoterpia Cognitivo-comportamentale’) al fine di fornire alla persona tutti gli strumenti per fronteggiare lo stress e migliorare le sue capacità di adattamento (e.g. strategie di problem solving).

È indispensabile, in quest’ottica, acquisire più dati possibili per utilizzarli al fine di migliorare la potenza di intelligenza del conversational agent a tal punto da permette la personalizzazione dell’intervento.

La soddisfazione del paziente per le videoterpia

L’ultimo contributo di questa sezione è della dott.ssa Laura Staccini, che spiega come la videoterapia stia rimpiazzando quella tradizionale:

c’è una sincronicità temporale tra paziente e terapeuta ma non esiste uno spazio fisico condiviso. La videoterapia è adatta per chi presenta difficoltà logistiche o vive in aree geografiche in cui è limitata o non sussiste una adeguata risposta al trattamento, ma anche per quei pazienti che desiderano risparmiare in termini economici.  

La videoterapia ha degli outcome, dei risultati clinici, simili alla psicoterapia classica anche se è sono poche chiare le  variabili che influenzano e predicono la soddisfazione del paziente rispetto alla psicoterapia vis-à-vis.

Questo argomento ha riguardato la sua ultima pubblicazione. Obiettivo dello studio è stato concentrarsi sulle variabili che predicono la soddisfazione del paziente. È stato così coinvolto un campione di 111 pazienti (età media 34 anni; range di età 18 ai 70 anni; in prevalenza donne) tramite questionario inviato via mail.

Dai dati acquisiti emerge come il 37% dei pazienti non conosceva l’orientamento del proprio psicoterapeuta; mentre, per la psicoterapia adottata da quest’ultimo: il 30 % seguiva la CBT, il 17% quella sistemica o interpersonale  e il 16 % la psicodinamica o psicoanalisi.

I primi risultati riguardano lo scetticismo  e la familiarità rispetto alla videoterapia. Si sottolinea che il 92% non ha mai avuto esperienza di terapia on line e circa 1/3 dei pazienti era scettico.

Tuttavia, è emerso che una buona soddisfazione rispetto alla location in cui l’88% circa dei pazienti non ha mai avuto difficoltà a trovare un luogo per la psicoterapia: poco più della metà si sentiva a proprio agio nel luogo dove svolgerla, anche se c’era una preferenza per la videoterapia vis-à-vis. Il 36% di pazienti si è sentito a proprio agio non percependo alcuna differenza rispetto quest’ultima.

Una bassa percentuale di pazienti (14%) si è sentito privato dello spazio fisico abituale della terapia e un’altra piccola percentuale (circa il 12%) si è sentito infastidito a non vedere il terapeuta nel solito luogo.

Per quanto riguarda le problematiche tecniche legate all’usabilità degli apparati tecnologici è stata registrata una percentuale trascurabile (3% circa) che ha avuto difficoltà sull’utilizzo degli apparati o dei software, mentre una percentuale considerevolmente maggiore (l’8,1%) con la connessione.

I risultati dimostrano come l’83% circa dei pazienti si è sentito sempre “connesso emotivamente” con il terapeuta nonostante la modalità video e addirittura il  44% si è sentito più disinibito e spontaneo rispetto alla modalità vis-à-vis. Inoltre, dato altrettanto interessante, il 60% dei pazienti non ha avuto dubbio sull’efficacia della comunicazione con il terapeuta.  Complessivamente la percezione dell’efficacia delle videoterapie hanno prodotto risultati molto buoni in cui la soddisfazione è stata indipendente dalla tipologia di psicoterapia utilizzata.

È fondamentale, dunque, porre attenzione sul luogo dove il paziente svolge la videoterapia e le capacità sull’utilizzo del device; prima di iniziare la psicoterapia mettere in chiaro il luogo, le capacità tecniche del paziente e fare di tutto affinché egli non percepisca la distanza emotiva dal terapeuta.

 

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