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Il fantasma dell’attaccamento nell’adulto: base sicura o schiavitù indelebile

Centrali nell'attaccamento sono i modelli operativi interni, rappresentazioni mentali costruite nella relazione che hanno un'influenza anche in età adulta

ID Articolo: 180094 - Pubblicato il: 03 dicembre 2020
Il fantasma dell’attaccamento nell’adulto: base sicura o schiavitù indelebile
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I ‘Modelli operativi interni’ rappresentano la capacità di interiorizzare e ripetere modelli di relazione e discendono dalle esperienze ripetute nel tempo che diventano per il bambino – e in seguito per l’adulto – un modo per prevedere la realtà e l’altrui comportamento e costruirsi un’idea sul mondo.

 

L’attaccamento: dalle origini prima di Bowlby

Messaggio pubblicitario John Bowlby, psicologo e psicoanalista inglese (Londra, 26 febbraio 1907 – Isola di Skye, 2 settembre 1990) elaborò la Teoria dell’attaccamento con la quale focalizzò la sua attenzione sul legame instaurato tra madre e bambino sin dagli albori della venuta al mondo di quest’ultimo e ipotizzando l’influenza prodotta da tale rapporto sulla futura vita adulta del cucciolo di umano.

In seguito alla fine dei suoi studi in medicina presso l’università di Cambridge, Bowlby prese parte alla Società Psicoanalitica britannica facente parte dell’International Psychoanalytical Association. In questo periodo la società psicoanalitica inglese si trovava ad affrontare le questioni relative al vissuto del bambino dal punto di vista di due orientamenti che si ponevano agli antipodi, la ‘Teoria pulsionale’ di Anna Freud e la ‘Teoria delle relazioni oggettuali’ di Melanie Klein (Tani, 2007). Nello specifico, per Anna Freud, il legame madre-bambino trovava la sua possibilità d’essere nella libido, ‘scaricata’ grazie al seno materno, che diventava così il mezzo con il quale il bambino poteva attenuare una tensione relativa al bisogno di nutrimento, che sarebbe altrimenti potuta divenire vera e propria angoscia (Tani, 2007). Era dunque in questo contesto e grazie a questo scambio che la madre poteva rappresentare per il figlio un oggetto d’amore che con la sua presenza lo potesse sottrarre al pericolo legato a un mancato soddisfacimento di bisogni primari, quale, in questo caso, quello del nutrimento.

Contrapposta a questa posizione si poneva quella di Melanie Klein, la quale, invece, ipotizzò la presenza di una relazione oggettuale primitiva nella quale non solo il seno come oggetto libidico primo assumeva importanza, ma pure un certo istinto di morte. La Klein, infatti, sosteneva che la relazione madre – bambino fosse caratterizzata da una certa invidia primitiva e da fantasie sadiche (Tani, 2007).

Da Bowlby in poi

Da questo duplice scenario teorico Bowlby si distanziò, sottolineando per la prima volta l’importanza non più rappresentata da un aspetto meramente sessuale, quanto piuttosto dalla sicurezza, considerando dunque l’attaccamento in quanto processo connesso non all’oralità ma alla qualità dei bisogni di accudimento e ad una adeguata risposta materna. Bowlby, infatti, riteneva che, sin dalla nascita, il bambino è una persona in relazione ad altri individui, non solo un organismo che vive in uno stato solipsistico e alienato dal contesto e che, tutt’al più, sfrutterebbe unicamente per scaricare la propria tensione interna o per soddisfare la sua necessità di nutrimento (Tani, 2007). L’attenzione per la relazione e per il legame stabilito precocemente tra il bambino e le figure di accudimento, fu altresì incentivata dalle esperienze lavorative di Bowlby in due clinche di Londra, grazie alle quali poté osservare direttamente i bambini e il loro sviluppo relazionale, attitudine, questa dell’osservazione diretta, di cui la psicoanalisi era invece manchevole (Tani, 2007).

Grazie a queste esperienze Bowlby appurò le conseguenze patologiche che i bambini istituzionalizzati o ospedalizzati e separati dalle famiglie d’origine manifestavano in modo significativo (Tani, 2007). Gli effetti drammatici della deprivazione da cure materne furono spiegati da Bowlby facendo, in primo luogo, riferimento all’etologia e ai lavori di Lorenz (1963), il quale osservò attraverso il fenomeno dell’imprinting, una risposta di seguitazione innata nei piccoli delle oche che seguono un oggetto in movimento, solitamente la madre, e che, se allontanati dall’oggetto, manifestano riposte d’angoscia, indipendentemente dalla possibilità di ricevere cibo (Tani, 2007). Altresì, Bowlby si rifece agli esperimenti condotti da Harlow sui macachi, i quali, separati dalle madri naturali e cresciuti da madri ‘surrogate’, alcune costruite con semplice filo in metallo ma provviste di biberon contenente del latte ed altre invece sprovviste di latte ma rivestite in tessuto, tendevano a preferire le madri ‘morbide’, mostrando dunque quanto l’esigenza di ricevere calore fosse maggiore della necessità di ricevere nutrimento (Tani, 2007). Gli esperimenti di Harlow mostrarono non soltanto questo bisogno dei cuccioli ma anche le conseguenze negative e i disturbi psicologici prodotti dalla mancanza di accudimento e contatto materno che, al contrario, non venivano manifestati in caso di risposte materne adeguate che assicurassero ai piccoli la possibilità di sperimentare un senso di sicurezza, curiosità, autonomia e successiva indipendenza e di fare dunque esperienza di una ‘base sicura’.

La teoria dell’attaccamento: nascita e sviluppi

Alla luce delle osservazioni rilevate dagli studi condotti sui cuccioli di animali, oltre che dalla sua esperienza clinica, Bowlby elaborò la Teoria dell’Attaccamento, inteso come un sistema comportamentale di controllo, un’organizzazione interna all’individuo, il cui obiettivo è quello di stabilire o mantenere legami con la cosiddetta figura di attaccamento – che fornisce accudimento e calore – consentendo alla persona di fare esperienza di una condizione relativamente stabile fra se stesso e l’ambiente, nella quale ci si possa sentire al sicuro (Tani, 2007). Bowlby ha dunque teorizzato l’attaccamento come:

  • un’attitudine biologica del bambino verso la figura di accudimento primaria: Bowlby definisce ‘figura materna’ la persona primariamente responsabile della cura del bambino;
  • una motivazione intrinseca volta alla ricerca di contatto e legami che assicurino una certa sicurezza;
  • un sistema di controllo orientato alla creazione di un equilibrio fra il mantenimento di una certa vicinanza e la possibilità di esplorazione dell’ambiente circostante;
  • un comportamento volto alla sopravvivenza.

Nello studio di Bowlby, inoltre, due riflessioni appaiono centrali, in primo luogo il tipo di attaccamento che il bambino svilupperà dipenderà dalla qualità delle cure materne ricevute, in secondo luogo, le caratteristiche dei primi legami di attaccamento influenzeranno significativamente la personalità e la visione del bambino di se stesso e dell’altro da sé (Tani, 2007).

Tipi di attaccamento nella Strange Situation

La teoria di Bowlby fu successivamente validata empiricamente da Mary Ainsworth, sua stretta collaboratrice, la quale sviluppò la cosiddetta Strange Situation, una procedura semi-sperimentale condotta in laboratorio per la raccolta di dati che consente di osservare e valutare il comportamento di attaccamento, quello esplorativo e quello affiliativo, per le madri e i figli. Grazie allo studio condotto da Ainsworth, ad oggi possiamo osservare tre tipologie di attaccamento:

  • Attaccamento sicuro: in questo pattern comportamentale il bambino è sicuro, manifesta al distacco dalla madre un disagio che riesce ad essere facilmente ridotto al rientro di quest’ultima. I bambini con attaccamento sicuro fanno esperienza di un comportamento materno sensibile e responsivo e di adeguate risposte alle proprie esigenze;
  • Attaccamento insicuro-evitante: di questa categoria fanno parte i bambini che evitano una vicinanza significativa con la madre e non mostrano segni di disagio al distacco, evitando il contatto quando quest’ultima fa ritorno da loro. Si tratta di un meccanismo di difesa col quale il bambino eviterebbe la delusione conseguente alla convinzione che la sua richiesta di bisogno non sarà soddisfatta e che dovrà cavarsela da solo. Il bambino, in questo caso, fa esperienza di una madre che lo respinge, non lo accoglie e non lo conforta, facendo sì che il piccolo si sentirà non amato, insicuro di esplorare l’ambiente e certo di essere sempre rifiutato;
  • Attaccamento insicuro-ambivalente: in questa modalità rientrano bambini che mostrano disagio e irrequietezza durante la registrazione oppure anche solo all’arrivo in una situazione nuova e sconosciuta. Questo accade perché il bambino fa esperienza di un genitore che risponde in modo ambivalente alle sue richieste, mostrando una disponibilità altalenante. Questo stile comportamentale comporterà nel bambino sentimenti di angoscia al distacco dalla figura d’attaccamento, paura per possibili abbandoni, la convinzione di non essere amabile e un’esplorazione del mondo ansiosa e densa di timore.

Successivamente, gli studiosi Main, Salomon e Weston definirono un quarto stile di attaccamento per quei bambini che risultavano non possedere le caratteristiche di nessuno degli altri pattern. Stiamo parlando dell’Attaccamento disorganizzato, uno stile in cui il bambino mostra segni di agitazione e pianto significativo al distacco dalla madre, oppure evitamento durante il ricongiungimento. Ricerche e studi hanno appurato che tale stile si riscontra spesso in campioni ad alto rischio (psicopatologia presente nei genitori, basso livello socio-culturale, maltrattamenti e abusi fisici) (Main e Hesse, 1990).

I modelli operativi interni

Messaggio pubblicitario Indagini sulla Strange Situation hanno mostrato la forte predittività di questa procedura e numerose ricerche hanno verificato il legame fra il tipo di comportamento materno e il successivo sviluppo del bambino. Infatti, i comportamenti responsivi, attenti e sensibili delle madri, rappresentano una base sicura per il proprio piccolo che affronterà con maggiore facilità e in modo adattivo e funzionale l’esplorazione dell’ambiente o eventuali distacchi e separazioni. Al contrario, l’inadeguatezza delle risposte materne comporteranno nel bambino scarsa fiducia in sé e nell’altro da sé e inadeguate capacità sociali.

In questo contesto si inserisce il costrutto dei Modelli operativi interni introdotto da Bowlby nel 1969 che si riferisce a rappresentazioni mentali che si costruiscono nella relazione e nell’interazione con l’altro da sé. Nello specifico, i ‘Modelli operativi interni’ rappresentano la capacità di interiorizzare e ripetere modelli di relazione e discendono dalle esperienze ripetute nel tempo che diventano per il bambino – e in seguito per l’adulto – un modo per prevedere la realtà e l’altrui comportamento e costruirsi un’idea sul mondo.

Conclusioni

Esaminare la Teoria dell’attaccamento e gli aspetti ad essa connessi ci porta a considerare anzitutto il concetto di ‘cure materne’ come non unicamente riferibile al soddisfacimento dei bisogni fisiologici primari, ma pure e in particolar modo all’adeguatezza della risposta fornita ai bisogni emotivi e affettivi del bambino. È stato ampiamente dimostrato l’effetto deleterio della deprivazione da cure materne nella personalità del futuro adulto. Allo sviluppo di un Io forte o debole contribuiscono significativamente, infatti, il tipo di relazione instaurata sin dai primi momenti di vita tra il bambino e la figura di attaccamento di riferimento. Un caregiver responsivo, sensibile e attento consentirà al bambino di sperimentare emozioni positive e di fiducia in se stesso e nell’Altro, aiutandolo ad affrontare in modo adattivo ogni situazione nuova che incontrerà sul suo percorso e a diventare un adulto sicuro. L’attaccamento, se adeguato, può dunque rappresentare una base sicura per tutta la vita di un individuo sin dalla sua nascita o, al contrario, rappresentare un destino spiacevole. Prendiamoci cura dei piccoli.

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Bibliografia

  • Tani, F. (2017). Normalità e patologia dello sviluppo. Firenze, Giunti.
  • Main, M., Hesse E. (1990) “Parents unresolved traumatic experiences are related to infant disorganized attachment status: Is frightened and/or frightening parental behavior the linking mechanism?”. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti, E.M. Cummings (Eds), Attachment in the preschool years. Theory, research and intervention, University of Chicago Press, Chicago, 161-184.
  • Bowlby J. (1969), Attachment and loss. I: Attachment, Hogart Press, London (tr.it. Attaccamento e perdita. Vol. I: Attaccamento alla madre. Torino, Boringhieri, Torino, 1975).
  • www.psiconline.it
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