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Possiamo ereditare i traumi dei nostri antenati?
 L’epigenetica può darci una risposta

Gli effetti di un trauma potrebbero essere legati ad alterazioni dell’espressione dei geni tramandati nelle generazioni, fenomeno studiato dall'epigenetica

ID Articolo: 178870 - Pubblicato il: 06 novembre 2020
Possiamo ereditare i traumi dei nostri antenati?
 L’epigenetica può darci una risposta
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L’epigenetica ci consente di studiare ed analizzare i meccanismi molecolari attraverso i quali le situazioni ambientali possono influenzare l’espressione genica senza modificare le sequenze inscritte nel DNA.

Giulia Balerci e Serena Pierantoni – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Messaggio pubblicitario Eventi positivi o negativi, traumi o semplicemente eventi stressanti possono influenzare il comportamento umano nel tempo. L’aspetto rivoluzionario che alcuni studi stanno dimostrando riguarda la possibilità di una ‘trasmissione transgenerazionale’ del trauma a livello epigenetico.

In letteratura compaiono sempre più ricerche che dimostrano come gli effetti di un ambiente negativo si possano riflettere sulle generazioni future. Carestie, guerre e catastrofi naturali verificatesi durante la vita dei nonni sembra possano influenzare l’aspettativa media di vita dei nipoti, suggerendo dunque che le conseguenze di una condizione ambientale possono essere ereditate (Pembrey et al., 2006).

Una delle domande che affascina da sempre l’uomo è ‘come diventiamo quello che siamo?‘.

Per rispondere a tale domanda la ricerca in psicologia si sta impegnando nel cercare di comprendere come la predisposizione genetica e le esperienze salienti della vita possano modellare il comportamento umano e lo sviluppo psicologico.

Gli effetti di un trauma potrebbero essere legati ad alterazioni dell’espressione dei geni, che si perpetuano anche in assenza dell’evento che le ha generate. Al contrario della sequenza di DNA, che è per lo più statica per tutta la durata della vita, i marcatori epigenetici possono subire cambiamenti importanti nel corso dello sviluppo pur non alterando il codice genetico del DNA. L’epigenetica, dunque ci consente di studiare ed analizzare i meccanismi molecolari attraverso i quali le situazioni ambientali possono influenzare l’espressione genica senza modificare le sequenze inscritte nel DNA.

I cambiamenti epigenetici consistono in numerosi processi biochimici, tra cui metilazione e idrossimetilazione del DNA, acetilazione degli istoni, fosforilazione e ubiquitinazione.

Questi processi si dimostrano influenzati dall’esposizione ambientale e modellano l’attività trascrizionale dei geni senza cambiare il codice genetico sottostante.

È stato dimostrato che il trauma psicologico induce cambiamenti epigenetici che possono avere effetti a breve e lungo termine sulla funzione neuronale, sulla plasticità cerebrale e sugli adattamenti comportamentali agli stress psicologici (Zannas et al., 2015). In particolare, lo studio di Hannon et al. (2016) sull’epigenoma delle regioni della corteccia prefrontale di individui con diagnosi di schizofrenia, disturbo bipolare e controlli, ha identificato modifiche epigenetiche coinvolte nello sviluppo e nel metabolismo neuronale.

Un concetto importante che emerge dagli studi epigenetici nel Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) è che i cambiamenti della metilazione del DNA indotti dal trauma possono essere allele specifici e possono interagire in modo complesso con il patrimonio genetico e l’esposizione al trauma. Queste interazioni possono influenzare l’espressione dei geni coinvolti nelle risposte allo stress, nella funzione dei neurotrasmettitori e nella regolazione immunitaria, contribuendo alla generazione di endofenotipi di vulnerabilità o resilienza (Zannas et al., 2015).

Il PTSD si può manifestare in persone che hanno subito o hanno assistito a un evento traumatico, catastrofico o violento, oppure che sono venute a conoscenza di un’esperienza traumatica accaduta ad un familiare o una persona cara. Se la sofferenza si prolunga per oltre un mese dall’esposizione al trauma e interferisce significativamente con la vita lavorativa, sociale o scolastica dell’individuo, attraverso la comparsa di sintomi quali ricordi involontari ed intrusivi dell’evento, evitamento, alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni, iperattivazione dell’arousal e della reattività, reazioni dissociative, intensa e prolungata sofferenza psicologica va posta la diagnosi di PTSD (American Psychiatric Association, 2014).

Un fattore da considerare è anche il momento dell’esposizione traumatica e la sua relazione temporale con i cambiamenti epigenetici e lo sviluppo di PTSD. Il trauma nelle prime fasi della vita è associato a cambiamenti epigenetici duraturi. Da studi recenti è stato dimostrato che la metilazione del DNA e l’acetilazione dell’istone sono coinvolti in ogni fase della memoria della paura, dal consolidamento iniziale all’estinzione e al potenziamento a lungo termine, processi che hanno dimostrato di essere alterati nei pazienti con PTSD (Zannas et al., 2015).

Diverse ricerche, condotte soprattutto su campione animale, stanno dimostrando che i cambiamenti indotti dallo stress nella metilazione del DNA possono essere ereditati.

Nello studio di Dias e Ressler (2014) si mostra come i topi a cui è stato insegnato a temere l’odore delle ciliegie abbinandolo ad una scossa elettrica, hanno avuto cuccioli (prima e seconda generazione) che hanno mostrato a loro volta segni di ansia quando venivano esposti a quello stesso odore, anche se non avevano mai appreso l’associazione dolorosa. Osservando il codice genetico della prole, i ricercatori hanno scoperto che uno dei geni olfattivi aveva sviluppato ipermetilazione del DNA. Un altro studio ha dimostrato che la separazione materna cronica e imprevedibile induce comportamenti depressivi, non solo nella prima generazione di topi, ma anche nella loro prole (Franklin et al., 2010).

Un ulteriore esempio di epigenetica comportamentale negli animali si trova nella ricerca condotta da Tracy Bale (neurobiologa alla University of Maryland School of Medicine), nella quale topi maschi sono stati allevati in modo da sperimentare un’infanzia traumatica inclinando le loro gabbie o lasciando le luci accese di notte, scoprendo che, in risposta, i topi avevano sviluppato un cambiamento nel loro comportamento genico in relazione a come affrontare lo stress. E l’aspetto ancora più interessante riguarda il fatto che anche la progenie di questi topi maschi è risultata meno reattiva agli ormoni dello stress rispetto a un gruppo di controllo (Barish, 2018).

Sembra dunque possibile che, oltre ad ereditare dai nostri nonni e bisnonni gioielli ed averi, potremmo ricevere in eredità anche dei marcatori epigenetici, che andrebbero a formare una sorta di memoria biologica delle esperienze e di ciò che questi hanno appreso nel corso della vita. Pensiamo alle storie sulle prigionie di guerra, l’olocausto, le carestie che ci sono state raccontate dai nostri antenati e riflettiamo su quanto sia affascinante pensare che una traccia delle paure, delle sofferenze e dei traumi vissuti possano essere impressi nel nostro epigenoma.

Possiamo descrive questo processo usando le parole di Mark Klein:

I miei genitori sono sopravvissuti all’Olocausto e, con ogni probabilità, hanno avuto la loro epigenetica profondamente influenzata da quell’esperienza. In un senso molto reale, quindi, l’Olocausto è stato impresso in ciascuna delle mie cellule, alla nascita, e lo stesso vale per Hannah, mia figlia. Le nostre esperienze possono così rimbalzare attraverso le generazioni a un livello biologico profondo: un pensiero che fa riflettere per un genitore (Kellermann, 2013).

Integrando fattori ereditari e ambientali, l’epigenetica aggiunge una nuova e più completa dimensione psicobiologica alla spiegazione della trasmissione transgenerazionale del trauma.

Messaggio pubblicitario Un processo in cui un trauma che è accaduto alla prima generazione viene trasmesso alla seconda e terza generazione. Questa ipotesi suggestiva è confermata da diversi studi condotti su figli di sopravvissuti all’Olocausto, veterani di guerra, genitori affetti da PTSD che mostrano una marcata e generale vulnerabilità allo stress in assenza di esperienze traumatiche. Sembra che questi individui, che ora sono adulti, abbiano in qualche modo assorbito il trauma represso e insufficientemente elaborato dei loro genitori. Studi condotti sui gemelli hanno evidenziato che il rischio di PTSD è associato a una vulnerabilità genetica sottostante e che oltre il 30% della varianza associata al PTSD è correlata a una componente ereditaria, in particolare può essere osservata nei marcatori epigenetici che influenzano i modelli di espressione genica nel sistema nervoso (Skelton, et al., 2012). Ancora altri studi dimostrano che bambini di famiglie in cui almeno un genitore ha subito torture presentano sintomi psicopatologici, come sintomi depressivi, sintomi di stress post-traumatico, somatizzazione e disturbi comportamentali più spesso rispetto ai bambini di famiglie in cui nessuno dei genitori ha subito torture o violenze (Daud et al., 2005). Dal lavoro di Braga et al. (2012) emergono altri dati interessanti: dall’analisi di numerosi casi clinici di pazienti sopravvissuti all’Olocausto si più identificare una sorta di ‘sindrome del sopravvissuto’ che viene perpetuata da una generazione alla successiva; sempre studi su casi clinici riportano una vasta gamma di sintomi affettivi ed emotivi trasmessi nel corso delle generazioni quali sfiducia nel mondo, compromissione della funzione genitoriale, dolore cronico, incapacità di comunicare i sentimenti, paura costante del pericolo, pressione per il rendimento scolastico, ansia da separazione e iperprotettività all’interno del sistema familiare.

Secondo Kellerman (2013) sono diversi i fattori da considerare quando si tratta della trasmissione del trauma: modelli relazionali disfunzionali, paure e ansie dei genitori che poi possono influenzare lo stile genitoriale, comportamenti problematici dei figli, modelli socioculturali appresi ed inoltre il disturbo del genitore potrebbe essere trasferito geneticamente al bambino, che sarebbe quindi predisposto a determinate risposte allo stress biologico. La trasmissione del trauma potrebbe dunque dipendere da uno, da tutti o da una combinazione di questi fattori.

Un approccio simile è quello di Jablonka e Lamb (2005) i quali nel loro libro Evolution in Four Dimensions suggeriscono che la trasmissione intergenerazionale possa avvenire su vari livelli:

  • livello stabilito della genetica;
  • livello epigenetico che coinvolge variazioni nell’espressione dei geni durante i processi di sviluppo
    che vengono successivamente trasmesse durante la riproduzione;
  • livello di trasmissione delle tradizioni comportamentali (es. preferenze alimentari);
  • livello socioculturale, comprendente le tradizioni tramandate con il linguaggio e la cultura.

Nello studio della trasmissione transgenerazionale del trauma bisogna prestare una particolare attenzione a non confondere la trasmissione transgenerazionale con un’influenza diretta genitore-figlio. Ad esempio, genitori iperprotettivi attraverso i loro comportamenti possono trasmettere le loro paure ai figli rendendoli ansiosi, o ancora genitori affetti da PTSD condizionano i propri figli attraverso una sorta di contagio emotivo. In questi casi i bambini possono essere considerati essi stessi sopravvissuti al trauma primario. Mentre il processo di trasmissione transgenerazionale del trauma è più difficile da delineare, in questo caso il bambino eredita il dolore e la sofferenza dei genitori traumatizzati pur non entrandovi direttamente in contatto. In pratica la progenie dei sopravvissuti al trauma sarebbe in qualche modo ‘programmata’ per esprimere una specifica risposta cognitiva ed emotiva in determinate situazioni difficili. Nei figli di genitori con PTSD si innescherebbe un sistema disfunzionale che, ad esempio, può generare un attacco di panico e attivare la reazione di ‘lotta e fuga’ come se l’individuo si trovasse in una situazione minacciosa anche quando questa in realtà non lo è. Questa sorta di cortocircuito cerebrale causerebbe una maggiore vulnerabilità allo stress in determinate condizioni (Kellerman 2013).

Uno studio condotto da ricercatori del National Bureau of Economic Research sulla Guerra di Secessione (1863-1864) ha scoperto che i figli dei soldati dell’esercito dell’Unione che avevano vissuto condizioni estenuanti come prigionieri di guerra avevano maggiori probabilità di morire giovani rispetto ai figli di soldati che non erano stati fatti prigionieri. Poiché gli autori dello studio hanno esaminato altri fattori che potrebbero avere ripercussioni sulla longevità dei figli, come ad esempio lo stato socioeconomico e la qualità dei matrimoni dei genitori, ritengono che questo effetto sulla mortalità dipenda dall’epigenetica (Khazan, 2016).

Ancora dal lavoro di Yehuda e Lehrner (2018) emerge che i veterani di guerra dello Yom Kippur avevano maggiori probabilità di sviluppare un Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) in risposta al combattimento se avessero avuto un genitore sopravvissuto all’Olocausto.

Sebbene sia la trasmissione intergenerazionale sia quella transgenerazionale degli effetti delle avversità ambientali siano state stabilite in modelli animali, studi sull’uomo non hanno ancora dimostrato che gli effetti del trauma sono ereditabili. Tuttavia la ricerca si sta impegnando per comprendere quali siano i meccanismi coinvolti e come l’esperienza del trauma, o meglio l’effetto di tali esperienze, possa essere trasmesso da una generazione all’altra.

L’idea di poter indagare come l’aver ereditato un trauma dai nostri antenati possa influenzare il nostro modo di essere e la nostra vulnerabilità agli eventi stressanti della vita non è solo molto interessante, ma ci potrebbe dare la possibilità di prevedere le risposte individuali agli eventi traumatici offrendo così l’opportunità di indirizzare strategie preventive e interventi precoci per gli individui più vulnerabili. Lo sviluppo di nuove terapie potrà basarsi sulla nostra capacità di svelare le complessità dell’epigenoma nelle condizioni normali e di malattia. Le terapie epigenetiche sono promettenti per una vasta gamma di applicazioni biologiche, dal trattamento del cancro al ricorso alle cellule staminali (Hamm e Costa, 2011).

È importante sottolineare che l’esposizione al trauma non porta sempre allo sviluppo del PTSD, e che quindi i cambiamenti epigenetici a seguito dell’esposizione al trauma non provocano necessariamente un disturbo psicologico, ma, anzi, in alcuni casi possono determinare l’apprendimento di nuovi comportamenti per evitare l’esposizione al trauma o altri meccanismi adattativi. Il principio della plasticità epigenetica implica che le modifiche all’epigenoma potrebbero resettarsi quando le avversità ambientali non sono più presenti o quando sviluppiamo un modo alternativo per affrontare le sfide ambientali. In questo caso si può parlare di un costrutto che in psicologia è chiamato resilienza. La definizione di resilienza maggiormente condivisa in psicologia è quella dell’American Psychological Association (2020), che la descrive come:

un processo di riadattamento di fronte ad avversità, traumi, tragedie, minacce, o anche significative fonti di stress – come problemi familiari e relazionali, seri problemi di salute, o pesanti situazioni finanziarie e lavorative.

Ricordiamoci che alla base della resilienza umana vi è proprio la capacità di rispondere in modo flessibile agli stimoli ambientali e che proprio come i vissuti traumatici possono essere trasmessi transgenerazionalmente, così può esserlo anche la capacità di fronteggiare e superare il trauma, con lo sviluppo di meccanismi di resilienza da parte delle generazioni successive.

Lo sviluppo di questa risorsa psicologica avviene attraverso un percorso personale, le generazioni che ci hanno preceduto possono fungere da modelli di apprendimento tramandando strategie più o meno funzionali e ciascuno di noi esplorando i propri vissuti e significati, allenando la propria capacità introspettiva, sarà in grado di trovare la modalità più adatta e funzionale per affrontare e superare le avversità della vita.

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