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Trauma, supporto sociale e fantasie omicide: quale relazione?

Nei serial killer sono presenti fantasie omicide: uno studio ha indagato cosa porti a metterle in atto e il ruolo di traumi infantili e strategie di coping

ID Articolo: 175646 - Pubblicato il: 16 giugno 2020
Trauma, supporto sociale e fantasie omicide: quale relazione?
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Nonostante alcuni fattori sembrino rendere più probabile la nascita di un serial killer è fondamentale specificare che il processo è soggetto all’influenza di numerosi fattori, il primo dei quali ad essere determinante è proprio la decisione personale dell’individuo di perseguire i suoi crimini.

 

Messaggio pubblicitario L’omicidio seriale può essere definito come un atto in cui un individuo uccide almeno tre persone in un ristretto arco temporale (Bartol & Bartol, 2014). Per fantasie omicide, invece, si intendono quei pensieri o l’immaginazione dell’uccisione di qualcuno. La ruminazione di fantasie di questo tipo sembrano alimentare il comportamento seriale, probabilmente attraverso un processo di normalizzazione dell’assassinio stesso (Giannangelo, 2012). Molti famigerati serial killer, come Jeffey Dahmer e Edumund Kamper, vedevano le fantasie omicide come un modo per evadere da un mondo di odio e rifiuto, al punto di abituarsi ad esse per poi giungere ad una vera e propria dipendenza dall’omicidio (Giannangelo, 2012). Lo sviluppo della dipendenza è responsabile di un desiderio costante, al punto da far perdere agli individui la capacità di controllare razionalmente il proprio comportamento, congiunta con una disfunzionale risposta emotiva (American Society of Addiction Medicine, 2011). Questi soggetti possono iniziare, così, ad aumentare sempre di più la gravità e la frequenza degli omicidi fino a commettere omicidi seriali (Arndt, Hietpas, & Kim, 2004).

Numerose sono state le ricerche che hanno evidenziato una relazione tra trauma infantile, fantasie omicide e atti omicidi, tuttavia sono poche quelle che hanno studiato la relazione tra trauma infantile e la presenza di queste fantasie all’interno della popolazione generale. Conoscere le differenze e le analogie tra coloro che semplicemente fantasticano sull’omicidio e coloro che lo hanno agito, può facilitare i professionisti della psiche a rilevare un potenziale comportamento omicida. Ciò a sua volta potrebbe facilitare i medici a intervenire prima che l’individuo passi all’azione.

Il presente studio ha coinvolto 55 soggetti statunitensi, di età superiore ai 18 anni, che hanno sperimentato fantasie omicide almeno una volta durante l’arco della propria vita, a cui è stato richiesto di compilare un questionario online. Quest’ultimo indagava le caratteristiche demografiche, la presenza di fantasie omicide nel corso della vita, la frequenza di tali fantasie, i trigger, i fattori che hanno impedito loro di concretizzarle e, infine, se avevano avuto un’esperienza traumatica prima dei 17 anni.

La ricerca si è proposta di esplorare se la frequenza delle fantasie omicide si associ ad una storia di trauma infantile, se la ricerca di supporto sociale sia necessaria a fronteggiare il trauma infantile e infine, se le fantasie omicide contribuiscono allo sviluppo di un assassino seriale.

Messaggio pubblicitario Innanzitutto, i risultati hanno rivelato che la gelosia, i sentimenti di vendetta, l’isolamento sociale, la rabbia, la mancanza di controllo e, infine, l’utilizzo di sostanze sono i maggiori responsabili dell’insorgenza delle fantasie omicide. In secondo luogo, fra i fattori che impediscono la messa in atto delle fantasie vi sono: il supporto sociale, meccanismi di coping adattivi, il pensiero rivolto alle possibili conseguenze, credenze relative a ciò che è giusto e sbagliato, sentimenti di colpa, pensare ai propri figli e, infine, vi sono anche ragioni economiche. Inoltre, la ricerca ha evidenziato che gli individui che approvano e supportano fantasie omicide non necessariamente riferiscono storie di trauma infantile, così come coloro che hanno una storia di trauma infantile non sono molto propensi alla ricerca di sostegno sociale. Infine, i risultati hanno evidenziato delle associazioni tra la capacità di elaborare e far fronte alle esperienze traumatiche con l’esperienza di fantasie omicide e con la nascita di un serial killer.

Quando si guarda alle strategie di coping, come ad esempio la rete interpersonale, la ricerca ha mostrato che gli assassini seriali tendono ad isolarsi, riducendo a loro volta la lor capacità di far fronte alle situazioni stressanti o potenzialmente traumatiche (Fox & Levin, 2005), facendoli precipitare in fantasie più violente. Tuttavia, è fondamentale specificare che non vi è un rapporto determinante tra le due componenti, in quanto tale processo è soggetto all’influenza di numerosi fattori, il primo dei quali ad essere determinante è proprio la decisione personale dell’individuo di perseguire i suoi crimini (Federal Bureau of Investigation, 2009). Comparando la presente ricerca con studi precedenti, emerge che molti serial killer restano incastrati in queste fantasie omicide, al punto da essere dominati da esse: ciò impedisce loro di pensare razionalmente alle conseguenze delle loro azioni, oscurando la propria moralità (Holmes & Holmes, 1998).

In termini clinici, avere un’elevata frequenza di fantasie aggressive, unita ad una storia di traumi infantili e alla mancanza di supporto sociale, possono essere considerati dei campanelli d’allarme rispetto a futuri comportamenti violenti. Pertanto, appare evidente la necessità di predisporre piani terapeutici che mirino anche ad implementare e ampliare la rete interpersonale dell’assassino.

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Bibliografia

  • Amber White, M. A. (2017). The relationship of early childhood experiences and homicidal fantasies: a comparative study between the general community and existing research on serial killers. Faculty of the California School of Professional Psychology Alliant International University.
  • Arndt, W. B., Hietpas, T., & Kim, J. (2004). Critical characteristics of male serial murderers. American Journal of Criminal Justice: 29(1), 117-IV.
  • Bartol, C. R., & Bartol, A. M. (2014). Criminal behavior: A psychosocial approach. Upper Saddle River, NJ: Pearson Education
  • Federal Bureau of Investigation. (2009). Serial murder: Multi-disciplinary perspectives for investigators. Behavioral analysis unit, national center fo r the analysis o f violent crime. Washington, DC: U.S. Department of Justice.
  • Fox, J. A., & Levin, J. (2005). Extreme killing: Understanding serial and mass murder. Thousand Oaks, CA: Sage.
  • Giannangelo, S. (2012). Real-life monsters: A psychological examination o f the serial murderer. Santa Barbara, CA: Praeger.
  • Holmes, R. M., & Holmes, S. T. (1998). Contemporary perspectives on serial murder. Thousand Oaks, CA: Sage.
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