La Sindrome delle Apnee Ostruttive del Sonno (OSAS) è un Disturbo del sonno caratterizzato dalla ricorrente ostruzione delle vie aeree superiori mentre si dorme.
L’OSAS è una condizione clinica piuttosto comune, con una prevalenza del 2-17% nella popolazione femminile e del 3-18% in quella maschile, e aumenta con l’avanzare dell’età (Franklin & Lindberg, 2015).
Le principali conseguenze patologiche dell’OSAS sono la frammentazione del sonno e la desaturazione dei livelli di ossigeno nel sangue (Eckert & Malhotra, 2008).
Esistono varie speculazioni sulle associazioni con questa patologia: una di queste è legata agli incubi. L’associazione tra questi e le difficoltà respiratorie nel sonno sarebbe documentata addirittura fin dai tempi del medico persiano Avicenna (980 – 1037 d.C.) che sosteneva che dormire sulla schiena provocasse uno sforzo della muscolatura della bocca e della gola e che questo portasse l’individuo a un rilassamento dei suddetti muscoli, cosa che tuttavia poteva aumentare il rischio di ictus, paralisi e – appunto – incubi (BaHammam et al., 2018).
La Terza edizione della Classificazione Internazionale dei Disturbi del Sonno (ICSD-3, 2014) definisce gli incubi come dei sogni con forti emozioni negative che persistono al momento del risveglio. L’ICSD-3 (2014) ha identificato tre criteri diagnostici per il Disturbo da incubi:
- ripetuti episodi di sogni lunghi, estremamente disforici e ben ricordati al risveglio, che di solito comportano minacce alla sopravvivenza, alla sicurezza o all’integrità fisica;
- l’individuo ritorna rapidamente vigile al risveglio dai sogni disforici;
- i sogni e i disturbi del sonno che ne derivano provocano angoscia clinicamente significativa o alterazione in aree sociali, di lavoro, o altre importanti aree di funzionamento.
Un recente studio (Lundetræ et al., 2018) basato su 2.800 pazienti con OSAS ha rivelato che la prevalenza degli incubi era del 40,6%; tuttavia, la prevalenza degli incubi nel gruppo di controllo era del 50,1%, un dato molto superiore a quello registrato nella popolazione generale (19,4%) (Bjorvatn et al., 2010). Ciò può essere spiegato dal fatto che lo studio non ha utilizzato una definizione standard di incubo, giustificando in parte le discrepanze nella prevalenza segnalata di incubi nei pazienti con OSAS. È stato inoltre rilevato che la presenza di incubi era inversamente correlata alla gravità dell’OSAS – misurata dall’Indice Apnea-Ipopnea (AHI) – cosa confermata in letteratura (Schredl et al., 2006; Pagel & Kwiatkowski, 2010).
Per capire il perché di questa correlazione inversa si possono introdurre altri concetti. L’incubo è una parasonnia che si verifica durante la fase REM del sonno. Tuttavia, il sonno REM è solitamente ridotto nei pazienti con OSAS grave (BaHammam et al., 2013; Patil et al., 2007). Pertanto, Pagel e Kwiatkowski (2010) hanno suggerito che la riduzione degli incubi nei pazienti affetti da OSAS con un indice AHI grave potrebbe essere correlata alla riduzione del sonno REM.
In uno studio prospettico di controllo (BaHammam et al., 2013) su 99 pazienti con OSAS e Disturbo da incubi (definito in conformità con l’ICSD), è stato dimostrato che, sebbene non vi fossero differenze significative nella durata del sonno REM o nella durata delle apnee e delle ipopnee durante il sonno REM e NREM tra pazienti affetti da OSAS con e senza incubi, i pazienti con incubi avevano registrato un AHI significativamente più alto durante la fase REM rispetto ai pazienti senza incubi.
Inoltre, la gravità dell’AHI (durante il sonno REM) e la frammentazione del sonno sono stati identificati come predittori indipendenti degli incubi nei pazienti con OSAS (BaHammam et al., 2013). Questo suggerisce che gli incubi sono probabilmente associati alla presenza di apnee e ipopnee durante il sonno REM.
È possibile d’altro canto che i pazienti che hanno avuto frequenti risvegli a causa di apnee/ipopnee ricorrenti durante il sonno REM ricordino più incubi. In questo senso è interessante notare che uno studio ha rilevato che i pazienti che sono più difficili da risvegliare segnalino una più bassa frequenza di incubi (Hicks et al., 2002).
Altro dato importante è che, tra i pazienti con buona aderenza alla terapia C-PAP (un metodo di ventilazione respiratoria meccanica) gli incubi sono scomparsi nel 91% dei casi (BaHammam et al., 2013). Gli autori hanno ipotizzato che l’ostruzione ricorrente durante il sonno REM – piuttosto che la durata del sonno REM – possa aumentare la vulnerabilità agli incubi nei pazienti con OSAS (BaHammam et al., 2013). Questa ipotesi è supportata da studi precedenti, che hanno dimostrato che una notte di terapia con la C-PAP ha prodotto una riduzione dei sogni e del ricordo dei sogni, anche se la frequenza e la durata del sonno REM era aumentata (Carrasco et al., 2006; Gross & Lavie, 1994).
Guardando da un’altra prospettiva, è interessante notare che la fame d’aria simulata durante la veglia porti alla stimolazione delle regioni del cervello limbico/paralimbico (regioni cerebrali attivate durante il sonno REM) (Liotti et al., 2001). Questo potrebbe in parte spiegare l’aumento degli incubi nei pazienti con eventi ostruttivi più elevati durante il sonno REM. Anche Carrasco et al. (2006) hanno ipotizzato che gli eventi respiratori durante il sonno REM causino la stimolazione del sistema limbico: questo, a sua volta, genererebbe sogni con un alto contenuto emotivo.
In effetti, i disturbi causati dalla frammentazione del sonno in individui con OSAS includono complicanze in termini di benessere psichico, in particolare legate allo stress (dos Santos et al., 2017; Trakada et al., 2007). La terapia C-PAP ha dimostrato di essere efficace anche nel ridurre lo stress nei pazienti con OSAS (Trakada et al., 2007, Lee et al., 2017).
Per concludere, data la mole di potenziali – ed effettivi – concetti intrecciati, si auspica che la ricerca futura cerchi di fare sempre più chiarezza in un ambito che, per sua natura, non sempre è semplice indagare.