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Realtà Virtuale e Schizofrenia

Di recente sono emersi risultati sorprendenti sull'utilizzo della realtà realtà virtuale nel trattamento di aspetti cognitivi e sociali della schizofrenia

ID Articolo: 175170 - Pubblicato il: 29 maggio 2020
Realtà Virtuale e Schizofrenia
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L’immersività della RV rende questa tecnologia un ottimo ausilio per la valutazione delle funzioni cognitive e sociali anche in persone con patologie come la schizofrenia.

 

Messaggio pubblicitario Probabilmente tutti ormai abbiamo sentito parlare di Realtà Virtuale (RV), un mondo digitale che sta suscitando sempre maggior interesse ed entusiasmo di clinici e ricercatori. Vediamo brevemente cos’è e come funziona.

La RV è un ambiente simulato 3D con il quale il soggetto può interagire mediante l’ausilio di particolari sistemi di “input” (sensori di posizione e/o guanti/ tuta dotati di sensori) e “output”(casco con monitor LCD), integrati ed aggiornati da un computer, che costruisce e restituisce in tempo reale immagini e suoni dello scenario in cui l’utente è immerso.

La RV prevede una vasta gamma di applicazioni: dall’architettura ai videogiochi, dalla medicina all’arte, dalla psicologia allo sport.

Essendo lo scenario di RV una simulazione realistica di un ambiente verosimile e, allo stesso tempo sicuro e controllato dal clinico in un setting laboratoriale, consente di minimizzare i costi e i pericoli legati a situazioni che potrebbero essere potenzialmente pericolose nell’esperienza sul campo (o esperienza in vivo). Inoltre, dato l’elevato livello di coinvolgimento, di interazione e di partecipazione sembra promuovere la motivazione del paziente al trattamento (Baker Ek. et al., 2006).

Per questi motivi l’applicazione di tale tecnologia, nell’ambito della psicologia clinica, risulta essere un valido strumento di supporto alla psicoterapia cognitivo comportamentale.

L’esposizione in RV risulta essere efficace nella ricerca scientifica, nell’individuazione e nel trattamento di disturbi alimentari e disturbi d’ansia (G. Riva, 2005).

Nonostante la mole di ricerche evidenzi l’efficacia dell’applicazione delle tecnologie immersive a queste tipologie di disturbi, soltanto di recente sono emersi risultati sorprendenti nell’ambito della schizofrenia.

Il DSM-5 (APA, 2013) la definisce un disturbo psicotico cronico caratterizzato da sintomi positivi (deliri, allucinazioni, pensiero disorganizzato e agitazione) e negativi (affettività coartata, povertà di pensiero, isolamento sociale, appiattimento emotivo, apatia e anedonia) che causano una forte compromissione sul piano personale e sociale. Inoltre, la compromissione della sfera cognitiva rappresenta una caratteristica centrale della schizofrenia.

La ricerca

Secondo una review pubblicata nel 2010 (La Barbera D. et al., 2010) la ricerca, con l’ausilio di RV si è occupata principalmente di:

  • individuare le caratteristiche specifiche del pensiero paranoideo (Freeman D et al., 2003)
  • implementare la conoscenza delle esperienze allucinatorie e dei loro correlati psicologici e neurofisiologici (Deegan PE., 1996).

Daniel Freeman (che sarà ospite al Digital Perspectives in Psychology 2021), professore in psicologia clinica e ricercatore presso l’università di Oxford, ha dedicato gran parte delle sue ricerche alla conoscenza ed al trattamento della paranoia. Assieme al suo gruppo di ricerca, ha valutato i fattori potenzialmente predittivi dei sintomi paranoici, esponendo un gruppo di ben 200 soggetti non clinici ad ambienti virtuali neutri (2008). I setting virtuali, una simulazione della metropolitana di Londra e una comune biblioteca, erano popolati da avatar creati per essere il più neutrali possibile. Gli avatar, si spostavano in modo random nell’ambiente e mostravano una mimica facciale neutra, mai chiaramente amichevole oppure ostile. Di tutti i soggetti, precedentemente sottoposti ad una serie di valutazioni psicologiche sulla “predisposizione alla paranoia”, solo una piccola porzione dichiarava pensieri e stati d’animo persecutori connessi all’esperienza. Tali vissuti risultavano essere predetti statisticamente da costrutti precedentemente misurati quali: ansia, preoccupazione, anomalie percettive e rigidità cognitiva.

Banks ed il suo gruppo di ricerca (2004), invece, aiutati da un gruppo di pazienti affetti da schizofrenia, hanno creato delle vere e proprie esperienze allucinatorie in laboratorio, con l’obiettivo di misurarne i correlati neurofisiologici e psicologici. Avvalendosi della RV, i ricercatori hanno esposto soggetti sani a stimoli audio-visivi ascrivibili quasi perfettamente alle comuni allucinazioni esperite da soggetti psicotici. Le esperienze, che consistevano in suoni o voci, all’apparizione di parole come “morte” intermittentemente tra i titoli di un giornale o la visione della Vergine Maria, sembravano attivare particolari aree del cervello ed indurre specifiche risposte emotive. I risultati delle misurazioni con Risonanza Magnetica funzionale, indicavano un incremento del lavoro della corteccia secondaria uditiva nel planum secondario sinistro. Inoltre i soggetti sembravano esperire una notevole attivazione emotiva quando erano esposti ad allucinazioni uditive con contenuto semantico accusatorio. Da ciò constatarono, quindi, che è proprio il significato più che la frequenza, il volume o la durata delle allucinazioni, ad indurre vissuti sgradevoli.

Valutazione delle funzioni cognitive

L’immersività della RV, rende questa tecnologia anche un ottimo ausilio per la valutazione delle funzioni cognitive e sociali. Molti strumenti valutativi, che tradizionalmente consistevano nella somministrazione di test o nell’osservazione in ambiente naturale trovano, ad oggi, con la RV una incredibile svolta in termini di costi ed efficacia.

Tra il 2003 ed il 2006, diversi gruppi di ricerca hanno proposto versioni in RV di alcuni test neuropsicologici (Ku J. et al., 2003; Ku J. et al., 2004; Sorkin A. et al., 2005; Sorkin A. et al., 2006).

Sorkin e colleghi (2006), hanno dimostrato, tramite l’immersione di pazienti schizofrenici in un ambiente virtuale ispirato al Wisconsin Card Sorting Test (Heaton R.K. et al., 2000), l’efficacia di tale tecnologia nella misurazione delle funzioni frontali. Il compito del soggetto era superare un labirinto attraversando una serie di porte distinte per colore, forma e suono. I dati prodotti dallo spostamento del soggetto, producevano misurazioni incredibilmente accurate in termini di abilità di ragionamento astratto e di strategie cognitive.

Attraverso compiti di incoerenza percettiva, invece, lo stesso gruppo di ricerca (2008), ne ha valutato l’esame di realtà. Questi tasks consistevano nel riconoscimento di anomalie di tipo percettivo quali, ad esempio, un gatto che abbaia o un albero con le foglie blu. Quasi il 90% dei pazienti aveva punteggi molto bassi in questi compiti, redendo tale indice caratteristico del disturbo ed il test un ottimo strumento di screening psicodiagnostico.

Messaggio pubblicitario Nel 2006 quello che all’origine era un test atto a misurare la memoria spaziale e le capacità di apprendimento nei topi ha ampliato il target d’utenza agli umani, attraverso una versione virtuale, che in un ambiente tradizionale di laboratorio sarebbe stata difficile da realizzare (Hanlon FM. et al., 2006). Il soggetto viene immerso virtualmente in una piscina di acqua opaca, proprio come accadeva per il topo, col compito di individuare e salire su una pedana. Questa prima prova viene poi ripetuta con un livello di acqua maggiore, tale da nasconderla. Nonostante l’impiego di punti di riferimento ambientali, come l’esaminatore virtuale o oggetti posti oltre i bordi della piscina, i soggetti schizofrenici impiegavano più tempo rispetto ai soggetti sani ad individuare la pedana.

Valutazione del funzionamento sociale

Oltre all’applicazione della RV nella valutazione delle funzioni cognitive, gli ambienti virtuali sociali sono utili a comprendere il funzionamento sociale dell’individuo e le sue modalità di relazionarsi agli altri. Per valutare ciò, Ku J. e il suo gruppo di ricerca (2007) chiesero ad un gruppo di pazienti affetti da schizofrenia, di interagire virtualmente con degli avatar. Questo esperimento ha prodotto interessanti risultati rispetto alla relazione tra i fattori sociali ed i sintomi negativi della schizofrenia. Si è evidenziato come pazienti con una maggior compromissione in termini di sintomi negativi, tendessero a tenere maggior distanza interpersonale durante le interazioni. Tale indice, emerso attraverso l’uso di tecnologie immersive, evidenzia un’ulteriore peculiarità della malattia, non altrimenti così facilmente identificabile attraverso altri mezzi.

Riabilitazione sociale

Al fine di migliorare il funzionamento sociale dei soggetti affetti da schizofrenia, la RV è entrata a far parte dei programmi di social skill training. Comparando i protocolli standard di role playing con le simulazioni di situazioni sociali virtuali, queste ultime hanno dimostrato prove di efficacia di gran lunga maggiori, in particolare nelle abilità sociali generali e capacità di conversazione (Ku J. et al., 2007).

Riabilitazione cognitiva

Ad oggi non esiste un gran numero di protocolli di riabilitazione cognitiva in RV. Un protocollo ideato in Brasile da Costa e Carvalho (2004) sembra essere efficace nella riabilitazione cognitiva di diversi disturbi come con pazienti cerebrolesi. I due ricercatori hanno creato uno spazio virtuale chiamato “Integrated Virtual for Cognitive Rehabilitation” (AVIRC), ossia una città costituita da una piazza, delle case, una libreria, una chiesa ed un supermercato. Lo scopo dei ricercatori era mettere in condizione l’utente di allenarsi in presenza di tipiche situazioni della vita quotidiana. Alcuni dei compiti che l’utente doveva portare a termine erano: rispondere a domande dei passanti rispetto a orario e data, interagire con oggetti comuni quali radio o lampade, comporre numeri telefonici precedentemente memorizzati o riconoscere volti dei passanti.

Inoltre, la RV, ha trovato impiego anche nel miglioramento della compliance e della capacità di gestione della terapia farmacologica, altro problema collegato al decadimento delle capacità intellettive dei soggetti con schizofrenia. Alcuni ricercatori americani (Kurtz MM. et al., 2007) hanno ricreato virtualmente un appartamento, dotato di varie stanze, all’interno del quale il paziente veniva allenato ad assumere correttamente la terapia farmacologica in termini di dosaggio e tempistiche, con l’aiuto di ausili ambientali esterni come l’orologio da parete o post-it. L’impiego di tale tecnologia è risultato efficacie sia nell’individuazione di problematiche relative all’autogestione della terapia che nella sua implementazione.

RV e Stigma

La schizofrenia è la follia per l’immaginario collettivo. Per sua natura l’esperienza schizofrenica è comunemente pensata come qualcosa di inconoscibile, misterioso e terrificante. È per questo che la gravità dello stigma che affligge le persone con tale patologia non è equiparabile a nessun’altra condizione psichiatrica o medica. È possibile però, attraverso laboratori di simulazione dell’esperienza allucinatoria, immergersi nella quotidianità di queste persone per qualche minuto e vivere un’esperienza che ha volutamente l’obiettivo di sensibilizzare a tali condizioni. Yellowlees e colleghi (2006) hanno proprio lavorato per questo rendendo fruibile tale esperienza su una gigantesca piattaforma digitale prodotta dalla società Americana Linden Lab, chiamata “Second Life”.

L’esperienza consisteva nella simulazione di una serie di esperienze allucinatorie e deliranti in ambienti di vita quotidiana e si concludeva con l’entrata in scena di un avatar con fattezze amichevoli, evocativo del messaggio di fondo dell’esperienza stessa cioè la sensibilizzazione al supporto sociale.

In conclusione, le evidenze scientifiche prese in considerazione vedono la RV volta prettamente a pazienti a rischio di psicosi e privi di sintomi positivi attuali. Si è visto come attraverso la riproduzione fittizia di contesti e situazioni di vita reale, è possibile non solo ottenere una valutazione attendibile delle principali funzioni cognitive, facilitare la valutazione di quelli che sono i sintomi psicopatologici dell’ansia sociale o dell’ideazione persecutoria, ma anche diminuire lo stigma e sensibilizzare rispetto all’esperienza schizofrenica.

Nonostante la letteratura scientifica evidenzi che alcuni soggetti (persone affette da gravi patologie cardiache, da epilessia, tossicodipendenti, e con problematiche riguardanti la percezione della realtà) manifestino reazioni molto intense agli ambienti simulati (Wiederhold B. et al., 2003), le possibilità di applicazione di questo strumento ed i possibili sviluppi futuri sono inevitabilmente interessanti.

Dunque estendere la ricerca in questo campo sembra essere ad oggi un obiettivo di estremo interesse, attualità e fondamentale per il futuro.

 

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