Cognitivismo Clinico: proposte di intervento clinico e nuove prospettive in terapia cognitiva- Editoriale

Il 2019 di Cognitivismo Clinico si chiude con un numero che comprende interessanti rassegne, proposte di intervento clinico e nuove prospettive

ID Articolo: 173973 - Pubblicato il: 23 aprile 2020
Cognitivismo Clinico: proposte di intervento clinico e nuove prospettive in terapia cognitiva- Editoriale
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Il 2019 di Cognitivismo Clinico si chiude con un numero che comprende interessanti rassegne, proproste di intervento clinico e nuove prospettive.

 

Messaggio pubblicitario Il numero si apre con due lavori che si focalizzano sull’efficacia di due noti approcci terapeutici su specifiche patologie. Il primo lavoro di Somma e colleghi, del gruppo del San Raffaele di Milano coordinato dal Prof. Fossati, è una approfondita e accurata metanalisi sull’efficacia della Schema Focused Therapy (SFT) nel trattamento del Disturbo Borderline di Personalità (DBP). L’articolo utilizza le caratteristiche del DBP come indicatore di outcome primario e la sintomatologia acuta come indicatore di outcome secondario. Nonostante una significativa eterogeneità dei dati viene rilevata un’efficacia elevata della SFT su entrambi gli outcome, supportandone l’utilità clinica per il trattamento del DBP.

Cosentino e Mancini prendono invece in esame l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) come protocollo da utilizzare nel trattamento del disturbo ossessivo- compulsivo (DOC). Gli autori dopo una rassegna della letteratura evidenziano che i dati ad oggi disponibili non sono sufficienti per considerare l’EMDR, utilizzato come intervento unico, un protocollo efficace nel trattamento di tale disturbo. Pertanto essi propongono come integrare l’EMDR nel protocollo di trattamento per il DOC descritto da Mancini (2016) per il quale sono già disponibili dati di efficacia. In particolare gli autori ritengono che l’EMDR può essere utile per desensibilizzare e rielaborare i ricordi delle esperienze legate alla sensibilità alla colpa caratteristica di questi pazienti. L’articolo è supportato da due chiare e interessanti esemplificazioni cliniche.

Perdighe et al. presentano un intervento di dodici sedute basato sulla terapia dell’accettazione e dell’impegno (ACT), rivolto a caregiver di pazienti con malattia di Alzheimer, allo scopo di supportare e ridurre il loro disagio emotivo legato allo svolgimento di questo specifico ruolo. Il lavoro nasce da una collaborazione tra la Scuola di Psicoterapia Cognitiva e l’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e cerca di favorire l’accettazione della malattia e l’investimento su valori e scopi personali per migliorare la qualità della vita dei caregiver.

Nel lavoro successivo Toso illustra con chiarezza espositiva i recenti progressi raggiunti nelle aree di apprendimento ed estinzione della paura che hanno portato alla formulazione di un nuovo modello concettuale della terapia di esposizione. Tale modello si basa su due punti chiave: 1) l’efficacia è legata alla creazione di nuove memorie antagoniste e inibitorie, piuttosto che, come riportato da vecchi modelli, dalla cancellazione dei ricordi eccitatori di paura. Di conseguenza, 2) la riduzione della paura, all’interno di ogni singola seduta di esposizione, non è di per sé un indice di successo terapeutico, se non associata alla forza e alla recuperabilità delle nuove associazioni inibitorie che si formano e all’efficacia della regolazione neurale sottostante. L’autore illustra, quindi, le caratteristiche del nuovo modello concettuale e come mettere a punto strategie finalizzate a consolidare l’apprendimento inibitorio mediante interventi di tipo comportamentale, farmacologico e di neuromodulazione.

Messaggio pubblicitario Bisogno et al. dedicano il loro lavoro a sottolineare l’importanza di attuare interventi precoci per il trattamento delle psicosi. È noto, infatti, come la durata di psicosi non trattata (Duration of Untreated Psychosis, DUP) influenza l’esito del trattamento e quindi, eventualmente, si lega alla cronicizzazione del disturbo. Gli autori descrivono la necessità di un intervento multidimensionale specifico e immediato, illustrando i punti chiave della procedura di ingaggio e assessment rivolta ai pazienti all’esordio, basandosi sull’esperienza italiana di progetti capostipite che mettono in evidenza quanto sia essenziale dotare i servizi di salute mentale di un’équipe multidisciplinare dedicata agli esordi.

Il numero si chiude con un articolo di Mancuso che affronta un argomento attuale, spesso oggetto di dibattiti, legato all’uso della tecnologia nel contesto di cura. In particolare l’articolo affronta il tema della terapia online, come modalità di assistenza psicologica remota che sempre di più si sta diffondendo anche in Italia. L’uso di tecnologie di comunicazione virtuale può essere particolarmente utile per il trattamento di pazienti ritirati o che vivono in situazioni geografiche disagiate, ma presenta evidentemente nette differenze con la terapia tradizionale. L’autore illustra la recente letteratura che descrive i campi di efficacia di tale modalità di intervento, analizza limiti e benefici di esso ed espone anche le problematiche di tipo legislativo che possono ostacolare la fruizione del servizio di terapia a distanza.

 

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