L’Inferno di Strindberg e il processo d’individuazione al tempo del Covid

L'Inferno di Strindberg pone l’uomo davanti a sé stesso e alle paure; così, ai tempi del coronavirus, l’angoscia si può leggere come possibilità di crescita

ID Articolo: 173688 - Pubblicato il: 15 aprile 2020
L’Inferno di Strindberg e il processo d’individuazione al tempo del Covid
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Questo articolo vuole prefiggersi come obiettivo quello di integrare la psicologia ad un’opera letteraria al fine di offrire una chiave di lettura critica sulla nostra società ai tempi del coronavirus, beninteso che le informazioni qui contenute possono essere esportate a situazioni e circostanze della vita di ciascuno e della società oltre il tempo attuale che stiamo attraversando.

 

Messaggio pubblicitario Il libro di Strindberg (1994) intitolato Inferno non è sicuramente di facile lettura. Non permette di essere masticato e digerito così facilmente. Questo senz’altro è il merito del clima allucinatorio e delirante che caratterizza lo scritto. Comunque sia questo non è il tema dell’articolo e nemmeno di questo libro che si configura come un viaggio dentro ognuno di noi, alla scoperta dei nostri demoni o potenze, come vengono definite nel libro, non necessariamente crudeli.

L’autore si lascia trasportare da questi deliri, da questo clima allucinatorio, senza respingerlo, senza cacciarlo in profondità, senza rimuoverlo nell’inconscio. Lo accetta, lo affronta e lo dissolve. Solve et coagula, come riporta la scritta sugli avambracci del Bafometto di Eliphas Lévi (1972), figura anch’essa eccessivamente associata al diavolo. Il Bafometto, la cui etimologia non è chiara, è stato definito come storpiatura del nome di Maometto, o anche come Baphe e Metis ossia ‘tintore di saggezza’, ma anche associata al dio sumero Enki, divinità legata all’acqua e dunque alla creazione e alla conoscenza il cui simbolo era un pesce-capro. La mitologia cristiana ha associato successivamente la figura di capro al diavolo e il gioco è stato fatto. Ma la figura presentata da Eliphas Lévi unisce il tutto: uomo-animale (figura metà umana e metà animale), maschile-femminile. Una figura di congiungimento degli opposti come le due lune: luna bianca e luna nera. Come la scritta: solve et coagula. Una frase che è l’essenza del processo alchemico dal quale poi Jung ha estrapolato la metafora del processo di individuazione. Così le due braccia che indicano l’alto e il basso, la luna bianca e quella nera rappresentano, parafrasando, quanto Trismegisto sostiene formulando le sue leggi, ossia che ciò che è sopra corrisponde a ciò che è sotto poiché tutto è Uno.

L’alchimia interessa anche il protagonista di Inferno, Strindberg, alla quale egli dedica gran parte degli studi quando si trasferisce in Francia.

Allora è possibile sostenere che Strindberg abbia attraversato l’inferno, o meglio ancora, il mondo infero e sia rinato e questo è il percorso che il libro descrive. Rinasce nel momento in cui egli scopre l’opera di Swedenborg. In questo momento i demoni che hanno perseguitato l’autore divengono una sorta di spirito guida che richiama la figura del Daimon socratico. Dunque le potenze, i demoni, non sono visti come entità negative ma come un primo e necessario passo verso la rinascita. I demoni sono infatti in origine dei Geni pagani il cui obiettivo è di porsi come entità intermedie tra l’uomo e la divinità (Bamonte, 2006). Il demone può allora essere interpretato come una figura che, pur certo con una certa sofferenza, riconduce l’uomo a sé stesso. È ciò che accade anche nel processo di individuazione la cui prima fase è l’opera al nero, la nigredo, ossia la putrefazione e disgregazione della materia, l’incontro con l’ombra. Si tratta allora di dissolvere l’ombra e di illuminarla. In questo è Lucifero, il portatore di luce. In fondo, citando Strindberg (1994) ‘tutti i vecchi dei, nelle epoche che vengono dopo, diventano dei demoni’ (p.92) e questi demoni, questi spiriti maligni ‘non sono in realtà malvagi, perché il loro scopo è un bene, e sarebbe più opportuno servirci della terminologia di Swedenborg, il quale li chiama spiriti castigatori, o correttori’ (p.91).

Dunque il libro altro non pone se non l’uomo davanti a sé stesso e fa delle paure, delle angosce, degli incubi e dei fantasmi che portiamo dentro, insomma, del mondo infero, un mondo che non solo dobbiamo attraversare ma del quale dobbiamo essere orgogliosi poiché ‘Dio vi vuole con sé‘ (Strindberg, p.91). È dunque una possibilità di procedere verso l’individuazione. Allora oggi, ai tempi del Virus, l’angoscia verso la quale siamo esposti è anche una possibilità di crescita. ‘Finché c’è angoscia c’è speranza’ (Fougeyrollas, p.203) purché tale angoscia non sia patologica, non esponga al vuoto ma sia evolutiva e permetta una seria riflessione e presa di consapevolezza.

Messaggio pubblicitario Una di queste consapevolezze è sicuramente rivolta a quelle zone in ombra della nostra società come le comunità terapeutiche, i pazienti psichiatrici, i senza tetto, bambini e anziani di cui oggi si è dovuto parlare. Aspetti eccessivamente offuscati dal primato dell’economia. Ma una delle maggiori consapevolezze mortificanti che l’uomo deve saper integrare e a cui l’emergenza COVID lo ha spinto, è sicuramente la venuta meno dei modelli di antropocentrismo, di volontarismo. Quei modelli che pongono l’uomo al centro del suo mondo e pongono la sua volontà come suprema potenza creatrice: ‘se voglio posso’.

Un recente libro di Leonardo Caffo (2017) Fragile umanità e un altro di Lorenzo Biagi (2019) Unico e molteplice, per una fondazione antropologica oltre l’individualismo espongono il problema in modo molto articolato. L’uomo deve esporsi all’angoscia per poter integrare la propria fragilità e rendere possibile la sua apertura al mondo, non la sua chiusura di cui l’antropocentrismo è il testimone.

L’uomo non è, come direbbe Sartre (1946), un ‘in sé’ ma un ‘per sé’. Dunque un soggetto fragile, spezzato per dirla alla Ricoeur, che non può dire ‘io sono’ ma ‘eccomi’ (Biagi, p.41), definendo così la sua ontologica apertura al mondo che è apertura all’altro. Non a caso, nel programma televisivo Carta Bianca, Walter Veltroni in data 31/03/2020, intervistato, ha sostenuto come il virus permetta all’uomo una riscoperta della figura dell’Altro che fino a poco tempo fa era esclusa e brutalizzata.

Dunque questo periodo è sicuramente inserito in un movimento di crescita dell’uomo, ossia in un processo di individuazione che muovendo dall’angoscia può portare, se correttamente attraversata, ad un ampliamento della coscienza. L’angoscia deve però poter essere contenuta per non frammentare l’individuo e tale contenimento altro non è offerto se non dallo Stato che deve ritrovare il suo ruolo di giuda nell’interesse del popolo. La legge del padre non è solo castrazione ma deve anche essere protezione e contenimento.

 

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Bibliografia

  • Biagi, L., (2019), Unico e molteplice. Per una fondazione antropologica oltre l’individualismo. Limena (PD): libreriauniversitaria.it
  • Bamonte, F., (2006), Possessioni diaboliche ed esorcismo. Come riconoscere l’astuto ingannatore. Roma: Paoline editoriale libri.
  • Caffo, L., (2017), Fragile umanità. Il postumano contemporaneo. Milano: Einaudi.
  • Fougeyrollas, P., (1972), Marx, Freud e la rivoluzione totale. Napoli: Guida editori.
  • Jung, C.G., (1944), Psicologia e alchimia. Roma: Astrolabio.
  • Levi, E., (1972), Dogme et rituel de la haute magie. Parigi: Edition niclaus.
  • Sarte, J.P., (1946), L’esistenzialismo è un umanesimo. Milano: Mursia.
  • Strindberg, A., (1994), Inferno. Roma: Newton Compton.
  • Trismegisto, E., (2017), Corpo ermetico. Arezzo: Harmakis.
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