Attaccamento traumatico e co-regolazione: la neurobiologia della relazione – Report dal workshop con Janina Fisher

Durante il workshop sull'attaccamento traumatico, Janina Fisher spiega come trattare il paziente traumatizzato attraverso interventi di co-regolazione.

ID Articolo: 170682 - Pubblicato il: 11 dicembre 2019
Attaccamento traumatico e co-regolazione: la neurobiologia della relazione – Report dal workshop con Janina Fisher
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Nel caso di pazienti con attaccamento traumatico, il fine ultimo del trattamento è sviluppare le capacità di autoregolazione, entrando in contatto e in intimità con l’altro e costruendo un senso di integrazione del sé. La co-regolazione terapeuta-paziente avviene attraverso un’attenta sintonizzazione dei messaggi somatici inviati dal cliente.

 

Messaggio pubblicitario Lo scorso 16 e 17 novembre la psicoterapeuta Janina Fisher, esperta a livello internazionale di trattamento dei traumi, ha tenuto a Roma un workshop sull’attaccamento traumatico e su come sia possibile trattare il paziente traumatizzato attraverso interventi di co-regolazione in cui il terapeuta attua un’attenta sintonizzazione con il paziente, una sintonizzazione veicolata prevalentemente a livello emotivo e somatico.

La dottoressa Fisher apre il workshop soffermandosi sulle dinamiche del processo di attaccamento, definito come la ricerca di un “porto sicuro”: i bambini hanno bisogno di una figura di riferimento, un caregiver che si prenda cura di loro e che offra protezione e rassicurazione quando sentono di essere in una situazione percepita come non sicura. Se il bambino può contare su di una figura di riferimento sufficientemente disponibile in caso di bisogno potrà sviluppare un attaccamento sicuro.

Il processo di attaccamento è mediato sul piano somatico: dato che il sistema nervoso del neonato è ancora immaturo la figura di attaccamento svolge una funzione di regolazione interattiva, attraverso la quale il bambino apprende, nell’interazione con il caregiver, come regolare i propri stati emotivi e fisici. Se il bambino percepisce la figura di attaccamento come inaffidabile o distante non riesce a sviluppare un attaccamento sicuro; ne risulta compromessa anche la capacità di autoregolare i propri stati fisici ed emotivi.

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Workshop 2019 Fisher IMM1

 

Workshop 2019 Fisher IMM2

Imm 1 e 2 – Janina Fisher parla alla platea

Possiamo osservare differenti stili di attaccamento, ognuno dei quali combina specifiche strategie di avvicinamento e di evitamento alla figura di riferimento e conseguenti modalità di espressione emotiva e di autoregolazione; con il procedere del processo di sviluppo a ciascuno stile di adattamento si abbinano schemi cognitivi che determinano il modo di entrare in relazione della persona.

Nell’attaccamento sicuro il bambino impara, attraverso l’interazione con un caregiver percepito come affidabile, ad autoregolarsi, e, allo stesso tempo, a fidarsi della relazione. Nell’attaccamento insicuro-ambivalente, invece, il bambino ha difficoltà ad autoregolarsi e cerca di mantenere costante vicinanza con il caregiver, senza mai sentirsi, però, totalmente rassicurato dalla sua presenza; nell’attaccamento insicuro-evitante il bambino si rifugia nell’autoregolazione, evitando la regolazione interattiva con il caregiver; l’attaccamento disorganizzato è caratterizzato da difficoltà sia nell’autoregolazione che nella regolazione interattiva.

L’attaccamento disorganizzato è contraddistinto dal conflitto tra l’impulso di attaccarsi, entrando in relazione, e quello di attaccare o fuggire; i modelli di attaccamento relativi all’attaccamento disorganizzato nei bambini sono stati associati a un comportamento materno definito “spaventato o spaventoso”. Alcune persone sviluppano uno stile di attaccamento disorganizzato con tendenze preoccupate: provano una forte paura alla prospettiva di essere abbandonati, ma, al tempo stesso, sono sospettosi e tendono ad esprimere rabbia. Altre persone hanno, invece, uno stile di attaccamento disorganizzato con tendenze evitanti: vorrebbero entrare in relazione, ma si tengono a distanza e si allontanano chi si avvicina troppo. Tutte le dinamiche relative ai processi e agli stili di attaccamento entrano fortemente in gioco nella relazione terapeutica, che riattiva i modelli di attaccamento del cliente rispetto alla figura del terapeuta.

Messaggio pubblicitario È frequente, nelle persone caratterizzate da un attaccamento traumatico, la presenza di uno stato di dissociazione strutturale della personalità: una parte del sé della persona vive nel presente, attuando condotte di interazione con l’ambiente, mentre un’altra parte del sé è rimasta ferma all’esperienza traumatica e mette in atto condotte di difesa (attacco/fuga, freezing, sottomissione, etc.) quando qualcosa, nell’esperienza presente del soggetto, rievoca il trauma.

Il terapeuta lavora con le parti dissociate, che vanno riportate alla coscienza, e che emergono sotto forma di memorie somatiche e attraverso agiti e identificazioni proiettive. Il terapeuta individua l’esperienza di attaccamento che manca alla persona e la offre, come sperimentazione, per permetterle di familiarizzare con un vissuto nuovo: relazionarsi con una figura di attaccamento rispondente ai suoi bisogni.

Nel caso di persone che hanno subito dei traumi a livello di attaccamento, il terapeuta è chiamato ad entrare in relazione con clienti che hanno imparato, sin dall’infanzia, a considerare le relazioni fonte di pericolo; la relazione con il terapeuta non fa eccezione. Di conseguenza il cliente è portato a vivere con difficoltà e paura l’instaurarsi di una relazione con il terapeuta.

Il terapeuta fa ricorso a tecniche mindfulness e agli interventi di psicoterapia sensomotoria, nell’ottica che solo attraverso la mediazione dei vissuti corporei il cliente possa avere complesso accesso ai propri vissuti e ritrovare il senso di integrità del sé compromesso dall’attaccamento traumatico. A questo proposito la Fisher cita Van der Kolk il quale afferma che:

Le parole non possono integrare le sensazioni e i pattern di azione disorganizzati che hanno origine dai segni più profondi del trauma.

Fine ultimo del trattamento è l’acquisizione della capacità, da parte del paziente, di attuare una corretta autoregolazione, entrando in contatto e in intimità con l’altro e costruendo un senso di integrazione del sé. Per promuovere ciò il terapeuta si avvale del linguaggio non verbale e della mediazione corporea; la co-regolazione terapeuta paziente avviene, quindi, attraverso un’attenta sintonizzazione dei messaggi somatici inviati dal cliente.

 

 

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