Dal Single Day al Single Positivity Movement

Viviamo in una società che dimentica o non realizza un'innegabile verità: la relazione più eterna, appagante ed equilibrata è quella con se stessi.

ID Articolo: 170247 - Pubblicato il: 22 novembre 2019
Dal Single Day al Single Positivity Movement
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Dal Single Day al Single Positivity Movement: l’impegno di star dello spettacolo nel promuovere con orgoglio la visione dello status “single e felici” contro lo stigma sociale che li vuole “soli e tristi”.

 

Messaggio pubblicitario L’11 novembre si celebra il Single Day, la Giornata Mondiale dei Single, ereditata dalla tradizione cinese e che non a caso ricade il giorno più solitario dell’anno, quello contenente interamente numeri 1 (11.11).  Malgrado ciò, tale giorno è celebrato con grande orgoglio dai single e sta assumendo le dimensioni di vero e proprio movimento grazie all’impegno sociale di alcune star dello spettacolo nel farsene ambasciatrici.

Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore che dura tutta una vita. (O. Wilde)

Sarà capitato almeno una volta a tanti di noi, particolarmente dai 30 anni in su, di esperire quella sensazione di imbarazzo davanti a chi, con molta o nulla delicatezza, faccia notare di non avere ancora un partner, un figlio, una casa, una carriera definita…facendo sentire la persona inadeguata, incompleta, sbagliata, spacciata. Di questo stigma sociale ne fanno le spese tanto gli uomini quanto le donne, con una pressione maggiormente esercitata sulle ultime. Perché la realtà è che, nonostante l’emancipazione femminile, la società odierna ci incastra ancora in questi dogmi, schemi di vita predefiniti e universali per tutti; come ci fosse un solo e unico modello di vita e realizzazione personale. E ancor di più, se non si rientra nel suddetto, non si possa considerarsi persone finite e appagate.

Da tale stigma ne sono parimenti afflitte donne comuni e popolari, e se alcune di loro vengono sopraffatte da tale visione, tutt’altro che subliminale, altre ne hanno fatto motivo di rivalsa, ergendosi a portavoce. Una di queste è Emma Watson, la celebre e talentuosa attrice divenuta un’icona nel ruolo di Hermione con la saga di Harry Potter. Proprio la signorina Granger, oggi attrice-attivista e ambasciatrice Onu, ha dichiarato in una delle sue ultime interviste di quanto sia stato duro per lei affrontare questo ultimo anno, a causa della stressante pressione sociale per il suo stato di single alla sua età:

Se non hai costruito una casa, se non hai un marito, se non hai fatto un figlio e hai compiuto 30 anni – se non sei in un momento assolutamente sicuro e stabile nella tua carriera, ma stai ancora cercando di capirci qualcosa … ti ritrovi con questa incredibile quantità di ansia.

L’attrice però, pur subendo tale pressione, ha colto l’occasione per riflettere su se stessa, lavorare su ciò che vorrebbe piuttosto che su ciò che dovrebbe essere, fino a realizzare di poter essere soddisfatta di sé e pienamente realizzata, pur non essendo in una relazione di coppia. Ha così coniato un nuovo termine con cui ama definirsi e che sta generando un eco planetario: “self-partnered”, in coppia con se stessa (un po’ come la 35enne inglese Sophie Tanner, che nel 2015 coniò il neologismo “sologamia” per definire l’atto di scegliere e sposare se stessa). L’interesse di molta gente famosa in riferimento a questo tema sta di fatto decretando l’ascesa del movimento Single Positivity, come commenta Lizzie Cernik su The Guardian, ovvero il supportare posizioni e messaggi come quelli veicolati da Emma Watson. E a farlo non solo i vip, anche le persone comuni dimostrano di abbracciare sempre più questo trend rifiutando l’idea che sia con l’associazione “matrimonio-casa-figli” la sola via della felicità e della realizzazione. Lo dimostrano i dati dell’ultimo sondaggio StubHub relativi al Single Day, in cui il 55 % dei single si è dichiarato felice e fiero del proprio status e il 32% ha eletto a maggioranza il brano “Single Lady” di Beyoncé come inno della categoria. A riprova che, anche nella e con la musica, stia cambiando l’antifona.

Personalmente, pur concordando su tutta la linea con quanto detto sinora, ad un’analisi neanche troppo capillare, mi sorge un dubbio. É corretto promuovere l’importanza di essere in primis in coppia con se stessi, rivolgendosi prettamente a un solo target, i single in questo caso? Il rischio di assumere posizioni così nette con una comunicazione fortemente orientata è quello di creare fraintendimenti e dicotomie, soprattutto nei più giovani. Sembra a tratti che uno status comporti maggiori vantaggi o viceversa rinunce rispetto a un altro e che le due categorie si auto-escludano.

Messaggio pubblicitario E allora da un lato ci sarebbero i single: consapevoli, emancipati e appagati, perché bastevoli a se stessi e dall’altro le persone in coppia, che seguono il modello canonico. Queste ultime in particolare, le quali compiendo un lavoro più introspettivo su di sé potrebbero forse realizzare anch’esse di non avere bisogno di un partner, un figlio e un tetto stabile per sentirsi realizzate e appagate? Si passerebbe allora da una estremizzazione all’altra, da una esclusione all’altra e più di tutto si perderebbe il messaggio fondamentale e trasversale: essere in una relazione positiva e autentica con se stessi è la condizione sine qua non per il proprio benessere personale, indipendentemente dallo stato sentimentale e dal genere. Stare bene con il proprio sé e bastarsi, non può e non deve essere una scelta alternativa all’essere in coppia, non è privilegio dei single, è un diktat universale e, come tale, deve essere indistintamente promulgato. Inoltre, l’essere felicemente in coppia con se stessi, è garante e precursore di una relazione sana e stabile con il proprio partner, la quale preserva dal pericolo di restare imbrigliati in relazioni insoddisfacenti per la paura di stare da soli. Ritornando quindi agli esempi mutuati dal mondo dello spettacolo e al loro impegno meritevole nel contrastare lo stigma sociale di certe visioni radicate, il punto di attenzione sta nell’assumere una comunicazione neutrale e trasversale, scevra da targetizzazioni.

Il personaggio che, a mio avviso, meglio esprime il connubio della donna emancipata, indipendente e realizzata, pur essendo in coppia (prole annessa) lo si ritrova nella serie tv cult “Sex and the City”, con l’attrice Cynthia Nixon nel ruolo di Miranda.

Miranda Hobbes “Corporate Lawyer and Unmarried Woman” come viene presentata nella serie, la voce fuori del coro del mitico quartetto di amiche neyworkesi: determinata, talentuosa, indipendente, a tratti cinica e ostinatamente avversa ai canoni di bellezza e stile imposti dalla società, di cui ne subisce comunque lo stigma. Non immune da difetti e imperfezioni: la sua personalità drastica e disillusa con una tendenza al workaholic non le rendono facile le relazioni interpersonali, persino con le sue amiche più care. Miranda, per cui gli uomini seppur importanti non sono l’unico polo di interesse, vota la sua vita alla carriera e all’affermazione di sé piuttosto che al matrimonio; tuttavia nel corso della serie compie un percorso di crescita personale e rivalutazione di sé strabiliante. L’arrivo inaspettato della maternità la porta a scoprire lati di sé che non pensava nemmeno di avere, svelando allo spettatore e a se stessa le proprie vulnerabilità. Riesce persino a riconsiderare le sue ferme posizioni nel rapporto con l’altro sesso, giustificate dall’ambiente maschilista della sua professione con cui si scontra quotidianamente, finendo per ammorbidirsi senza mai deporre del tutto le armi, solo dopo essere riuscita a bilanciare nel giusto modo carriera e maternità single.

Viviamo in una società che ci opprime con l‘importanza dell’anima gemella a tutti i costi, terrorizzata dalla paura della solitudine nella misura in cui tale timore origini dall’errata credenza di poter essere completi solo se in coppia. Una società che spesso dimentica o non realizza quella che è l’unica e innegabile verità: la relazione più eterna, appagante ed equilibrata quanto difficile da conquistare e mantenere, è inscritta in ognuno di noi sin dal principio, ed è quella con se stessi. Proprio nella relazione positiva con il proprio sé sta la chiave per essere felici, anche in coppia. Miranda Hobbes ci insegna che la via per essere personalmente e professionalmente appagati non può prescindere da questo, e ci svela come, in fondo, anche la più spietata e incallita delle femministe, possa essere ugualmente felice e indipendente anche in una relazione di coppia (e figlio a carico).

 

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