Ma davvero la psicoanalisi è inutile come l’omeopatia? – Il commento del Prof. Paolo Moderato all’articolo de L’Espresso

Il Prof. Paolo Moderato commenta un recente articolo de L’Espresso che giustappone la psicoanalisi a varie pseudoscienze..

ID Articolo: 170256 - Pubblicato il: 21 novembre 2019
Ma davvero la psicoanalisi è inutile come l’omeopatia? – Il commento del Prof. Paolo Moderato all’articolo de L’Espresso
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L’ennesima critica alla psicoanalisi? Uffa! La solita storia che non è scientifica? Gli psicoanalisti fanno spallucce? Che la psicoanalisi sia accusata di non essere scientifica non è una novità. Gli psicoanalisti hanno sempre puntato molto sulla loro diversità epistemologica, “diversamente scientifici“ dicono spesso di essere…

 

Messaggio pubblicitario L’ennesima critica alla psicoanalisi? Uffa! La solita storia che non è scientifica? Gli psicoanalisti fanno spallucce? Queste potrebbero essere (sono) le reazioni all’articolo de L’Espresso con l’intervista a Gilberto Corbellini che riprende e approfondisce un articolo scritto dallo stesso Corbellini con Enrico Bucci per Tuttoscienze de La Stampa del 6 novembre scorso.

La frase incriminata di quell’articolo è la prima, in cui la sacra parola psicoanalisi viene desacralizzata, giustapponendola a varie pseudoscienze: “Gli insegnamenti delle pseudoscienze, con corsi di omeopatia, biodinamica, agopuntura, medicina tradizionale cinese, psicoanalisi stanno proliferando”. E poi l’accusa: “Tale deriva antiscientifica è sempre più spesso motivata da finanziamenti alle università da parte di enti locali o nazionali che intendono assecondare credenze che hanno portato voti, o da politici o da docenti collegati a imprese che commerciano prodotti presentati”.

Che la psicoanalisi sia accusata di non essere scientifica non è una novità. Gli psicoanalisti hanno sempre puntato molto sulla loro diversità epistemologica, “diversamente scientifici“ dicono spesso di essere. Ricordiamo il dibattito svoltosi alla New York University nel 1959 e ripreso nel libro curato da Sidney Hook Psicoanalisi e metodo scientifico (Einaudi 1967). Ricordiamo il verdetto dell’epistemologo Karl Popper: la psicoanalisi è una pseudoscienza perché i suoi assunti non sono falsificabili.

Già la domanda dell’intervistatrice “Cosa porta a giudicare la psicoanalisi una “pseudoscienza? Solo il fatto che “non è falsificabile”?” fa capire come per alcuni la falsificabilità di una teoria sia un accessorio, più che un perno metodologico. Infatti Corbellini risponde, pacatamente, che non è un concetto banale, perché sta alla base del modello EBI, Evidence Based Interventions.

E qui arriviamo al concetto di efficacia. Si può valutare l’efficacia di una terapia della parola come si valuta l’efficacia di un farmaco o di una procedura medico – chirurgica? Dibattito aperto, molte opinioni, alcuni fatti: “non esiste un solo trial clinico che provi l’efficacia della psicoanalisi: peraltro sarebbe impossibile farlo”, queste le parole di Corbellini. Un altro fatto: la psicoanalisi – nelle sue varie contaminazioni e frammentazioni, negli Stati Uniti è stata a lungo il principale modello terapeutico. Si calcola che, negli anni ’60 e ’70, il 95% dei clinici americani abbia avuto un training psicoanalitico. La psicoanalisi era presente nei film – pensiamo alle opere di Hitchcock (“Io ti salverò”, “Marnie”) o a quelle di Woody Allen, ma anche il Federico Fellini onirico di “8 e ½” o il Santo Padre che Nanni Moretti immagina in cura presso uno psicanalista. Poi, negli anni Ottanta, la crisi, certificata dalla pubblicazione del DSM III, nel quale l’American Psychiatric Association divorzia dalle precedenti spiegazioni intrapsichiche di matrice psicoanalitica per rifugiarsi in una confort zone ateorica. Descrizione di sintomi, nessuna attribuzione eziologica. Senza dimenticare anche il ruolo giocato dall’abbandono (forzato) della teoria psicogenetica sull’autismo in favore di una spiegazione neurologica.

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Guarda il video “Le MUR, la psychanalyse à l’épreuve de l’autisme”

La teoria, ancora pervicacemente seguita dalle truppe Lacaniane, era un punto centrale di tutta la teoria psicoanalitica dello sviluppo: la sua rottamazione non è stata indolore per la psicoanalisi.

Quel che è certo è che i clinici statunitensi abbandonano la psicoanalisi in favore di altri modelli terapeutici. I primi terapeuti cognitivo comportamentali sono ex psicoanalisti delusi dagli insuccessi derivati dall’applicazione del loro sapere psicoanalitico. Corbellini attribuisce la crisi della psicoanalisi allo sviluppo delle neuroscienze. Io preferisco chiamare in causa lo sviluppo e la discesa in campo di tanti nuovi modelli psicoterapeutici, che si dimostrano fin da subito molto più efficaci ed efficienti nel trattare le nuove patologie da stress che affliggono la società del secondo dopoguerra. Parlo di discesa in campo, perché si è trattato di sfidare l’establishment clinico psicoanalitico, e il nascente mercato degli psicofarmaci, sul terreno della cura del disturbo psichico.

Messaggio pubblicitario Negli Stati Uniti, la Psicoanalisi è in crisi. Secondo uno studio citato dal New York Post, dal 2003 ad oggi l’età media dei 3.109 analisti membri dell’American Psychoanalytic Association è salita di 4 anni, arrivando a quota 66. Sono più vecchi, perché sempre meno giovani sono interessati a seguire questa strada professionale, perché meno università propongono corsi di psicoanalisi e psicologia dinamica, perché sempre meno sono i pazienti che si rivolgono alla psicoanalisi: si è passati da una media di 8/10 clienti al giorno (tra il 1950 e il 1960), a una media di 2,75, il che significa che molti non hanno neanche un paziente da seguire.

In Italia, l’onda lunga della crisi alla fine è arrivata pure da noi, ma la nostra formazione universitaria è ancora impregnata di approcci clinici usurati, legati a una stagione che è cambiata, e non al passo con le necessità del nostro tempo. Corbellini va giù anche più duro, attribuendo l’insegnamento universitario di pseudoscienze al sostegno di lobby varie. Quanto a lobbying la psicoanalisi può insegnare molto, se si guarda a quello che è successo pochi anni fa in Francia, paese ad altissimo tasso psicoanalitico, dopo la pubblicazione di un rapporto critico verso l’efficacia delle cure psicoanalitiche. O alle reazioni suscitate dalla pubblicazione del Libro nero della psicoanalisi.

Di sicuro, per quanto riguarda l’insegnamento universitario della psicoanalisi, un ruolo lo gioca anche la struttura accademica del nostro paese, in cui mantenere lo status quo ante è più facile e comodo che innovare. Senza entrare in tecnicismi, la materia ha a che fare con le tabelle ministeriali e i settori disciplinari che definiscono gli insegnamenti dei corsi di laurea: cambiare è difficile e scomodo.

Molto più facile farlo nella formazione post universitaria, dove la formazione CBT fa da padrona: quella “psicoterapia cognitivo comportamentale – parole dell’intervistatrice – che dopo essere “andata di moda” per qualche anno, è ora accusata di superficialità: cura il sintomo ma non la causa dei disturbi”. L’affermazione è molto discutibile sotto diversi profili: la CBT è ancora molto di moda, è la più richiesta dai pazienti privati e la più sostenibile e facilmente erogabile dai servizi pubblici. Inoltre, è la più richiesta dagli studenti in formazione psicoterapeutica, che sanno che funziona, e che quando escono dalle scuole di specializzazione CBT hanno gli studi pieni di pazienti e sono subissati di richieste, cosa che non accade agli psicoanalisti, né negli Stati Uniti (vedi sopra) né in Italia.

La seconda affermazione, sulla superficialità della CBT, potremmo, con un gioco di parole, dire che è superficiale, e fuorviante per il lettore. Si tratta di un luogo comune antico, che ormai neanche gli psicoanalisti, almeno quelli più avveduti, ripetono più. In modo particolare, la terapia cognitivo comportamentale moderna, quella nota come di terza onda o 3G, di cui spesso si è parlato su queste pagine, non cura il sintomo, cura il problema del paziente: ancora più precisamente, cura la persona, ne indaga i processi eziopatologici che lo portano alla sofferenza e si focalizza sui processi terapeutici, cioè sui fattori realmente efficaci nella guarigione. La scomparsa del sintomo può essere considerata un effetto collaterale, non è ricercato, e non rappresenta il focus dell’intervento.

Quello del modello processuale in psicoterapia è un tema su cui molti di noi stanno lavorando, tema già affrontato altre volte in queste pagine da Sandra Sassaroli, Giovanni Ruggiero et al. Sarebbe auspicabile che anche L’Espresso si aggiornasse.

 

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Bibliografia

  • G. Presti e P. Moderato (2019). Pensieri, parole , emozioni. CBT e ABA di terza generazione: basi sperimentali e cliniche. Milano: FrancoAngeli
  • M. Villatte (2019) Il dialogo clinico. Funzione, valore e centralità del linguaggio in psicoterapia. Milano: FrancoAngeli
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