Il dono nella cultura romana: dal dono al senso di appartenenza

Il dono serve a stabilire legami facendoci appartenere a un territorio, a una famiglia, a una stirpe, a una nazione, alla patria.

ID Articolo: 169823 - Pubblicato il: 12 novembre 2019
Il dono nella cultura romana: dal dono al senso di appartenenza
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I romani al pari dei greci tenevano in maniera particolare all’ospitalità, anche se presero delle contromisure di ordine normativo e legale. Infatti, gli ospiti dovevano avere un lasciapassare che se, l’ospite era straniero, era un documento che attestava la sua identità e del paese o tribù da dove proveniva. Se l’ospite, invece, era legato da un vincolo di ospitalità, così come in Grecia, era dotato da una tessera hospitalis costituita da un oggetto diviso in due.

 

Messaggio pubblicitario L’ospitalità romana trovava il massimo dell’espressione a tavola dove venivano preparati grandi pietanze e veri e propri spettacoli dedicati agli ospiti. L’invito ad un banchetto era un modo per poter legare rapporti sociali e personali. A tavola si parlava di politica, di filosofia, di arte, di musica, etc. Si racconta che Lucullo, conosciuto per l’estrema cura con cui preparava i banchetti e per la qualità dei cibi, invitò a cena Cicerone poiché quest’ultimo insinuava che se qualcuno fosse andato a casa di Lucullo senza preavviso avrebbe trovato un misero pasto. Lucullo invitò seduta stante Cicerone a cena senza preavvertire i cuochi e i camerieri dicendo al suo servo semplicemente di preparare e servire la cena nella sala Apollo. Il servo capì che il padrone avrebbe avuto ospiti importanti e fece servire una ricca cena. Il dono, ancora una volta, serve a far legame ma, anche, a dimostrare il proprio rango.

La sistematizzazione e la descrizione del dono, nella cultura latina, si deve a Cicerone con il De Officiis e a Seneca con il De beneficiis. I due termini indicano rispettivamente il rapporto o la relazione che si viene a creare tra ricevente e donatore (officium) e quella tra donatore e ricevente (beneficium). A. Accardi sostiene che ambedue gli autori costruiscono le loro opere sul beneficium come simbolo fondante la società creando e mantenendo i legami interpersonali. Per Cicerone il beneficium deve ispirarsi all’utilitas communis, mentre per Seneca sono benevolentia e amor che soli possono garantire la salvaguardia della relazione e della reciprocità.

Il dono inteso come modalità e/o simbolo per creare legami trova riscontro con gli studi di Mauss e Malinoski e, quindi, attiene al donare-ricevere e ricambiare. L’ Accardi, nel suo libro, mette l’accento sul contraccambiare e su come Seneca sostenga che il beneficium stia nell’atto del donare anche quando non vi è nessuna restituzione. Se non c’è contraccambio non si deve smettere di donare poiché, come sostiene Seneca, nullum perit. Al contrario, il donare senza ricevere niente in cambio, porta a guadagnare virtù e sapienza. La perdita legata alla mancata restituzione, invece, inficia il legame poiché se dal beneficium ci si attende un ritorno vuol dire che si dona con ingratitudine. Per Seneca si deve donare con humanitas, senza nessun tipo di arroganza onde evitare, da un lato, di mettere in difficoltà il ricevente e, dall’altro, di inserire il beneficium all’interno di un contesto di tipo economico come una pratica usuraia. Inoltre, in caso di mancata restituzione, bisogna perdonare il ricevente.

M.Lentano (2005), partendo dai lavori di Seneca e Cicerone, mette in risalto l’atto del donare nella cultura e negli usi e costumi dell’antica Roma facendo rilevare la natura del legame che si determina tra donatore e ricevente. Se si dona in maniera arrogante, senza humanitas, il rischio è di scatenare nel ricevente una reazione violenta che può anche portare all’uccisione del donatore. Se si riceve senza contraccambiare si passa come uomini poco onorevoli. Il donare, quindi, crea un obbligo nel ricevente tant’è che accettare un dono non è cosi semplice perché crea un obbligo. Il termine officium, relativo al contraccambiare, indica un dovere vincolante alla stessa stregua di una norma giuridica. Cicerone afferma che ricambiare un beneficio è anzi il più necessario fra tutti gli officia. Lantano riporta un’analisi dello storico francese Floro, il quale sostiene che la caduta di Cesare sia dovuta alla sua eccessive donazioni che hanno creato parecchio malcontento nella popolazione, che ha visto messa in pericolo la sua libertà. Riporta anche la descrizione di Polibio riguardo alla corona civica, un riconoscimento militare dovuto a chi salvava la vita di un commilitone in battaglia. L’incoronazione veniva fatta dal soldato salvato, che in questo modo si legava per sempre con il suo salvatore da un rapporto di riconoscenza. A volte i soldati salvati si rifiutavano e venivano costretti con la forza ad incoronare il compagno. Il rifiuto era dovuto alla particolare condizione in cui si sarebbe trovato da quel momento in poi ovvero quella di servatus, che a Roma indicava una persona che si assumeva un debito perenne che non poteva contraccambiare. Addirittura, da quel momento in poi, il salvatore costituiva un secondo padre per il salvato. Cicerone a questo proposito scrive che per tutta la vita viene venerato come un padre dal suo beneficato e riceve da lui tutti gli onori riservati al proprio genitore. Sempre Lantano fa rilevare che nella cultura latina la figura del padre è il beneficium datae vitae che fa nascere un legame incondizionato e non risarcibile poiché le eventuali controprestazioni che quest’ultimo potrebbe erogare a vantaggio del padre dipendono tutte, in ultima analisi, da quel primo beneficio paterno, senza dunque mai poterlo appieno eguagliare. I benificia paterni non si limitano soltanto al dare la vita ma, come riporta Livio, anche all’introdurre alla vita sociale e garantire la libertà. Inserendolo nella vita sociale, lo introduce anche alla patria che costituisce una meta struttura nel senso che è un antico parente che precede anche il padre biologico e concede gli stessi beneficia di quest’ultimo. Concedendo gli stessi beneficia comporta che gli abitanti sono sottoposti agli stessa officia. Il primo di questi obblighi è quello di essere costretti a dare la vita per la patria, la quale, come il padre, dà la vita ma può anche toglierla. E la toglie sotto l’ effetto del beneficium ovvero rendendo obbligato il ricevente.

Più avanti parleremo di un rito sociale presente in Sicilia – la fuitina – e di una storia tra reale e racconto – la baronessa di Carini – in cui si nota come questi concetti abbiano avuto una lunga storia. Inoltre, più avanti, analizzeremo anche il possesso dei figli che per la cultura greca e romana erano dei padri e nella nostra sono delle madri, con tutte le aberrazioni legate a questi accostamenti. Vorrei far notare come il confine tra dono e dono avvelenato nella cultura romana è sottilissimo ed anzi possiamo anche affermare che, in funzione del legame tra donante e ricevente, il dono contiene in sé ambedue gli elementi ovvero sia il benefico sia il veleno.

Messaggio pubblicitario Il dono della vita affidata al padre trova riscontro anche nei riti quotidiani legati ai lari e ai penati. Era compito del capofamiglia occuparsi dell’edicola in cui venivano custoditi e offrire ad ogni pasto il cibo, in particolare, il sale, che purifica e conserva, e il farro primo cereale coltivato dai romani. L’offerta chiaramente era di natura simbolica e richiamava le origini (il farro) e la conservazione della discendenza (il sale). La vita è un beneficio che va custodito e conservato lungo l’arco delle generazioni: la presenza dei lari e dei penati all’interno della casa non fa altro che richiamare il principio del dono della vita. La posizione occupata dell’edicola all’entrata della casa indica che la storia di quella famiglia e dei suoi membri va letta attraverso le generazioni. L’occupazione dello spazio non è mai casuale, anche se spesso ci appare in questo modo, ma è la modalità di esprimere i legami che, come sembra ovvio, in base alla distanza sono percepiti come vicini o lontani. Per i romani non è sicuramente casuale, quindi, collocare i lari e i penati all’inizio della domus, non solo come protezione, come spesso è stato interpretato, ma ad indicare anche il luogo da cui tutto ha origine.

La nostra storia generazionale non solo ci protegge dalle intemperie della vita, ma, allo stesso tempo, costituisce, in senso lacaniano, il luogo dell’altro nel quale possiamo riconoscerci. Ripercorrendo lo stesso legame che lega i padri alla patria, a Roma vi erano anche i lari e i penati pubblici, che con le stesse modalità lega a sé gli abitanti. Tutti noi ci riconosciamo nel nostro paese, nella nostra regione, nel nostro stato. Non è un caso che differenziamo gli italiani dai tedeschi, gli austriaci dagli inglesi e così via. Ci riconosciamo all’interno di un contesto simbolico condiviso a cui ci sentiamo di appartenere. Il senso della patria, infatti, costituisce un processo di riconoscimento e sviluppa il senso di appartenenza. E’ un legame tanto forte quello che ci lega alla patria che, così come siamo disponibili a dare la vita per la nostra famiglia, per i nostri parenti, allo stesso modo la mettiamo al servizio della patria. Nei romani, un popolo essenzialmente di guerrieri, il dare la vita per la patria costituiva un modo per ricambiare il dono della vita che avevano ricevuto dai loro padri e dalle generazioni precedenti. Tanti poeti hanno dedicato poesie alla patria da Petrarca, a Carducci, a Leopardi, a Brecht, a Ungaretti e così via. Alcuni sono andati oltre esaltando le loro origini come Foscolo con la poesia A Zante e S. Mazza con Signuri, vogghiu briviscriri linguarrussisi (Signore, voglio rinascere linguaglossese), dedicate alle città che sono stati costretti ad abbandonare. La distanza, la lontananza, non rompe il legame, al contrario lo ravviva e lo rafforza riempiendolo di nostalgia.

Il dono serve a stabilire legami facendoci appartenere a un territorio, a una famiglia, a una stirpe, a una nazione, alla patria. Già Maslow ha messo in risalto che la base motivazionale che muove il comportamento umano oltre che dai bisogni fisiologici è determinata dal bisogno di appartenenza. Baumeister e Leary sostengono anch’essi che l’individuo sente il bisogno impellente di appartenere e, quindi, di formare relazioni. La matrice prima del senso di appartenenza viene identificata nella famiglia razionalizzandola con la consanguineità. Eppure le famiglie, lungo l’arco della trasmissione generazionale, fanno un lavoro al fine di conglobare i nuovi membri all’interno della loro stirpe. Alla nascita si sceglie il nome da dare al nuovo arrivato che generalmente era (attualmente questa tradizione è andata persa) quello del nonno/a paterno/a o materno/a a seconda dell’ordine di nascita. Il nome crea un legame immediato, ti chiami come tuo ……. Per dare senso a questo legame, anche quando l’antenato era defunto, così come detto in articoli precedenti, in Sicilia, durante la commemorazione dei defunti, quest’ultimi portavano, come quelli in vita nelle feste comandate, i doni. Il nome ed il cognome indicano che apparteniamo ad una famiglia, di cui siamo l’incarnazione dell’intera storia, ad un luogo, ad un territorio. Le storie familiari raccontate dai nonni o dai genitori hanno lo scopo di inglobarci all’interno della storia della nostra famiglia in modo da rappresentare la continuità generazionale. Il dramma vissuto dalle coppie che non possono avere figli e, quindi, garantire la continuità generazionale è il rovescio della medaglia del senso di appartenenza. E’ lo stesso dramma che vivono oggi molte famiglie con figli adottati le quali tentano, tante volte inutilmente, di far entrare i bambini adottati all’interno della loro storia generazionale e inevitabilmente si scontrano con la ricerca delle proprie origini da parte degli stessi ragazzi, una volta diventati adulti. Pensiamo per un attimo al dramma esistente qualche hanno fa sulla mancata nascita del figlio maschio che in quanto portatore e trasmettitore del cognome della famiglia poteva garantire la continuità generazionale.

Il nome e il cognome, soprattutto quest’ultimo, connotano, non solo che apparteniamo a quella famiglia, ma la stirpe di provenienza. In Sicilia per indicare la stirpe ogni famiglia aveva un sopranome che indicava le caratteristiche di provenienza e le peculiarità. La particolarità del sopranome era che non si perdeva mai neanche dopo il matrimonio. Infatti, le donne dopo il matrimonio magari perdevano il loro cognome indicandosi come la signora …. con il cognome del marito, ma restavano comunque x o tali con il sopranome. Un esempio di quanto affermato lo possiamo trovare nel libro Genti di linguarossa di S. Mazza (1).

Il nome ed il cognome, inoltre, ci danno informazioni sul luogo e il territorio da cui proveniamo. In ogni territorio e luogo vi sono nomi tipici di quel posto. A volte basta sentire il nome per capire da dove possa provenire il nostro eventuale interlocutore. Ciò è maggiormente valido per i cognomi i quali sono distribuiti all’interno di un territorio e luogo particolare. Tra l’altro cercando attraverso il cognome possiamo risalire all’origine delle famiglie. Giustamente Cigoli sostiene che con l’eredità non si trasmettono solo beni materiali, ma anche e soprattutto una storia familiare, che lui stesso insieme a Scabini ha indicato come il famigliare.

 

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Bibliografia

  • Accardi, A.,(2015) Teoria e prassi del beneficium  da Cicerone a Seneca, Palermo: Palumbo Editore
  • Accardi, A., (2018) Rappresentazioni del dono nella cultura romana. Teoria e prassi del “beneficium”: dal “De officiis” di Cicerone al “De beneficiis” di Seneca, in Classico Contemporaneo.eu a. 4 n. 4, Palermo: Palumbo Editore
  • Baumeister, Roy F.,  Leary, Mark R,  (1995), The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation, in Psychological Bulletin, Vol 117(3), May 1995, 497-529
  • Cicerone, M. T.,  De Officiis. Quello che è giusto fare, (a cura di Picone G., Marchese R.R.), Torino: Einaudi, 2012
  • Lentano,M., (2000), An beneficium patri reddi possit: note a Seneca, De beneficiis 3, 29-38. Euphrosyne 28: 355 – 368
  • Lentano, M., (2005), Il dono e il debito: verso un’antropologia del beneficio nella cultura romana, in Haltenhoff A. ; Heil A.; Mutschler F.H.,  Römische Werte als Gegenstand der Altertumswissenschaft, MÜNCHEN-LEIPZIG: Saur Verlag
  • Maslow , A. , (1954),  Motivazione e personalità,  Roma:  Armando editore
  • Mazza, S. , Genti di Lingua-‘Rossa, Edizione fuori commercio, Palermo, 2004
  • Mazza, S., Scagghi di sciara,  Palermo: Coppola editore, 2001
  • Scabini, E. , Cigoli, V. (2000) Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Milano: Raffaello Cortina Editore
  • Seneca, L. A.,  Sui Benefici, (a cura di Menghi, M.), Bari. Laterza, 2015
  • (1) Senzio Mazza nasce a Linguaglossa (CT) dove è vissuto fino al 1962 per poi trasferirsi a Scandicci (FI); la sua poesia debitamente scritta in dialetto siciliano è un continuo richiamo malinconico alla sua terra natia. Spesso appare una modalità per non rompere il forte legame con i luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza che, malgrado la lontananza forzata per motivi di lavoro, non ha mai interrotto. L’apice di questo legame lo troviamo nella lirica Vogghiu brivisciri lingua russi (voglio risorgere linguaglossese) in cui dà prova poetica di un legame che travalica i confini del tempo e dello spazio. Il tempo si scioglie in quel voglio rinascere: la morte non interrompe i legami, se mai li rafforza e li rende eterni in un tempo senza tempo. La scelta di scrivere in un siciliano antico e popolare, sebbene molto ricercato, non fa altro che rafforzare questo legame. In crusti di Sali (croste di sale) scrive: ddu jornu ca m’attocca di brivìsciri, Signuri, no a Firenzi o a Parigi, e mancu all’Austràlia luntana …. Iò cha campatu senza pritìsi, vogghiu rinàsciri linguarussìsi (quel giorno che mi tocca di rinascere, Signore, no a Firenze o a Parigi, e neanche nella lontana Australia …. Io ci ho vissuto senza pretese, voglio rinascere linguaglossese). Nella sua visione poetica Scandicci è Linguaglossa non tanto sul piano razionale, ma sul legame emotivo che mai si è dissolto. In un’altra poesia, Sopra la Cocinera (collina che circonda il suo paese natale), scrive “supra li scalunati di ‘stu munti ci murunu ‘n siccu pezzi di cori” ( sui gradini di questo monte ci murarono a secco pezzi di cuore). Appartengo a un luogo, a un territorio, a una cultura che mi ha plasmato e in cui mi riconosco. Leggere le poesie di Senzio Mazza vuol dire proiettarsi all’interno di un mondo antico in cui i personaggi si muovono all’interno di uno spazio invisibile, all’interno di una storia millenaria che nessun modernismo riesce a debellare. I legami emotivi, i miti di un popolo che si riconosce all’interno della sua storia donandoci l’appartenenza, difficilmente possono essere cancellati da visioni positivistiche e razionali.
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